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L'anatocismo nella sua dinamica evolutiva: l'approdo della legge 8 aprile 2016, n. 49

Francesco Pipicelli, Magistrato presso il Tribunale di Biella

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Sommario:

1. Il dato normativo - 2. Nuovo art. 120 TUB e proposta di delibera C.I.C.R. in consultazione da agosto 2015 in relazione al testo precedente dell'art. 120 TUB: analogie e differenze - 3. Considerazioni conclusive


1. Il dato normativo

Alla fine di un tortuoso percorso normativo, il legislatore è infine giunto ad una nuova versione dell’art. 120, comma 2, TUB – quale da ultimo modificato alle lettere a) e b) attraverso l’art. 17-bis del decreto legge n. 18 del 14 febbraio 2016, recante “Misure urgenti concernenti la riforma delle banche di credito cooperativo, la garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze, il regime fiscale relativo alla procedure di crisi e la gestione collettiva del risparmio”, inserito con modifiche in sede di conversione con la legge 8 aprile 2016, n. 49 – il quale dispone nell’attuale formulazione che:

Il C.I.C.R stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che: a) nelle operazioni di conto corrente o di conto di pagamento sia assicurata, nei confronti della clientela, la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori, comunque non inferiore ad un anno; gli interessi sono conteggiati il 31 dicembre di ciascun anno e, in ogni caso, al termine del rapporto per cui sono dovuti; b) gli interessi debitori maturati, ivi compresi quelli relativi a finanziamenti a valere su carte di credito, non possono produrre interessi ulteriori, salvo quelli di mora, e sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale; per le aperture di credito regolate in conto corrente e in conto di pagamento, per gli sconfinamenti anche in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido: 1) gli interessi debitori sono conteggiati al 31 dicembre e divengono esigibili il 1° marzo dell’anno successivo a quello in cui sono maturati; nel caso di chiusura definitiva del rapporto, gli interessi sono immediatamente esigibili; 2) il cliente può autorizzare, anche preventivamente, l’addebito degli interessi sul conto al momento in cui questi divengono esigibili; in questo caso la somma addebitata è considerata sorte capitale; l’autorizzazione è revocabile in ogni momento, purché prima che l’addebito abbia avuto luogo”.


2. Nuovo art. 120 TUB e proposta di delibera C.I.C.R. in consultazione da agosto 2015 in relazione al testo precedente dell'art. 120 TUB: analogie e differenze

Veniamo adesso ad esaminare i punti di contatto e le differenze con l’an­te­cedente costituito dalla proposta di delibera C.I.C.R. in consultazione nel corso dell’anno 2015, vigente la precedente disposizione normativa dell’art. 120, comma 2, TUB, in attuazione del quale la stessa era posta.

2.1. Gli interessi di mora

La proposta di delibera C.I.C.R. (art. 3, comma 3) – pur stabilendo il divieto di anatocismo oggi confermato come si vedrà – faceva salva in ogni caso la produzione degli interessi moratori, tuttora consentita, con rinvio espresso di natura ricognitiva alle disposizioni del codice civile, da ritenersi tuttora applicabili anche vigente l’attuale testo dell’art. 120 TUB.

La disciplina attuale, la quale prevede che gli interessi debitori non possano produrre interessi ulteriori salvo quelli di mora, risulta quantomeno opportuna per fugare i dubbi che in dottrina si erano posti all’indomani della proposta di delibera C.I.C.R., non specificandosi in precedenza se gli interessi da essa disciplinati nell’ambito dell’attività bancaria fossero quelli aventi funzione di remunerazione del capitale (corrispettivi) o anche quelli con finalità risarcitoria in caso di inadempimento (moratori).

Già a seguito della proposta gli interpreti si erano orientati per il riferimento del divieto di produzione di ulteriori interessi soltanto ai corrispettivi e non ai moratori, stante l’irrazionalità delle conseguenze. Infatti, il divieto di produzione ed applicazione degli interessi di mora in caso di inadempimento avrebbe reso possibili quali rimedi per reagire allo stesso inadempimento esclusivamente la domanda giudiziale o il recesso con revoca degli affidamenti e immediata “chiamata al rientro”; una disposizione dettata a tutela del cliente-correntista avrebbe così finito per danneggiarlo, costringendolo a subire le conseguenze economiche di un giudizio o a vedersi revocate le linee di fido anche in ipotesi di inadempimenti transitori normalmente tollerati dalla banca, a fronte dell’applicazione di interessi di mora.

