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La responsabilità penale nella valutazione dei crediti nelle comunicazioni sociali

Alessandra Rossi

Sommario:

1. Il falso valutativo quale modalità del falso in bilancio? - 2. Le diverse linee giurisprudenziali. La ‘risposta’ delle Sezioni Unite della Suprema Corte - 3. Le impostazioni dottrinali: irrilevanza versus rilevanza


1. Il falso valutativo quale modalità del falso in bilancio?

L’inserimento di un credito nel bilancio non può concretizzarsi che attraverso una valutazione, una valorizzazione dello stesso sulla base di quelle che sono le regole di corretta valutazione appunto.

In riferimento alle valutazioni delle poste contabili nell’economia dei disposti sul falso in bilancio/false comunicazioni sociali da sempre si sono sviluppati e viepiù si sviluppano oggi interessanti e non univoche linee esegetiche.

L’oggetto materiale del falso in bilancio del codice civile del 1942 – art. 2621, n. 1, c.c., applicato fino alla riforma del 2002 relativa agli illeciti penali e punitivi amministrativi societari codificati di cui al Titolo XI del Libro V del codice civile – era enucleato, per ciò che riguardava la condotta attiva di esposizione, nella formula fatti non rispondenti al vero.

L’oggetto materiale del falso in bilancio post riforma del 2002 (artt. 2621 e 2622 c.c.) era enucleato, sempre per ciò che riguardava la condotta attiva di esposizione, nella formula fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni.

L’oggetto materiale delle condotte delle riformate ipotesi ai sensi dei nuovi artt. 2621 e 2622 c.c., legge 27 maggio 2015, n. 69 è oggi indicato, ancora per ciò che riguarda la condotta attiva di esposizione, nella formula ‘fatti materiali rilevanti (aggettivo qualificante che, peraltro, in relazione alla condotta di esposizione non caratterizza i fatti materiali non rispondenti al vero nelle false comunicazioni in società quotate ed in quelle equiparate – art. 2622 c.c.): è stata pertanto espunta la locuzione “ancorché oggetto di valutazioni”.

Da qui il quesito: il mancato mantenimento/trasferimento della formula di riferimento costituisce una eliminazione voluta dal legislatore nell’ottica di una rinuncia, nelle fattispecie del 2015, alla punibilità delle valutazioni di bilancio false, ovvero si tratta di eliminazione dettata dalla riconosciuta inutilità del richiamo espresso in quanto pacifica la rilevanza penale delle valutazioni consapevolmente irragionevoli (false, dunque), ingannatorie e così idonee ad indurre concretamente in errore i destinatari del documento, pertanto intese quali componenti del termine “fatti”?


2. Le diverse linee giurisprudenziali. La ‘risposta’ delle Sezioni Unite della Suprema Corte

Nella giurisprudenza di legittimità conferente del 2015/2016 si sono create le due opposte linee dell’irrilevanza versus la rilevanza penale del falso valutativo, con la decisione delle Sezioni Unite della Suprema Corte che si è infine pronunziata in senso affermativo. La sent. 16 giugno 2015, n. 33774 (dep. 30 luglio 2015) e la sent. 8 gennaio 2016, n. 6916 (dep. 22 febbraio 2016) avevano appunto optato per l’esclusione della rilevanza penale del falso valutativo, la sent. 12 novembre 2015, n. 890 (dep. 12 gennaio 2016) invece per la rilevanza penale, la sent. 8 luglio 2015, n. 37570 (dep. 16 settembre 2015) era apparsa ‘sfuggente’ al riguardo; successivamente, stante il contrasto, l’ord. 2 marzo 2016, n. 676 di rinvio della decisione alle Sezioni Unite ed il 31 marzo 2016 appunto la sottoscrizione di queste all’opzione punitiva.

Non è inconferente subito portare all’attenzione, in un’ottica di presentazione dell’importanza dei casi concreti, come nel caso deciso da Cass. n. 890 compaia, tra l’altro, un’imputazione relativa all’iscrizione nel bilancio di una considerevole massa di crediti (nello specifico, pari al 62% del totale dei crediti) dei quali si era taciuta l’avvenuta scadenza, ben nota e consapevole era la sofferenza, confermata da successive svalutazioni e piena era la consapevolezza della impossibilità o dell’estrema difficoltà della riscossione e come, allo stesso modo, nel caso giudicato da Cass. n. 33774 agli imputati sia stato, tra il resto, contestato di avere iscritto all’attivo dello stato patrimoniale crediti verso società controllate, immobilizzazioni finanziarie e immateriali per cifre elevatissime nonostante un loro valore reale prossimo allo zero, come poi dimostrato dal fallimento dei debitori o dalle svalutazioni operate nei successivi bilanci.

