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L'atto gratuito rilevante

Alberto Gianola

PAROLE CHIAVE: atto gratuito rilevante

Sommario:

1. Il problema - 2. La gratuità liberale - 3. La gratuità non liberale - 4. I possibili risvolti interpretativi in ordine all’art. 2929-bis c.c. - NOTE


1. Il problema

La tutela del creditore prevista dall’art. 2929-bis c.c. trova applicazione allorché il debitore ponga in essere un atto a titolo gratuito. Questione centrale appare dunque individuare quando un atto possa dirsi gratuito.

A prima vista potrebbe essere definito tale un atto privo di corrispettivo. Una analisi approfondita rivela però come la mera assenza di una controprestazione non sia elemento sufficiente per delineare un insieme omogeneo di atti assoggettati alle stesse regole. Innanzitutto possono essere assai diversi i fini perseguiti da colui che si obbliga o esegue una prestazione senza alcuna contropartita [1].

Il disponente a titolo gratuito può infatti agire per:

– ottenere un vantaggio economico futuro (è il caso dell’omaggio promozionale);

– soddisfare interessi derivanti da un contesto familiare (è il caso delle attribuzioni poste in essere nel quadro della separazione personale e del divorzio);

– ricambiare o manifestare riconoscenza per un vantaggio gratuitamente ricevuto in passato (è il caso della liberalità remuneratoria);

– adeguarsi ad una convenzione sociale (è il caso della liberalità d’uso);

– realizzare un gesto di pura generosità.


2. La gratuità liberale

Nell’ambito della gratuità si distinguono dunque gli atti gratuiti liberali dagli atti gratuiti non liberali. Ovunque gli atti liberali sono soggetti a regole specifiche. Nei sistemi continentali la donazione è un contratto che richiede particolari formalità a pena di nullità; nel mondo anglo-americano il gift non è un contract e si perfeziona validamente solo se le parti utilizzano il deed.

In Italia gli atti liberali tipici richiedono formalità ulteriori per il loro perfezionamento (atto pubblico, consegna nei contratti reali), danno luogo ad un alleggerimento della responsabilità nell’ipotesi di inadempimento (il donante inadempiente risponde solo se in dolo o colpa grave e garantisce per vizi e per evizione solo nel caso di dolo; il comodante risponde dei danni dovuti a vizi conosciuti; la responsabilità per colpa del mandatario e del depositario gratuito è valutata con minor rigore; il trasportatore amichevole o di cortesia risponde nei confronti del trasportato a titolo di responsabilità extracontrattuale).

Regole specifiche entrano in gioco con riferimento all’annullabilità della donazione per incapacità naturale e per errore sul motivo.

In generale il vizio della volontà scatena l’annullamento del contratto se oltre all’anomalia volitiva sussiste anche una condotta riprovevole della parte sana [2]: l’annullamento comporta infatti un pregiudizio di quest’ultima, che vede svanire i vantaggi attesi in base al contratto annullato. L’affidamento della parte sana cede di fronte all’esigenza di tutelare il consenso quando non sia meritevole di tutela e ciò accade allorché la condotta della parte sana risulti riprovevole in quanto questa abbia concluso il contratto sapendo o dovendo sapere dell’altrui turbamento volitivo: così l’incapacità naturale comporta annullabilità del contratto se oltre al vizio della volontà ricorre anche la malafede della controparte; l’errore rileva se oltre ad essere determinante è anche riconoscibile.

L’ingresso sulla scena dello spirito di liberalità determina l’applicazione di alcune regole specifiche: in base agli artt. 775 e 787 c.c., l’incapacità naturale del donante e l’errore di costui sul motivo, laddove risulti dall’atto e sia l’u­nico fattore determinante della liberalità, danno luogo ad invalidità del contratto di per sé, a prescindere dall’esistenza o meno di una condotta riprovevole del beneficiato: non è necessaria la malafede né la riconoscibilità dell’errore (posto che conoscibilità del motivo non implica necessariamente conoscibilità dell’errore su di esso).

La particolare rilevanza attribuita alla volontà del donante nei casi di incapacità naturale e di errore sul motivo determinante e risultante dall’atto si spie­ga considerando che le conseguenze dell’annullamento dell’atto liberale per il donatario (il venir meno di un puro vantaggio) sono percepite come meno afflittive rispetto alle conseguenze dell’annullamento di un atto non liberale; l’affidamento del donatario appare pertanto meno meritevole di tutela rispetto all’affidamento del contraente che riceva un vantaggio nel quadro di un contratto non liberale [3] e soccombe di fronte all’esigenza di tutelare l’integrità della volontà del donante.