In secondo luogo, la Banca d’Italia aveva rilevato l’assenza di una norma di deroga esplicita al principio per cui è dovuto un risarcimento a fronte di un inadempimento, sancito ex art. 1218 c.c.

2.2. La pari periodicità con conteggio annuale e l’esigibilità differita: il divieto di anatocismo per gli interessi debitori

La versione del 2016 dell’art. 120, comma 2, TUB alla lettera a) innova la già consolidata regola della pari periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori che creditori (introdotta nel 2000 e reiterata nella versione del 2014) con la fissazione di un termine minimo annuale “comunque non inferiore a un anno”, con conteggio da effettuarsi entro il 31 dicembre di ciascun anno (evidentemente anche per i rapporti accesi in corso d’anno) ed in ogni caso al termine del rapporto bancario quando il medesimo intervenga anteriormente a tale data.

Inoltre, la lettera b) continua a disciplinare i casi genericamente ricompresi nell’area delle aperture di credito/affidamenti o comunque nelle situazioni di fatto di conti correnti “in rosso” o “in scoperto” perché oltre i limiti del fido concesso o in assenza di affidamento (qualora oggetto di tolleranza dalla banca che non decida di revocare le linee di credito), sancendo quello che attenta dottrina (CIVALE) ha definito un “valzer a tre tempi” o “ritmo ternario” degli interessi passivi, i quali: 1) maturano giorno per giorno quali frutti civili del capitale ex art. 821 ultima parte c.c.; 2) sono conteggiati il 31 dicembre dello stesso anno; 3) diventano esigibili e pagabili il 1 marzo dell’anno successivo a quello in cui gli stessi sono maturati (salva l’immediata esigibilità in caso di chiusura definitiva del rapporto).

Ai sensi dell’art. 4 della proposta di delibera C.I.C.R. – applicabile ai rapporti regolati in conto corrente, conto di pagamento nonché ai finanziamenti a valere su carte di credito – recante una disciplina il cui nucleo è del tutto similare a quella attuale, era stabilito che “il contratto stabilisce la stessa periodicità, comunque non inferiore a un anno, nel conteggio degli interessi creditori e debitori. Gli interessi sono conteggiati il 31 dicembre di ciascun anno e, comunque, al termine del rapporto per cui sono dovuti; per i contratti stipulati nel corso dell’anno, il conteggio è effettuato il 31 dicembre”.

L’introduzione di un termine minimo annuale per la pari periodicità ed il conteggio degli interessi, a differenza della precedente cadenza trimestrale, era stato “salutato” favorevolmente già nella proposta di delibera C.I.C.R., in quanto soluzione che permette un maggior grado di trasparenza delle condizioni economiche (in quanto il tasso effettivo corrisponde al tasso di interesse nominale annuo) ed un miglior confronto tra le varie offerte sul mercato con conseguente stimolo della concorrenza e competitività tra istituti di credito, foriero di vantaggi per il sistema finanziario nel suo complesso.

Inoltre, si è detto che una maggiore trasparenza aumenta il grado di fiducia riposto dalla clientela verso il settore bancario, con maggiore stabilità delle relazioni anche in periodi di congiuntura negativa e con aumento delle possibilità per i clienti di fruire dei servizi proposti.

Tuttavia, quanto affermato nella relazione di accompagnamento di Bankitalia secondo alcuni non corrisponde al vero perché il tasso effettivo annuo non corrisponderà al tasso nominale, dovendosi tener conto della dilazione secondo la formula ordinaria del TAEG.

Diverso è tuttavia nella disciplina attuale il dies a quo di decorrenza del termine di sessanta giorni che segna l’esigibilità degli interessi, che come già visto diventano pagabili soltanto dopo sessanta giorni dal conteggio (31 dicembre) e quindi dal 1 marzo successivo.

Il termine, già previsto nella proposta del C.I.C.R. del 2015, pare contemperare esigenze della parte creditrice e della parte debitrice, in quanto da un lato favorisce la certezza e la trasparenza nell’interesse del correntista debitore e dall’altro consente alla banca di svolgere quel minimo di istruttoria necessaria ad acquisire elementi di valutazione sull’evoluzione del merito del debitore e sulla capacità di rispettare i termini del pagamento.