Nella (prima) sentenza n. 33774, pronunciata in riferimento alla fattispecie di bancarotta fraudolenta impropria societaria ‘da/su false comunicazioni sociali’ di cui all’art. 223, c.p.v. n. 1, l. fall., si assume che l’entrata in vigore della legge n. 69/2015, che ha riformulato gli artt. 2621 e 2622 c.c. eliminando l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni”, ha determinato una parziale abolitio criminis. Nell’occasione la Corte di Cassazione ha affermato che: «il dato testuale e il confronto con la previgente formulazione degli artt. 2621 e 2622 … e con l’art. 2638 c.c. sono elementi indicativi della reale volontà legislativa di far venir meno la punibilità dei falsi valutativi». Ove «l’adozione dello stesso riferimento ai fatti materiali non corrispondenti al vero, senza alcun richiamo alle valutazioni e il dispiegamento della formula citata nell’ambito della descrizione della condotta omissiva, consente di ritenere ridotto l’ambito di operatività delle due nuove fattispecie di false comunicazioni sociali, con esclusione dei cosiddetti falsi valutativi». E «che il passaggio della recente riforma ad una tipizzazione delle condotte (sia attiva che omissiva), che mutua solo la locuzione fatti materiali, legittima l’interpretazione che esclude la rilevanza penale ai fatti derivanti dai procedimenti valutativi. È chiaro che ora l’impiego dell’aggettivo materiali finisce per inequivocabilmente escludere ogni sorta di valutazione dalla sfera applicativa della fattispecie». Si è insomma ritenuto che la formula del 2015 sia stata assunta dal legislatore per circoscrivere l’og­getto della condotta attiva, privandola del riferimento alle valutazioni e provvedendo contestualmente a replicarla anche nella definizione di quello della condotta omissiva e, ancora, che i testi riformati degli artt. 2621 e 2622 si inseriscono in un contesto normativo che vede un esplicito riferimento alle valutazioni nell’art. 2638 c.c. (Ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza), posto che tale disposizione continua a punire i medesimi soggetti attivi delle false comunicazioni sociali che, nelle comunicazioni dirette alle autorità pubbliche di vigilanza espongono fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni.

Con la sentenza n. 6916 la Suprema Corte, esprimendo continuità con la decisione ora evidenziata, ha confermato la portata parzialmente abrogatrice della riforma del 2015, nel senso dell’aver determinato la non rilevanza «delle condotte di falsa valutazione di una realtà effettivamente esistente».