3. La gratuità non liberale

In un tal quadro si pone il problema dell’individuazione degli atti gratuiti non liberali e della disciplina ad essi applicabile. Casi notevoli ai nostri fini paiono essere gli atti gratuiti economicamente interessati, gli atti gratuiti connotati dalla causa familiare, gli atti gratuiti finalizzati a soddisfare un interesse collettivo.

Occupiamoci dei primi. Gli interpreti escludono il carattere liberale di alcuni atti privi di corrispettivo ma dettati da un interesse economico del disponente: l’omaggio promozionale del commerciante, il trasporto gratuito dettato da un interesse economico del trasportatore, la promessa premiale del creditore a favore del debitore che esegua regolarmente la sua prestazione, l’atto gratuito posto in essere dal socio o dalla società collegata, il primo a favore della società di cui è parte, la seconda a favore di altra società dello stesso gruppo, il prestito di una cosa rispondente ad un interesse economico del comodante (come avviene nel caso di prestito da parte del committente al sub-fornitore delle attrezzature per realizzare il semilavorato).

I casi illustrati si rivelano applicazioni specifiche di una regola dalla portata più ampia: l’esistenza di un nitido interesse economico del disponente a porre in essere l’atto gratuito induce ad escludere l’applicabilità dello schema della donazione. L’atto gratuito interessato soggiace alle regole dettate per il contratto oneroso corrispondente, specie in tema di responsabilità per inadempimento. La promessa gratuita dettata da un interesse economico del promittente obbliga all’esecuzione di quanto in essa previsto, non richiede la forma del­l’atto pubblico; se non correttamente eseguita, produce un inadempimento con­trattuale per il quale non vale l’attenuazione della responsabilità prevista per il disponente liberale. Parimenti contrattuale e non attenuata è la responsabilità di chi, per perseguire un proprio interesse economico, esegue maldestramente un prestazione gratuita di fare senza averla previamente promessa [4].

Dagli atti gratuiti economicamente interessati spostiamo la nostra attenzione sugli atti gratuiti connotati dalla causa familiare. Può accadere che il disponente a titolo gratuito agisca nel quadro del proprio rapporto famigliare, perseguendo un interesse a questo connesso. All’interno della famiglia vengono spesso posti in essere molti atti gratuiti. In tale area se da un lato è ammessa la donazione, dall’altro la compresenza di obbligazioni (di mantenimento dei figli, di contribuzione al sostentamento della famiglia, di reciproca assistenza materiale fra coniugi durante il matrimonio, di mantenimento del coniuge eco­nomicamente più debole in occasione della separazione e del divorzio, di contribuzione ai pesi famigliari in capo al figlio convivente, di mantenimento e partecipazione agli utili nell’ambito dell’impresa famigliare) e di spinte affettive dà luogo ad attribuzioni che non è possibile classificare secondo uno sche­ma che contrapponga rigidamente causa donandi a causa solvendi [5].

Il marito che versa alla moglie separata la somma stabilita dal Tribunale per il mantenimento paga un debito. La moglie che regala al marito collezionista un esemplare originale dell’opera omnia di Baldo degli Ubaldi nella prima edizione a stampa, dona. Tra questi due estremi vi sono un gran numero di atti gratuiti. Per esempio può accadere che i coniugi scelgano la separazione dei beni ma poi in pratica applichino un regime di comunione di fatto con confusione degli acquisti e dei risparmi, indistinzione delle erogazioni: in un tal contesto, gli interpreti escludono la possibilità di esperire azioni restitutorie, spinti anche dalla oggettiva difficoltà di ricostruire gli aspetti economici del rapporto [6]. La promessa del coniuge separato di versare all’altro una somma di danaro superiore a quella sottoposta ad omologazione è ritenuta valida così come l’attribuzione di beni, spesso immobili, posta in essere in occasione della separazione o del divorzio [7].

Di fronte al quadro delineato, gli interpreti individuano gli atti a causa familiare [8], ovvero atti gratuiti finalizzati alla soddisfazione e composizione di interessi patrimoniali ed esistenziali derivanti dal rapporto coniugale. Tale fine fungerebbe da valida giustificazione di essi, escluderebbe lo spirito di liberalità e varrebbe a distinguerli dalla donazione [9]. Ne discenderebbe l’inapplica­bilità a tali atti delle regole dettate per la donazione (non richiederebbero l’atto pubblico, potrebbero essere posti in essere da un incapace, in persona del tutore [10]; se volti a vantaggio di un minore, non necessiterebbero dell’autorizza­zio­ne ex art. 322 c.c. [11] e sarebbero soggetti alle regole previste per l’atto non gratuito).