Si tratta di un termine secco “di grazia” o “di quiescenza” di 60 giorni dal conteggio, sincrono per tutti i clienti, non legato alla data di ricezione dell’estrat­to conto, che determina un risparmio per il cliente ed una ridotta redditività per le banche, la cui misura cresce in ragione della crescita del saggio degli interessi debitori pattuiti.

In precedenza, la proposta di delibera C.I.C.R. prevedeva che il termine di 60 giorni, o quello superiore eventualmente concordato con il cliente, decorresse dal ricevimento da parte del cliente dell’estratto conto inviato ex art. 119, comma 3, TUB o dalle comunicazioni periodiche sulle operazioni di pagamento (art. 126-quater, comma 1, lettera b) del TUB), con possibili disallineamenti temporali tra singoli clienti e tra diversi istituti di credito, discrasie oggi eliminate per favorire la trasparenza e l’eguaglianza nelle condizioni contrattuali.

In ogni caso, pare evidente che la norma primaria – nella parte in cui sancisce l’esigibilità degli interessi il 1 marzo successivo al conteggio degli stessi – abbia provveduto a derogare come fonte di pari grado alla disciplina ordinaria prevista dal codice civile sull’apertura di credito regolata in conto corrente che si ritrae dalle norme di cui agli artt. 1843, 1845 e 1852 c.c., per cui la somma utilizzata e gli accessori non sono esigibili prima della cessazione del rapporto.

Si tratta di una soluzione di compromesso pervasa dalla preoccupazione che, se gli interessi maturati, non fruttiferi (che nella proposta di delibera C.I.C.R. erano contabilizzati separatamente rispetto alla sorte capitale), non fossero esigibili fino alla chiusura del conto, le banche non avrebbero convenienza a stipulare aperture di credito a tempo indeterminato ma determinato, per poter ottenerne a breve interessi esigibili con regolazione in conto corrente, con conseguenze non positive per i clienti.

Opportunamente, l’attuale formulazione della norma quanto agli interessi debitori a è dettata “per le aperture di credito regolate in conto corrente e in conto di pagamento, per gli sconfinamenti anche in assenza di affidamento ovvero oltre il limite del fido” (mentre la proposta di delibera C.I.C.R. in consultazione nel 2015 faceva prima generico riferimento ai rapporti regolati in conto corrente), in quanto tali rapporti di affidamento generano normalmente interessi passivi.

Del resto, storicamente il rapporto contrattuale maggiormente interessato dalla prassi anatocistica è sempre stato proprio l’apertura di credito regolata in conto corrente, in quanto nella pratica bancaria gli interessi maturati erano capitalizzati e addebitati in conto, in caso di mancanza di fondi con un necessitato ulteriore utilizzo del fido, remunerato a sua volta con l’interesse intra-fido o per scoperto extra-fido.

Il principio fondamentale nell’ambito della proposta di delibera C.I.C.R. – affermato a seguito della formazione di una giurisprudenza di merito nel senso della immediata applicabilità del divieto di anatocismo pur nell’ambiguità della formulazione normativa ed in recepimento della stessa – era sancito dall’art. 3 in base al quale “gli interessi maturati non possono produrre interessi”.

Tale principio è attualmente ripetuto nella formulazione dell’art. 120 TUB in base alla quale “gli interessi debitori maturati … non possono produrre interessi ulteriori … e sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale”.

La lettera b), che si dedica a disciplinare esclusivamente gli interessi debitori a carico del cliente – i quali essendo frutti civili del capitale maturano giorno per giorno ex art. 821 c.c. – pone quale regola generale che gli stessi non possano produrre interessi ulteriori, salvo quelli di mora in caso di inadempimento, e dovranno quindi essere calcolati esclusivamente sulla sorte capitale.

A tal proposito, va osservato che – pur nella condivisibile eliminazione delle espressioni ambigue e contraddittorie “interessi periodicamente capitalizzati” e “successive operazioni di capitalizzazione” – il legislatore ha confermato in via di principio e per quanto riguarda gli interessi passivi il divieto di capitalizzazione anatocistica (quale produzione degli interessi sugli interessi) già introdotto dal 1 gennaio 2014.

2.3. L’autorizzazione anche preventiva del cliente all’addebito in conto degli interessi

L’art. 120 TUB nella attuale formulazione, alla lettera b), enuncia quale disposizione di principio che il cliente può autorizzare, anche preventivamente, l’addebito degli interessi sul conto al momento in cui questi divengono esigibili, senza tuttavia specificare forme e modalità di tale autorizzazione, ma con la medesima conseguenza – già enunciata nella proposta di delibera del 2015 – che in questo caso la somma addebitata è considerata sorte capitale.