Nella sentenza n. 890, anch’essa pronunciata in riferimento alla fattispecie di bancarotta fraudolenta impropria societaria ‘da/su false comunicazioni sociali’ di cui all’art. 223, c.p.v., n. 1, l. fall., la V Penale ha asserito, al contrario, che «nell’art. 2621 c.c. il riferimento ai “fatti materiali” quali possibili oggetti di una falsa rappresentazione della realtà non vale a escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, che sono anch’essi predicabili di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati o esibiti in una comunicazione sociale. Infatti, quando intervengono in contesti che implicano l’accet­tazione di parametri di valutazione normativamente determinati o, comunque, tecnicamente indiscussi, gli enunciati valutativi sono idonei ad assolvere un fun­zione informativa e possono dirsi veri o falsi». L’eliminazione della locuzione “ancorché oggetto di valutazioni” dalla nuova fattispecie non ha, per la Cassazione, alcuna rilevanza decisiva. Dal momento che il bilancio si compone, per la sua maggior parte, di enunciati estimativi o valutativi, frutto dell’assegna­zione a determinate componenti di un valore espresso in grandezze numeriche, non può dubitarsi che nella nozione di rappresentazione dei fatti materiali e rilevanti debbano ricomprendersi anche – e soprattutto – le valutazioni. La nozione di falso è predicabile pertanto anche rispetto a enunciati estimativi o valutativi: «le valutazioni espresse in bilancio non sono frutto di mere congetture od arbitrari giudizi di valore, ma devono uniformarsi a criteri valutativi positivamente determinati dalla disciplina civilistica (tra cui il nuovo art. 2426 c.c.), dalle direttive e regolamenti di diritto comunitario (da ultimo, la direttiva 2013/34/UE e gli standards internazionali Ias/Ifrs) o da prassi contabili generalmente accettate (es. principi contabili nazionali elaborati dall’Organismo Italiano di Contabilità)», di tale che «il mancato rispetto di tali parametri comporta la falsità della rappresentazione valutativa, ancor’oggi punibile ai sensi del nuovo art. 2621 c.c., nonostante la soppressione dell’inutile inciso ancorché oggetto di valutazioni». In sintesi, se ‘fatto’ è il dato informativo, e se “materiali” e “rilevanti” sono solo i dati oggetto di informazioni essenziali e significative capaci di influenzare le opzioni degli utilizzatori, anche le valutazioni, ove non rispondenti al vero, sono in grado di condizionarne le scelte: sarebbe pertanto manifestamente illogico escluderle dall’ambito di applicabilità della fattispecie. Certamente – prosegue la Suprema Corte – la rappresentazione di un fatto reca in sé ampi margini di soggettività e opinabilità. Ma quando la rappresentazione valutativa deve essere parametrata a criteri predeterminati, dalla legge o dalla prassi, l’elusione di quei criteri – o l’applicazione di metodi diversi da quelli dichiarati – costituisce falsità, nel senso di discordanza dal vero legale, ossia dal modello di verità convenzionale conseguibile solo con l’osservanza di quei criteri, il cui rispetto è garanzia di uniformità e coerenza, oltreché di certezza e trasparenza. Nessun rilievo, poi, è possibile attribuire al fatto che, nell’ambito della fattispecie di cui all’art. 2638 c.c. permanga il richiamo ai fatti materiali non rispondenti al vero “ancorché oggetto di valutazioni”: si tratta, infatti, di fattispecie aventi differente natura e oggettività giuridica, nonché indirizzate verso differenti finalità.

Se le tre sentenze ora presentate si “occupano” funditus della questione ‘valutazioni’, la sent. n. 37570 risulta, come già osservato, più ‘sfuggente’, limitan­dosi ad un veloce passaggio sula questione.

Preso atto del contrasto interpretativo venutosi a creare entro la Sezione V della Suprema Corte, con l’ord. n. 9186 la stessa V Penale ha affidato la decisione alle Sezioni Unite (chiamate dal Primo Presidente a pronunciarsi all’u­dienza del 31 marzo 2016) circa la sopravvivenza del “falso valutativo o estimativo”, dipendendo tale contrasto dal valore da attribuire alla mancata riproduzione nelle novellate disposizioni dell’inciso “ancorché oggetto di valutazioni”, con particolare riferimento alla “modalità oggettuale relativa ai fatti sui quali deve cadere la falsità penalmente rilevante”. Così, il quesito è stato del seguente tenore: «Se la modifica dell’art. 2621 c.c. per effetto dell’art. 9 della legge n. 69/2015 nella parte in cui, disciplinando le ‘False comunicazioni sociali’, non ha riportato l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni”, abbia determinato o meno un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie».

Nella seduta del 31 marzo i Supremi Giudici si sono pronunciati in senso positivo, con la seguente massima provvisoria: «Sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo all’esposizione o all’omissione di fatti oggetto di valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l’agente da tali criteri si discosti consapevolmente e senza adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo a indurre in errore i destinatari delle comunicazioni».


