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Usura 'bancaria', certezza del diritto e principio di legalità

D. Zaniolo

Sommario:

Premessa - 1. Il problema della determinazione del tasso 'soglia' - 2. Il problema della comparazione con il tasso soglia - 3. La consumazione del delitto di usura - 4. L'enigma del tasso moratorio - 5. L'individuazione dell'autore dell'usura bancaria - 6. Considerazioni finali - Note


Premessa

La riforma del reato di usura del 1996 fu salutata come l’opportunità di assicurare chiarezza a una fattispecie penale che soffriva di gravi difetti di indeterminatezza.

Si ricorderà che nel vigore della previgente disciplina non esisteva un parametro normativo che consentisse di “quantificare” il tasso usurario, perciò conseguiva un’inaccettabile varietà di giudizio da tribunale a tribunale. Ciò perché tutto ruotava intorno a parametri legali quali “lo stato di bisogno” e “l’ap­profittamento” dello stesso da parte del reo, la cui valutazione molto dipendeva dalla discrezionalità del giudicante [1]. L’accertamento del tasso usurario era solitamente correlato all’eccesso della controprestazione, al lucro indebito, alla mancanza di una legittima causa e via dicendo.

Nel 1996 l’illusione legislativa era quella di parametrare l’usurarietà della prestazione a un dato numerico, dunque oggettivamente rilevabile sia a priori che a posteriori. In tal modo si sarebbe garantita la certezza del diritto a vantaggio sia del creditore che del debitore.

A vent’anni di distanza si può affermare che il lodevole intento rischia il naufragio. Oggi, come allora, insistono sulla fattispecie incertezze e difficoltà interpretative che disorientano gli operatori.

L’esperienza delle aule di giustizia consente di cogliere queste incertezze fin dalla formulazione dei capi d’imputazione in relazione ai quali si potrebbe sintetizzare lo stato dell’arte parafrasando il famoso detto: “Tribunale che vai, usanza che trovi”.

Andiamo per ordine.


1. Il problema della determinazione del tasso 'soglia'

L’usura bancaria è una fattispecie di reato indiscutibilmente prevista dal nostro ordinamento penale: l’aggravante dell’art. 644, comma 5, n. 1) c.p. non lascia adito a dubbi di sorta. L’usura è qualificabile come “bancaria” allorché il superamento dei tassi leciti avviene in conseguenza di un contratto stipulato nell’esercizio di un’attività professionale, bancaria o d’intermediazione finanziaria mobiliare.

Storicamente il fenomeno dell’usura bancaria non ha conosciuto un’ampia casistica giudiziaria prima di quest’ultimo decennio, nel corso del quale invece si registrano molte pronunce di merito e di legittimità. E come spesso accade quando nelle aule giudiziarie approdano nuovi fenomeni, il compendio di decisioni giurisprudenziali è variegato. Ci vorrà tempo e quasi certamente l’intervento delle Sezioni Unite della Cassazione (se non addirittura della Corte Costituzionale) per trovare un assetto esegetico uniforme.

Il tasso d’interesse lecito dovrebbe essere stabilito, secondo l’espresso dettato dell’art. 644, comma 3, c.p.p. dalla “legge”; sostantivo che però nel caso di specie non va inteso in senso formale e perciò non indica una fonte primaria del diritto.

E infatti il noto meccanismo dell’art. 2 della legge 108/1996 ha sostanzialmente rimesso all’autorità amministrativa, vale a dire a una fonte secondaria, (il Ministero del Tesoro) il rilevamento del tasso effettivo globale medio (TEGM) annuo per ogni tipologia di operazione, in relazione al quale parametrare la liceità del tasso corrispettivo.

Questo sistema rende peculiare il delitto di usura e costituisce la fonte di buona parte dei problemi esegetici.

Già la nota sentenza della Cass. pen., Sez. II, 23 novembre 2011, n. 46669 aveva evidenziato che la nuova struttura del reato di usura fosse in qualche modo assimilabile a quello delle “norme penali in bianco”, “(…) il cui precetto è destinato ad essere completato da un elemento esterno, che completa la fattispecie incriminatrice giacché rinvia, al fine di adeguare gli obblighi di legge alla determinazione del tasso soglia ad una fonte diversa da quella penale, con carattere di temporaneità, con la conseguenza che la punibilità della condotta non dipende dalla normativa vigente al momento in cui viene emessa la decisione, ma dal momento in cui avviene l’accertamento, con esclusione del­l’applicabilità del principio di retroattività della legge più favorevole”.