Viene dunque prevista per il cliente la facoltà di autorizzazione preventiva alla banca perché sia consentito il pagamento mediante addebito sul conto degli interessi una volta che gli stessi sono divenuti esigibili.

Tale modalità di pagamento degli interessi scaduti consiste quindi nella conclusione di un accordo di capitalizzazione degli interessi, che determina oggi come in passato una riduzione della provvista disponibile ed un incremento del credito utilizzato, sul quale a loro volta inizieranno a decorrere gli interessi pattuiti.

Si tratta, comunque, secondo i classici insegnamenti di diritto bancario (FERRO-LUZZI), di un pagamento dell’interesse effettuato in moneta scritturale o bancaria mediante annotazione in conto.

La norma parla di autorizzazione preventiva, quindi il meccanismo di accordo previsto tra il cliente e la banca risulta molto diverso dalla “convenzione posteriore alla scadenza” di cui all’art. 1283 c.c., che non sembra costituirne pertanto la base giustificativa di tipo normativo, peraltro essendovi una riduzione del termine da sei a due mesi.

Sulle modalità previste, si è affermato (MARTINAT, Convegno 8 ottobre Tribunale di Torino) che sarebbe stata più coerente un’autorizzazione data volta per volta dal cliente anche in termini di effettiva e consapevolezza della decisione del medesimo, che è opportuno sia scevra da condizionamenti, onde evitare forme automatiche e predeterminate di anatocismo, a fronte di un generale divieto dello stesso.

In senso contrario, si è affermato in dottrina (CIVALE) che richiedere un consenso al cliente volta per volta equivale a rendere incerto e non ponderabile il pagamento degli interessi mediante addebito sul conto, con l’opportunità che l’autorizzazione all’addebito sul conto possa essere resa dal cliente una tantum e rimanere valida per tutta la durata del rapporto di apertura di credito.

In ogni caso, il fatto che l’autorizzazione possa essere rilasciata, in via preventiva, al momento della sottoscrizione del contratto, renderà verosimilmente automatica la capitalizzazione nella contrattazione generale per moduli invalsa nella prassi bancaria, quale opzione contrattuale di default.

La previsione dell’autorizzazione in via preventiva, in ogni caso, pare andare incontro ad alcune incisive critiche mosse alla precedente disposizione contenuta nella delibera C.I.C.R. del 2015, in cui si stabiliva che l’autorizza­zione all’addebito degli interessi in conto corrente potesse intervenire una volta decorso il termine di sessanta giorni o quello superiore eventualmente stabilito, quindi solo al momento in cui gli stessi fossero stati esigibili.

In tal senso, ASTUNI aveva molto opportunamente osservato che “dopo 60 giorni, il debito per interessi è già esigibile. Il debitore è quindi esposto a essere segnalato per sconfinamento alla Centrale Rischi della Banca d’Italia. Evidente che non possa trattare sotto la spada di Damocle di una segnalazione per sconfino”.

L’autorizzazione all’addebito in conto corrente non sembra avere carattere contrattuale in quanto non è previsto un incontro di volontà tra le parti; pare piuttosto consistere in un atto unilaterale del cliente, poiché il dato normativo attuale non fa cenno alla necessità che la banca vi consenta. Tuttavia, siffatto addebito implica l’esistenza di una disponibilità entro i limiti dei fondi disponibili più il fido per elasticità di cassa concesso dalla banca. Anzi, in questi casi, ci si è chiesto se non sia superflua l’autorizzazione qualora vi siano fondi per pagare gli interessi divenuti esigibili.

Ma quid iuris se il conto corrente si trova già in sconfino o va oltre il fido per effetto dell’addebito degli interessi (situazione in cui sarebbe possibile, come si vedrà, una rimessa solutoria ex art. 1194 c.c.)?