3. Le impostazioni dottrinali: irrilevanza versus rilevanza

Per quanto riguarda le impostazioni dottrinali, una parte dei commentatori nell’affermare la sopravvenuta estraneità del falso valutativo rispetto all’oggetto della nuove false comunicazioni sociali ha fondato le argomentazioni addotte sia sulla considerazione che nel testo definitivo delle fattispecie ‘2015’ il legislatore ha ‘abbandonato’ il termine (adottato nel disegno di legge n. 1921) “informazioni” quale indicatore degli oggetti materiali delle condotte, termine che certamente sarebbe stato idoneo a ricomprendere le valutazioni, sia sulla qualificazione dell’aggettivo “materiali” al termine “fatti”, rafforzandosi così la considerazione che una valutazione può essere non corretta, ma mai falsa, poiché il falso consiste nella non corrispondenza tra un fatto e la sua descrizione, con contenuto e risultato ingannatorio e l’esposizione di fatti materiali falsi non si concilia con la valutazione scorretta. È tuttavia sentire comune dei sostenitori dell’abolitio che, per quanto attiene direttamente ai bilanci, l’espo­sizione di fatti materiali non rispondenti al vero si verificherà ogniqualvolta si iscriveranno attività o passività inesistenti, con i fatti privi di riscontro nella realtà oggettiva o perché oggettivamente non esistenti o perché esistenti in forma diversa da quella rappresentata dall’agente; ancora, sarà rilevante penalmente la falsità qualora nella nota integrativa si assumano circostanze non vere.

Venendo alle ragioni della rilevanza penale, va innanzitutto riportata all’at­tenzione la scrittura ex novo delle due fattispecie del 2015, da contrapporre a quella che potrebbe essere una mera rivisitazione dei contenuti delle precedenti disposizioni. Da ciò iniziando a dedursi come l’esclusione della rilevanza pe­nale del falso valutativo si fondi su un’esegesi che non è ‘obbligata’ né dal dato letterale, né da quello sistematico. Sembra inoltre davvero strano che la for­mula “ancorché oggetto di valutazioni” che, allorquando esistente, fu destinataria di non poche critiche perché priva di qualsivoglia utilità, oggi, a seguito della avvenuta eliminazione, dovrebbe avere la rivoluzionaria funzione di dimostrare l’abolitio criminis del falso valutativo. Che vi sia uniformità tra il legislatore del 2002 e quello del 2015 è, come appena affermato, assunto che riceve facile smentita: fa dunque difetto un essenziale presupposto per trarre dalla mancata riproduzione della discussa clausola valore ermeneutico.

In seconda istanza, non si può non tener conto, per una fattiva costruzione e punizione del ‘falso in bilancio’, delle regole generali per la formazione del ‘vero in bilancio’, quali il principio di chiarezza e quello di rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale e finanziaria della società e del risultato economico dell’esercizio di riferimento. Chiarezza e rappresentazione veritiera trovano espressione e risultato anche in rapporto alla congruità ed al­l’attendibilità delle valutazioni e altresì con queste si perfezionano. In tale con­testo, il ‘buon redattore’ del bilancio deve individuare tra i valori attribuibili alle varie poste quello che meglio realizza la finalità di informazione sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società, informazione che deve appunto essere non concretamente ingannatoria, dovendosi effettuare la scelta il più possibile conforme a verità. Conforme a verità viene a significare che gli amministratori non sono tenuti a una verità oggettiva di bilancio, impossibile da raggiungere per i dati stimati, ma impone a questi ultimi di indicare il valore che meglio risponde alla finalità e agli interessi che l’ordi­namento vuole tutelare.

La formazione del bilancio implica normativamente (e necessariamente) oltre all’individuazione dei beni, dei costi e dei ricavi da iscriversi nel contoeconomico, la determinazione dei valori da attribuirsi ai singoli elementi. Quando si ‘discute’ di informazione societaria ed in particolare di informazione di cui al bilancio d’esercizio si entra in un universo che per assicurare una comunicazione efficiente ed efficace tra le diverse scienze che necessariamente gravitano al suo interno (aziendalistiche, economiche, giuridiche, finanziarie, ecc.) adotta – e non potrebbe essere altrimenti – un linguaggio convenzionale, ‘legato a filo doppio’ alle componenti valutativo-estimative. Ancora una volta – in un contesto esegetico teleologicamente condotto, anche per non destabilizzare la logica punitiva delle false comunicazioni sociali/falso in bilancio, creando attraverso l’interpretazione una sacca di impunità non voluta dalla no­vella e illogica rispetto al doveroso rapporto operativo tra norme e regole civilistico-societarie e norme penali ‘di violazione’ – è quindi ineludibile la rilevanza penale delle valutazioni degli elementi di bilancio, essendo la funzione di spicco del bilancio stesso quella di indicare ‘all’esterno’ il valore del patrimonio sociale, con tutte le ‘conseguenze’ di garanzia per i creditori, per i terzi e per gli stessi soci, quale strumento legale di informazione (non solo contabile) sull’andamento della compagine sociale. Andamento che deve essere realmente rappresentato.