La prima conseguenza di questa esegesi è l’impossibilità di far retroagire la norma più favorevole per il reo, possibilità riservata solo alle norme penali in senso stretto. Pertanto un successivo innalzamento della soglia normativa non rileva per escludere l’illegittimità dei precedenti superamenti dei tassi corrispettivi, come invece dovrebbe essere ai sensi dell’art. 2 c.p. [2].

Ma ciò che ha definitivamente scardinato il sistema cautelativo ipotizzato dal Legislatore del 1996 è un altro orientamento che sta conoscendo una fortuna alternata in giurisprudenza.

Questo è, in sintesi, il ragionamento.

La nozione di usura è statuita da una norma di legge primaria; l’art. 644, comma 4, c.p. a mente del quale per la determinazione del tasso d’interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito.

Orbene, proprio alla luce del dettato normativo, certa giurisprudenza ha e­nunciato sostanzialmente il principio dell’irrilevanza delle istruzioni della Banca d’Italia (e delle rilevazioni ministeriali) che, come si è detto in premessa, avrebbe invece dovuto costituire l’asse portante della materia.

La famosa sentenza 46669 della Corte di Cassazione forse non è stata la prima ad esprimere il concetto, ma è quella che probabilmente vanta la maggior notorietà:

Le circolari e le istruzioni della Banca d’Italia non rappresentano una fonte di diritti ed obblighi e nell’ipotesi in cui gli istituti bancari si conformino ad una erronea interpretazione fornita dalla Banca d’Italia in una circolare, non può essere esclusa la sussistenza del reato sotto il profilo dell’elemento oggettivo. Le circolari o direttive, ove illegittime e in violazione di legge, non hanno efficacia vincolante per gli istituti bancari sottoposti alla vigilanza della Banca d’Italia, neppure quale mezzo di interpretazione, trattandosi di questione nota nell’ambiente del commercio che non presenta in se particolari difficoltà, stante anche la qualificazione soggettiva degli organi bancari e la disponibilità di strumenti di verifica da parte degli istituti di credito”.

L’arresto giurisprudenziale è inequivocabile: le istruzioni della Banca d’Italia, anche se fatte proprie dall’autorità amministrativa non hanno rilievo ai fini della fattispecie penale [3]. Spetta a chi eroga il credito comparare il tasso effettivo con quello soglia, tenendo conto anche di ciò che l’autorità amministrativa non ha incluso.


2. Il problema della comparazione con il tasso soglia

Questa interpretazione ha aperto il vaso di Pandora che ha messo alla luce tutti i difetti della normativa ideata nel 1996.

Se, come dice la Cassazione, l’interprete non è vincolato dalle istruzioni della Banca d’Italia e perciò deve tener conto, nel momento della determinazione del tasso concreto, anche degli oneri che non sono considerati nel tasso soglia, come si opera il raffronto tra i due valori?

Il problema si pone ciclicamente ogni volta che si contestata lo sforamento dei tassi per una nuova “voce” di spesa. Si è iniziato con la Commissione di massimo scoperto (CMS), poi con l’anatocismo e, di questi tempi, si affronta la questione con riguardo al tasso di mora e alle polizze assicurative.

Se il tasso soglia è stato determinato senza tener conto di una certa variabile (la CMS, ad esempio), allora è ovvio che il confronto con il tasso applicato, che invece include il parametro, comporterà un’incongruenza con un probabile superamento dei tassi.

Vero è, però, che se fosse possibile rideterminare il tasso soglia a posteriori, addizionando il parametro “dimenticato”, allora anche quello effettivo rientrerebbe nell’alveo della legalità.

La critica all’esegesi giurisprudenziale è seria e mette in evidenza come il confronto tra due numeri risultanti da addendi disomogenei non sia possibile, con la consequenziale impossibilità di determinare l’usurarietà del tasso concreto.

L’osservazione sembra fin troppo ovvia e in effetti vien da chiedersi perché mai certa giurisprudenza non si accontenti dell’operato del soggetto finanziatore che si sia adeguato alle istruzioni della Banca d’Italia.

Mi pare che dietro a quella posizione apparentemente molto formalistica di certa magistratura si celi una preoccupazione mai espressa ma piuttosto intuibile: se il tasso usurario fosse determinabile solo ed esclusivamente conteggiando i parametri inclusi nelle istruzioni della Banca d’Italia, sarebbe facile aggirare il vincolo normativo. Con un po’ di fantasia si potrebbero “inventare” nuove voci correlate al prestito, addebitarle o comunque esigerle senza che però rilevino ai fini del delitto, proprio perché non computati nel TEGM.