Oltre un certo limite v’è donazione. L’individuazione di tale limite dipende dalle circostanze del caso concreto. Vi sono però due elementi che entrano regolarmente in gioco: l’entità del patrimonio del disponente, alla quale l’attri­buzione deve essere proporzionata per non configurarsi come donazione, ed il tipo di esigenza cui l’attribuzione intende far fronte; il limite si eleva allorché l’attribuzione sia finalizzata a sopperire ad una esigenza primaria (per esempio la cura di una malattia) mentre appare più contenuto nel caso di esigenza futile (divertimento) [12].

Il disponente a titolo gratuito può infine intervenire allo scopo di soddisfare un interesse collettivo. È il caso del contributo ad un ente non profit. Il quadro è piuttosto variegato. A disporre può essere un ente collettivo (pubblico o privato) oppure una persona fisica. Se si tratta di ente collettivo, la mancanza di spontaneità impedisce di ravvisare una liberalità: l’ente collettivo agisce in ottemperanza alle proprie disposizioni statutarie o alla legge e pertanto il carattere dovuto dell’atto esclude lo spirito di liberalità [13].

Le cose cambiano quando a porre in essere l’attribuzione gratuita rispondente ad un interesse collettivo sia una persona fisica: in tal caso è possibile sussista un atto liberale. Una persona fisica può agire per svariate motivazioni: ottenere un vantaggio economico oppure realizzare un proprio desiderio disinteressato di contribuire al soddisfacimento di un interesse generale. Si pensi al proprietario di un castello che dona l’immobile al FAI per evitare spese di manutenzione divenute troppo onerose da sostenere [14]. Laddove il disponente gratuito agisca per spirito di liberalità, l’atto produce indubbiamente un suo impoverimento e dunque pone il problema dell’applicabilità della disciplina della donazione tipica.

Con riferimento ad una particolare ipotesi, è il legislatore ad escludere e­spressamente l’applicabilità dello schema donativo. L’art. 41 c.c. prevede che i sottoscrittori di comitati siano tenuti ad effettuare le oblazioni promesse. Facendo leva su tale disposizione, una parte sempre più consistente di interpreti vede nell’interesse pubblico, a prescindere dalle finalità ulteriori perseguite, una causa sufficiente per distinguerlo dalla donazione [15]. L’art. 41 c.c. delinea un contratto consensuale, gratuito, avente ad oggetto una prestazione di valore anche non modico per il quale non valgono le regole dettate per la donazione. L’atto rispondente ad un interesse collettivo è valido solo se il promissario è un soggetto dotato di un minimo di consistenza organizzativa, almeno un comitato non riconosciuto: ciò perché il legislatore vuole essere sicuro che le erogazioni presentate come attuate per fini di pubblico interesse vengano poi effettivamente destinate per perseguire tali finalità. La mediazione dell’ente senza scopi di lucro appare meglio garantire in ordine all’effettivo impiego per il perseguimento dei fini annunziati e ciò per via del modo di operare e, laddove si tratti di ente pubblico o di persona giuridica, per via dei controlli cui l’ente è soggetto [16].

L’art. 41 c.c. nulla stabilisce in ordine al tipo ed al valore della prestazione da esso prevista. Gli interpreti ritengono valido l’atto solo se sia proporzionato rispetto al patrimonio del disponente e se consista nell’attribuzione di una somma di danaro o di altra cosa mobile. L’attribuzione di valore sproporzionato rispetto al patrimonio del disponente o di un bene immobile integra una donazione soggetta alla forma dell’atto pubblico [17].

La spinta a salvare le attribuzioni di pubblica utilità, anche laddove siano connotate da liberalità, sottraendole alle formalità della donazione porta gli interpreti a forgiare una norma simile a quella illustrata anche in Francia. In assenza di una regola legislativa quale quella dettata dall’art. 41 c.c. italiano, la giurisprudenza francese nega la riconducibilità dell’atto liberale rispondente ad un interesse collettivo alla donazione individuando nell’attribuzione all’en­te non profit un interesse morale del disponente idoneo ad escludere lo spirito di liberalità e quindi la donazione; tale interesse morale, in mancanza d’altro, è l’interesse a veder proseguire l’attività non profit. In Francia poi l’attribuzione in esame può avere ad oggetto anche un bene immobile [18].


4. I possibili risvolti interpretativi in ordine all’art. 2929-bis c.c.

Il quadro tracciato rivela l’esistenza di un principio generale che induce ad escludere l’applicazione delle regole dettate le liberalità agli atti gratuiti non liberali, in considerazione delle connotazioni finalistiche di essi.