Circa il significato da attribuire ai “fatti materiali e rilevanti”, oggetto materiale delle fattispecie penali, va osservato che ‘materialità’ e ‘rilevanza’ dei fatti economici da rappresentare in bilancio sono entrambe postulato indefettibile di ‘corretta’ informazione, sicché le aggettivazioni ‘materiali e rilevanti’ devono trovare senso compiuto nella loro genesi, finalisticamente connessa alla funzione precipua del bilancio e delle altre comunicazioni sociali, quali veicoli di informazioni capaci di orientare, correttamente, le scelte operative e le decisioni strategiche dei destinatari. Il significato dei due termini non può prescindere dai contesti in cui gli stessi sono maturati e da cui sono recepiti. Allora, il termine ‘materiale’ si riconnette al concetto tecnico di materialità (o materiality), nell’accezione fornita dagli economisti anglo-americani, correlato al principio comunitario della true and fair view trasfuso nell’art. 2423 c.c. Allo stesso modo, guardando alla disciplina comunitaria, il concetto di ‘rilevanza’ deve essere apprezzato in rapporto alla funzione dell’informazione, nel senso che essa non deve essere fuorviante, influenzando in modo distorto le decisioni degli utilizzatori. Aggiungendosi che la pretesa di escludere rilevanza penale ai procedimenti valutativi dovrebbe supporre un fermo convincimento in ordine all’esistenza di una netta linea di confine tra fatti materiali e fatti provenienti da valutazioni: ma una siffatta asserzione non può trovare ingresso rispetto al bilancio.

Quanto al valore segnaletico derivante dalla mancata modifica dell’art. 2638 c.c., si può agevolmente verificare come la norma si riferisca ad un contesto affatto differente, quale è l’esercizio corretto delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza, con le comunicazioni delle società ‘vigilate’ o ‘tenute ad obblighi informativi’ a tale esercizio rivolte e dirette, come del pari la stessa non richiami nel testo il bilancio societario, essendo appunto il veicolo per la realizzazione della fattispecie di ostacolo o di omissione enucleato nelle sole comunicazioni alle predette autorità previste in base alla legge (nella condotta attiva)/comunicazioni dovute (nella condotta omissiva). Non credo pertanto importi, per avvalorare l’opzione della voluta eliminazione di rilevanza penale alle valutazioni delle poste di bilancio, la considerazione che la formula di cui alle fattispecie di false comunicazioni sociali del 2002 appare oggi mantenuta nella fattispecie di cui all’art. 2638 c.c. E comunque, desidero ribadirlo, si tratta di ipotesi non considerata dalla riforma del 2015.

Va allora evidenziata l’identità di un procedimento illecito penalmente che consista nell’attribuzione di valore (seppur) basso ad un bene inesistente o che attribuisca un valore elevato ad un bene esistente di valore basso: sempre si tratta di falsità avente ad oggetto i fatti materiali riportati nel documento, sia allorquando nel bilancio e nella rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria di una società si indichino beni inesistenti, sia allorquando si muti consapevolmente ed irragionevolmente il valore di quelli esistenti. L’assunto che l’una attribuzione rinvia ad un fatto integralmente falso, mentre l’altra richiede un accertamento non prospetta ed evidenzia nulla di più che diverse modalità di un giudizio unitario, fondato su un confronto (falsato) tra realtà e dato rappresentato.

Le valutazioni si caratterizzano però, come a tutti noto, per consistenza economica: saranno soltanto quelle ‘irragionevoli’, permeate di capacità ingannatoria, ad entrare nel perimetro della rilevanza penale. Certamente, non potranno essere espressione di falso valutativo né le valutazioni non prudenziali a posteriori, perché non coperte da quella obbligatoria consapevolezza di falsità nel loro essere effettuate, né – e mi scuso per l’ovvietà – le ‘non valutazioni’, cioè quelle esternazioni programmatiche, quelle semplici opinioni che nessun rapporto hanno, possono e debbono avere con i contenuti valutativi.