Si tratta di una preoccupazione che evidenza una scarsa fiducia nei confronti del sistema bancario, che non tiene conto della notevole quantità di controlli di settore esistenti né degli altri rimedi giudiziari attribuiti al cliente/con­sumatore.

Resta però il fatto che, rebus sic stantibus, il sistema ideato nel 1996 rischia allora risolversi in un fallimento: non garantisce il debitore né il creditore e, in definitiva, non garantisce la certezza del diritto.

Allo stato si registrano decisioni contrastanti. In tema d’interesse di mora, ad esempio, si annotano (curiosamente lo stesso giorno) due pronunce asimmetriche.

Il tasso di mora, non incluso tra gli addendi del tasso soglia di riferimento è (quasi) sempre pattuito, perciò il prevedibile dilemma: se ne tiene conto ai fini della determinazione del tasso concreto?

Certamente no, ci dice il Tribunale di Varese con la sentenza del 27 aprile 2016 [4]: semmai dei tassi moratori si potrà tener conto ai fini dell’usura soggettiva. E questo proprio perché le istruzioni della Banca d’Italia non ne tengono conto ai fini della determinazione del TEGM.

Esattamente opposto l’avviso del Tribunale di Torino che in pari data [5] ha affermato invece che si deve tener conto dell’interesse moratorio e: “Non osta a questa conclusione la circostanza che il tasso di mora, come ogni altro onere previsto per il caso di inadempimento, sia stato e sia tuttora escluso dalla rilevazione ai fini del TEGM (…). La rilevazione del TEGM, sulla base delle Istruzioni della Banca d’Italia, e la determinazione del TEG della singola operazione creditizia, ai fini della verifica di legalità, sono infatti due operazioni distinte, rispondenti a funzioni diverse e aventi a oggetto aggregati di costi che, seppure definiti con un criterio omogeneo (interessi commissioni spese collegate all’erogazione del credito), non sono perfettamente sovrapponibili” [6].

Con il che, mi pare, si certifica l’estraneità dalla fattispecie astratta delle indicazioni della Banca d’Italia e si nega anche la natura di norma penale in bianco dell’art. 644 c.p. che invece era stata premessa nelle meno recenti decisioni della Suprema Corte.

Non a caso il giudice torinese ha espressamente definito la fattispecie legale “quasi autosufficiente”.

A questo punto il discostamento dallo schema voluto dal legislatore è evidente, così come sembra ovvia la perdita di valore della funzione delle rilevazioni statistiche fatte proprie dal Ministero.

Con buona pace della certezza del diritto.


3. La consumazione del delitto di usura

Altro autentico ingorgo interpretativo si forma a proposito dell’individua­zione del momento consumativo del reato di usura. La fattispecie è strutturata secondo il tipico schema dei delitti istantanei e si consuma con la “dazione” oppure con la “promessa” degli interessi o vantaggi usurari.

Di primo acchito, dunque, sembrerebbe che l’accertamento del tasso, in tema di operazioni bancarie, debba essere riferito al momento della stipula del contratto oppure, ove lo stesso fosse mancata, nel momento dell’esazione usuraria (evenienza comune nelle ipotesi di usura non bancaria).

Probabilmente l’intento della legge del 1996 era quello di costruire uno schema secondo il quale i contraenti si sarebbero dovuti attenere ai tassi soglia in vigore al momento della pattuizione.

Le cose però si sono svolte in maniera molto più complessa.

L’art. 644-ter c.p. stabilisce che la prescrizione del reato di usura decorre “dal giorno dell’ultima riscossione sia degli interessi che del capitale”.

Siccome la norma è chiarissima, la giurisprudenza si è orientata nel senso che il delitto deve intendersi a “consumazione prolungata”, vale a dire già perfezionato nel momento della stipula del contratto, ma che continua a perdurare ad ogni pagamento di rata.

Fin da subito si sono manifestati i problemi interpretativi.

Che fare dei contratti stipulati prima dell’entrata in vigore della legge del 1996 ma che sono continuati anche dopo? Gli “sforamenti” dei tassi successivi al 1996 ma derivanti dai contratti stipulati in precedenza, dovevano considerarsi dunque usurari?