Colui che dispone gratuitamente allo scopo di perseguire un proprio interesse economico agisce affrontando un sacrificio allo scopo di assicurarsi un vantaggio patrimoniale consistente in una prestazione del promissario. La gratuità implica l’assenza di qualsivoglia legame sinallagmatico garantito dal diritto, qualsivoglia nesso di interdipendenza stabilito dalle parti in base al quale la prestazione del disponente e quella del promissario sono scambiate. D’altro canto, anche in assenza di un vero sinallagma, quel sacrificio e quel vantaggio non sono totalmente autonomi: poiché il vantaggio è l’obbiettivo perseguito dal disponente ponendo in essere l’atto gratuito, esso diviene la giustificazione razionale del sacrificio. Colui che dispone gratuitamente ma perseguendo un proprio interesse economico agisce in un’ottica ben diversa da quella del donante animato dallo spirito di liberalità, un’ottica più assimilabile a quella dello scambio, e per questo la sua attività è assoggettata alla disciplina delle vicende onerose [19].

Gli atti a causa familiare e di interesse collettivo sono sottratti alle regole previste per la donazione allo scopo di agevolarli. Indubbiamente tali atti impoveriscono colui che li pone in essere, ma al tempo stesso sopperiscono ad esigenze della famiglia o di una collettività, spesso in seno a tali formazioni sociali alle esigenze di protezione di soggetti deboli (per esempio il mantenimento del coniuge economicamente più debole o dei figli minori; il contributo all’ente non profit che si occupa di indigenti od ammalati).

La regola generale volta a valorizzare i fini dell’atto per l’individuazione delle regole ad esso applicate potrebbe incidere sull’interpretazione dell’art. 2929-bis c.c., portando ad escludere dal campo di operatività di tale disposizione tutti gli atti gratuiti non liberali o parte di essi. La soluzione illustrata trova un riscontro legislativo con riferimento ad un particolare caso di revoca degli atti gratuiti di interesse collettivo nel testo dell’art. 64 l. fall., che esenta dall’inefficacia gli atti a titolo gratuito compiuti a scopo di pubblica utilità, purché vi sia proporzione tra la liberalità ed il patrimonio del donante.


NOTE

[1] GIANOLA, Atto gratuito, atto liberale – Ai confini della donazione, Giuffrè, Milano, 2002, 3 ss.

[2] GIANOLA, L’integrità del consenso dai diritti nazionali al diritto europeo, Giuffrè, Milano, 2008, 638 ss.

[3] BONILINI, Manuale di diritto ereditario e delle donazioni, Utet, Torino, 2000, 383; CATAUDELLA, La donazione, Giappichelli, Torino, 2005, 102.

[4] GIANOLA, Atto gratuito, cit., 137 ss.

[5] GIANOLA, Atto gratuito, cit., 364 ss.

[6] SACCO, Se tra i coniugi l’attuazione di fatto di un regime patrimoniale diverso da quello corrispondente a diritto dia luogo a restituzioni, in AA.VV., Questioni di diritto patrimoniale della famiglia, Cedam, Padova, 1989, 88.

[7] Cass. 10 aprile 2013, n. 8678.

[8] DORIA, Autonomia privata e “causa” familiare, Giuffrè, Milano, 1996, 240; GIANOLA, Atto gratuito, cit., 364.

[9] DORIA, op. cit., 240.

[10] Trib. Caltagirone 10-7-2008, in Dir. fam. pers., 2009, 673, con nota di A. DI SAPIO-A. GIANOLA, Di una “donazione” del tutore dell’interdetto.

[11] Trib. Saluzzo, 19 luglio 2012, in I Dossier di Guida al Diritto, 22 dicembre 2012, n. 49-50, IX, con commento di A. GIANOLA-A. DI SAPIO, Un meccanismo di protezione che tutela le esigenze primarie comuni alla famiglia.

[12] GIANOLA, Atto gratuito, cit., 367.

[13] Indicazioni bibliografiche in GIANOLA, Atto gratuito, cit., 204, nota 26.

[14] GIANOLA, Atto gratuito, cit., 205.

[15] SACCO (e DE NOVA), Il contratto, 3a ed., Utet, Torino, 2004I, 795; MOROZZO DELLA ROCCA Gratuità, liberalità, solidarietà, Giuffrè, Milano, 1998, 168; D’ANGELO, Le promesse unilaterali, in SCHLESINGER P. (diretto da), Il codice civile – Commentario, Giuffrè, Milano, 1996, 325.

[16] GIANOLA, Atto gratuito, cit., 209 ss.

[17] GIANOLA, Atto gratuito, cit., 213 ss.

[18] Sul punto si vedano le indicazioni giurisprudenziali e bibliografiche indicate in nota da GIANOLA Interesse morale e spirito di liberalità nella giurisprudenza francese, in Riv. dir. civ., 2003, II, 71.

[19] GIANOLA, Atto gratuito, cit., 7 ss.