Risulta evidente infatti che in assenza di fido o oltre la capienza dello stesso, per consentire il pagamento degli interessi mediante addebito sul conto, non è sufficiente che il cliente lo autorizzi in via preventiva con effetto vincolante (come nella normale ipotesi di utilizzo nei limiti del fido), perché in aggiunta dovrà verificarsi l’ulteriore condizione per cui la banca – che legittimamente può rifiutarsi di aumentare il fido concesso o di concederne uno se non vi era – per consentire tale addebito, a seguito di rapida istruttoria, aumenti il fido (o lo conceda per la prima volta) in misura necessaria a procedere all’addebito in conto di interessi esigibili o anche in misura superiore, eventualmente applicando il costo fisso della commissione di istruttoria veloce ex art. 117-bis TUB.

In tal senso, un incontro di volontà e l’espressione del consenso anche per fatti concludenti (aumento del fido) da parte della banca saranno necessari, non risultando sufficiente l’espressione unilaterale di volontà del correntista, non vincolante per la controparte che eroga la provvista.

In ogni caso, il cliente ben può negare l’autorizzazione all’addebito in conto; in tal caso la somma per interessi divenuta esigibile sarà fuori dal conto corrente e sarà considerata quale separata ed autonoma (per cui sarebbe opportuno, come si dirà, che sia reintrodotta la contabilizzazione separata), come visto in deroga al principio per cui si può chiedere il pagamento di somme afferenti al conto solo dopo la chiusura del medesimo.

In dottrina (DOLMETTA) è stato opportunamente evidenziata la necessità di introduzione di una norma espressa in per cui il diniego di autorizzazione da parte del cliente all’addebito in conto non può costituire giusta causa di recesso per l’istituto di credito, altrimenti si avallerebbero comportamenti ritorsivi in contrasto con la ratio protettiva del correntista, nell’insieme formata sia dal periodo di quiescenza che dal negozio autorizzativo.

Si deve poi osservare che non è stata riprodotta una disposizione transitoria e finale simile a quella contenuta nell’art. 5, comma 2 della proposta di delibera C.I.C.R. in consultazione per il 2015, la quale prevedeva che “i contratti in corso sono adeguati con l’introduzione di clausole conformi all’articolo 120 TUB e alla presente delibera, ai sensi degli articoli 118 e 126 sexies del TUB. L’adeguamento costituisce giustificato motivo ai sensi dell’articolo 118 del TUB”.

A parere di chi scrive, in assenza di siffatta disposizione, l’adeguamento dei contratti in corso – sul punto dell’accordo con il correntista per l’addebito in conto corrente di interessi divenuti esigibili – non potrà realizzarsi con una variazione unilaterale delle condizioni economiche da parte della banca per giustificato motivo ex art. 118 TUB, ma necessiterà di una nuova pattuizione scritta specifica tra cliente e banca, sulla base del seguente triplice ordine di considerazioni:

a) vige un generale divieto di anatocismo non solo ai sensi dell’art. 1283 c.c. ma anche e soprattutto, per ciò che qui rileva, ai sensi dell’art. 120 TUB nell’attuale formulazione, che normalmente vieta la produzione di interessi sugli interessi, per cui una deroga per consenso del correntista non può che essere specifica, anche argomentando sulla base dell’appiglio normativo dell’art. 127 TUB (derogabilità delle disposizioni del titolo in senso più favorevole al cliente);

b) non si tratta in senso tecnico-giuridico di ius variandi, quale mera modifica di condizione contrattuale esistente per giustificato motivo, ma di una pattuizione contrattuale ex novo per di più in deroga a un divieto di legge;

c) trattandosi di pattuizione contrattuale originaria e non di ius variandi la medesima non potrà che essere soggetta al regime dell’art. 117 TUB (redazione in forma scritta), disposizione che vale per il contratto originario ma non per le successive operazioni in conto corrente effettuate in esecuzione dello stesso, in base alle norme sulla trasparenza bancaria.

2.4. Le rimesse per estinguere gli interessi esigibili

La proposta di delibera del 2015, pur enunciando il medesimo principio del­l’autorizzazione all’addebito in conto di cui all’art. 4, comma 4, ultimo periodo, stabiliva altresì al comma 5 che “il contratto può stabilire che, dal momento in cui gli interessi sono esigibili, i fondi accreditati sul conto dell’interme­diario e destinati ad affluire sul conto del cliente sul quale è regolato il finanziamento siano impiegati per estinguere il debito da interessi”.

In sostanza, la proposta di delibera in consultazione lo scorso anno prevedeva un ulteriore accorgimento per agevolare l’estinzione del debito da interessi.