È il tema della c.d. “usura sopravvenuta”: problematica che si è estesa anche ai contratti bancari successivi al 1996 secondo uno schema analogo: i tassi pattuiti al momento della conclusione del contratto potrebbero non essere più conformi ai sopravvenuti limiti di legge. Trattasi di evenienza assolutamente frequente, soprattutto in considerazione del fatto che certi contratti bancari hanno durata pluriennale.

Il dettato dell’art. 644-ter c.p. ha quindi indotto gli istituti bancari a predisporre meccanismi di adeguamento trimestrale degli interessi applicati, in sintonia con i rilevamenti della banca d’Italia.

A poco è servita la norma d’interpretazione autentica contenuta nell’art. 1, comma 1, d.l. 29 dicembre 2000, n. 394 (conv. in legge 28 febbraio 2001, n. 24) per la quale:

Ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

Pare che il legislatore avesse voluto precisare quanto si è detto in precedenza: la valutazione sull’usurarietà del tasso va operata al momento della stipula del contratto. La prescrizione del reato invece va correlata all’ultimo pagamento.

La Corte di Cassazione però ha fornito una lettura diversa della fattispecie astratta:

Il delitto di usura si configura come un reato a schema duplice, costituito da due fattispecie – destinate strutturalmente l’una ad assorbire l’altra con l’ese­cu­zione della pattuizione usuraria – aventi in comune l’induzione del soggetto passivo alla pattuizione di interessi od altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, delle quali l’una è caratterizzata dal conseguimento del profitto illecito e l’altra dalla sola accettazione del sinallagma ad esso preordinato. Nella prima il verificarsi dell’evento lesivo del patrimonio altrui si atteggia non già ad effetto del reato, più o meno esteso nel tempo in relazione all’eventuale rateizzazione del debito, bensì ad elemento costitutivo dell’il­lecito il quale, nel caso di integrale adempimento dell’obbligazione usuraria, si consuma con il pagamento del debito, mentre nella seconda, che si verifica quando la promessa del corrispettivo, in tutto o in parte, non viene mantenuta, il reato si perfeziona con la sola accettazione dell’obbligazione rimasta inadempiuta. Ne deriva, in tema di prescrizione, che il relativo termine decorre dalla data in cui si è verificato l’ultimo pagamento degli interessi usurari”. (Cass. pen., Sez. II, n. 11837 del 10 dicembre 2003 – dep. 11 marzo 2004, Sideri e altro, Rv. 228381).

Sicché, secondo l’esegesi ormai dominante, il reato di usura si configura come a duplice schema: perfezionato con il solo accordo, ove manchi la successiva esecuzione dell’accordo, ma consumato al momento dell’ultimo pagamento se questo vi è stato.

Il che, mi pare, vanifica la funzione della norma d’interpretazione autentica così svuotata di ogni significato.

Ovviamente la problematica si aggrava con riguardo ai contratti che prevedono la corresponsione di tassi fissi. Va da sé che, ove si applicasse il meccanismo di rilevamento dei tassi per i contratti a utilizzo flessibile, allora se ne dovrebbe concludere per l’illegittimità a priori dei contratti che prevedono i finanziamenti con piani di ammortamento predefiniti.

Addio al mutuo con tasso fisso, insomma?

Le indicazioni della Banca d’Italia [7] così si esprimono:

(…) per i finanziamenti con un piano di ammortamento predefinito (credito personale, credito finalizzato, leasing, mutui, prestiti contro cessione del quinto e della pensione, altri finanziamenti) viene rilevato il TEG relativo ai nuovi contratti stipulati nel trimestre. Per questa tipologia di crediti la verifica sul rispetto delle soglie è compiuta solo al momento della stipula del contratto, in cui la misura degli interessi è stabilita”.

Tuttavia, come sappiamo, la giurisprudenza non accorda a tali indicazioni alcun rilievo significativo sul piano della fattispecie legale.

E difatti si registrano decisioni (come la nota sentenza di Cass. civ., Sez. I, 11 gennaio 2013, n. 602 – Pres. Fioretti – Est. Dogliotti) che sembrano ammettere la rilevanza penale della c.d. usura sopravvenuta [8].


4. L'enigma del tasso moratorio

La questione della rilevanza del tasso di mora ai fini dell’usura mette allo scoperto tutte le problematiche connesse all’individuazione del momento consumativo dell’usura.

La Banca d’Italia non annovera il tasso di mora nel TEGM. Certa giurisprudenza, come avvenuto con altre voci di spesa, ritiene invece che esso vada conteggiato ai fini della verifica sull’usurarietà del tasso corrispettivo.

Siccome, come si è visto, il reato si consuma al momento della pattuizione, se il contratto prevede la mora in caso d’inadempimento, il delitto potrebbe considerarsi perfezionato in tutti i suoi elementi costituivi.

Si avrebbe allora l’assurda situazione per cui, anche in assenza di inadempimenti, un contratto che non ha presentato alcuna criticità e dunque senza concreta applicazione del tasso di mora, sarebbe comunque considerarsi viziato per usura. E allora la giurisprudenza sta cercando soluzioni alternative che appaiono, a onor del vero, non sempre conciliabili con il quadro normativo di riferimento.

Si afferma ad esempio che il tasso di mora rileverebbe ai fini dell’usura solo se effettivamente applicato, contraddicendo in questo modo la premessa (di cui si è detto in precedenza) che vuole il delitto consumato al momento dell’accordo, se non vi è stata l’effettiva esazione dell’interesse usurario.

A questo punto ci si dovrebbe interrogare anche sulle modalità di calcolo della mora: si aggiunge o si sostituisce al tasso corrispettivo? E, ancora, incide solo per la parte d’interesse relativa all’inadempimento, oppure deve essere conteggiata sul valore complessivi dei tassi pattuiti? Infine ci si chiede se queste modalità di conteggio debbano variare a seconda dei tipi di contratti bancari.

Le risposte a questi quesiti sono complesse e di pertinenza più degli esperti contabili che dei giuristi, ma quel che è certo è che non saranno mai totalmente soddisfacenti perché, quali che saranno, non troveranno un sicuro appiglio nelle norme penali.


5. L'individuazione dell'autore dell'usura bancaria

Ulteriore profilo d’incertezza della materia si coglie allorché ci si confronta con il problema dell’individuazione dei soggetti responsabili del delitto. Le scelte delle diverse Procure del nostro Paese non potrebbero essere più disomogenee: chi imputa i direttori di filiale, ai quali si rimprovera di essersi passivamente adeguati alle istruzioni della Banca d’Italia e chi invece accusa i vertici aziendali, colpevoli della determinazione della “politica aziendale”. In altri casi poi s’imputano sia i vertici che i funzionari di filiale.

Ognuna di queste scelte è criticabile e presenta profili discutibili.

Intanto va ricordato che oggigiorno, salvo qualche limitata eccezione, l’ero­gazione di un finanziamento è un’operazione procedimentalizzata, quasi mai di pertinenza esclusiva di un singolo soggetto, ma che coinvolge più persone ed è supportata da sistemi di gestione informatizzati che indirizzano le scelte.

In questo contesto l’attribuzione di responsabilità penali in capo a chi ha sottoscritto il contratto è quanto mai complessa, tanto più sul piano della prova del dolo.

Il direttore di filiale non ha, di solito, alcun vero ruolo sulla determinazione del tasso corrispettivo, il cui valore è sovente generato da un software predisposto a livello centralizzato.

Ma soprattutto mi pare inesigibile la pretesa, implicita nella contestazione penale, del costante presidio, da parte del direttore di una filiale di banca, sui tassi applicati ogni trimestre su ogni singolo conto corrente. Nella maggior parte dei casi giudiziari, infatti, l’usura si rapporta al superamento dei tassi soglia non tanto nella fase genetica, vale a dire in quella della pattuizione, quanto piuttosto in quella dinamica, sicché la contestazione penale ai direttori di filiale presuppone il principio che su di loro incomba il dovere di verificare, ogni trimestre, i tassi applicati su ogni singolo rapporto contrattuale della filiale.

Ancor meno realistico, poi, mi pare la pretesa delle Procure per le quali i direttori di filiale dovrebbero sindacare sulle istruzioni della Banca d’Italia e discostarsi da esse, facendo includere nei tassi corrispettivi voci che il decreto ministeriale di riferimento ha invece escluso.

Ma anche l’imputazione dei vertici aziendali desta perplessità di non poco conto. Giammai essi sono a conoscenza delle dinamiche del singolo conto corrente, del quale ignorano l’esistenza fino al momento in cui ricevono una qualche notizia dall’autorità giudiziaria.

Si afferma allora che essi sarebbero responsabili perché, stando al vertice dell’istituto bancario, avrebbero determinato la “politica aziendale” che ha causato il superamento dei tassi soglia. Affermazione insoddisfacente per diversi motivi.

In primo luogo la “politica aziendale” incriminata non ha comportato il superamento del tasso soglia per tutti i contratti, ma semmai solo in alcuni limitati casi, sicché la correlazione tra le decisioni di vertice e il singolo caso concreto non ha ragione d’essere.

Tanto più, poi, che all’interno del medesimo contratto, nella maggior parte dei casi, gli “sforamenti” sono riconducibili solo ad alcuni trimestri.

Basterebbe tanto per escludere in radice la prova del dolo del reato di usura. Ma anche l’idea che sia il consiglio di amministrazione dell’istituto bancario a determinare la politica generale in merito all’applicazione dei tassi d’in­teresse necessita, a mio avviso, di una precisazione importante.

Quello dei tassi d’interesse è certamente un argomento che interessa i vertici aziendali, ma dal punto di vista della strategia commerciale globale, non certo da quello delle concrete modalità di calcolo e delle singole voci da includere nel TEGM.

Questo è il compito degli uffici tecnici che, com’è ovvio che sia, tendono ad adeguare il loro operato alle direttive della materia, in primis le indicazioni della Banca d’Italia [9].

Attribuire quindi ai membri dell’organo amministrativo di un istituto bancario la responsabilità per lo sconfinamento dei tassi in alcuni singoli rapporti contrattuali comporta problematiche di accertamento dell’elemento soggettivo di non poco conto.

Perché, anche a voler tacere di tutti gli altri profili problematici, ove il pubblico ministero riuscisse a fornire (come avviene solitamente) la prova che il consiglio di amministrazione di una banca non si è occupato delle modalità di calcolo del tasso soglia, avrebbe raggiunto l’evidenza tutt’al più della colpa e non certo del dolo.


6. Considerazioni finali

Quanto finora esposto costituisce un esempio, certamente non esaustivo, delle difficoltà esegetiche sottese alla fattispecie penale dell’usura.

La soluzione, per così dire intermedia, adottata dalla giurisprudenza fino ad oggi, cioè quella di ritenere la sussistenza oggettiva del delitto ma di assolvere gli imputati per carenza dell’elemento soggettivo, è per sua stessa natura destinata a cessare a breve termine.

Quando, poi, si comincerà ad esaminare la delicatissima tematica dell’usu­ra soggettiva applicata anche alle ipotesi bancarie, allora l’incertezza applicativa sarà destinata ad amplificarsi oltremodo.

Ad oggi l’ordinamento giuridico non garantisce certezza a chi opera nel settore bancario, in primis ai singoli funzionari di filiale, con il rischio di condanne per un reato infamante e molto grave, ma nemmeno ai consumatori che, dovendosi muovere in un ambito giuridico incerto, sono talvolta indotti a iniziative giudiziarie rischiose, inutili e costose che finiscono con l’aggravare la loro situazione patrimoniale.

La certezza del diritto, insomma, è un bene prezioso per tutte le parti ed è quanto mai necessario che il legislatore intervenga per fare chiarezza.


Note

[1] Vedasi per un approfondimento ANTOLISEI, Manuale di diritto penale, parte speciale 1, 1982, p. 310

[2] In generale sull’inapplicabilità retroattiva della norma penale più favorevole con riferimento alle norme penali in bianco, si veda: Cass. pen. Sez. I, n. 19107 del 16 maggio 2006 – dep. 30 maggio 2006, Tortora, Rv. 234217.

[3] Irrilevanza espressa direttamente da Tribunale Alba 18 dicembre 2011 – – Est. Martinat, in http://www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/6564.pdf.

[4] http://www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/14984.pdf.

[5] http://www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/ban.php?id_cont=14932.php.

[6] Ibidem.

[7] http://www.bancaditalia.it/media/approfondimenti/2013/legge-antiusura/index.html.

[8] Non mancano però prese di posizione diverse in magistratura. È il caso della Procura di Bolzano che in due richieste di archiviazione, rispettivamente del 26 novembre 2014 e del 15 dicembre 2014 (inedite) ha distinto i casi di finanziamenti con tassi fissi da quelli con tassi variabili, aderendo sostanzialmente alle indicazioni della Banca d’Italia.

[9] Che, va ricordato, sono il frutto di una complessa rete di normative, nazionali e sovranazionali, alle quali gli enti bancari sono tenuti ad adeguarsi.