Infatti, nella relazione di accompagnamento alla delibera della Banca d’Italia si era osservato, quanto all’opportunità di prevedere una modalità alternativa di estinzione del debito da interessi, che in caso di conto incapiente il debitore avrebbe dovuto provvedere al pagamento in contanti (soluzione difficoltosa in assenza di liquidità) o con bonifico da altra banca (soluzione costosa in assenza di un conto già aperto presso altro istituto).

Per ovviare a ciò, si era appunto disposto che, qualora previsto in contratto, le rimesse in entrata sul conto corrente del debitore (ad esempio un bonifico proveniente da un terzo creditore del correntista), a seguito della maturata esigibilità degli interessi, potessero direttamente essere stornate dalla banca per estinguere il debito secondo l’imputazione ex art. 1194 c.c.

La previsione sembra latamente richiamare le delegazioni di pagamento degli enti locali, con le quali si realizza un mandato irrevocabile all’incasso dell’in­termediario con priorità sugli altri creditori.

In dottrina (MARCELLI) essa è stata criticata, con l’affermazione per cui “per un conto corrente che non rimanga inutilizzato, la convenzione contrattuale di pagamento degli interessi alla prima rimessa affluita in conto è assimilabile, di fatto, alla capitalizzazione che la legge intende vietare”.

La fattispecie è apparentemente estranea all’istituto dell’anatocismo, in quan­to nel momento in cui gli interessi divenuti esigibili alla decorrenza del termine sono pagati con i fondi accreditati sul conto dalla banca, essi non esistono più, essendo stato estinto il relativo debito, dunque non è possibile che producano altri interessi.

In concreto, tuttavia, gli interessi saranno dovuti per pagare il precedente debito per interessi, così generando una sorta di anatocismo “mediato o mimetizzato”.

Formalmente, però, non vi sarà pratica anatocistica perché i nuovi interessi non si produrranno sugli interessi precedenti che si sono estinti ma sulle somme esattamente corrispondenti utilizzate per pagarli.

Tra l’altro, la previsione è dettata per tutte le rimesse, indipendentemente dal fatto che siano rimesse solutorie e quindi pagamenti in senso tecnico ai sensi dell’art. 1194 c.c. o rimesse ripristinatorie del correntista, con un’estensione indifferenziata ad entrambe le tipologie che crea una frizione con i principi generali.

Come ben evidenziato dalle SS.UU. Cass. n. 24418 del 2 dicembre 2010, si hanno rimesse solutorie nell’ipotesi predetta di versamenti effettuati dal correntista su un conto corrente per il quale vi sia stato uno sconfinamento rispetto al fido concesso oppure su un conto corrente ab origine non affidato, mentre si parla di rimesse ripristinatorie quando il versamento del correntista è volto esclusivamente a ripristinare il plafond di affidamento originario.

Ne consegue che soltanto tali rimesse solutorie hanno efficacia di “pagamento” ai sensi dell’art. 1194, comma 2, c.c., in base al quale “il debitore non può imputare il pagamento al capitale, piuttosto che agli interessi e alle spese, senza il consenso del creditore”: in sostanza, nell’ipotesi normale e salvo il consenso del creditore, tali rimesse dovrebbero essere imputate prima agli interessi e solo dopo al capitale.

Il tema consente di introdurre l’esame di un’aporia dell’attuale disciplina messa condivisibilmente in luce in uno dei primissimi commenti dottrinali sul­l’impatto del nuovo art. 120 TUB (QUATTROCCHIO-BELLANDO-MONCHIERO).

Si pensi in ipotesi a rimesse solutorie effettuate dal correntista nei primi due mesi dell’anno (possibili in ogni caso, pur se non è stata reiterata la previsione specifica di pattuizione di rimesse volte ad estinguere gli interessi esigibili), periodo topico di differimento di esigibilità degli interessi debitori già maturati e conteggiati al 31 dicembre dell’anno precedente.

In tal caso, le rimesse solutorie effettuate nei primi due mesi dell’anno abbattono il debito per capitale ma paradossalmente, per volontà del legislatore del 2016, non possono “pagare” gli interessi maturati nel periodo precedente, circostanza questa che nella normale operatività dei rapporti di conto corrente avrebbe potuto condurre alla totale sterilizzazione dell’effetto anatocistico in un lasso di tempo (non trascurabile), decorsi inutilmente i quali – senza l’inter­vento di rimesse solutorie con valenza di pagamento – gli stessi interessi avrebbero a loro volta potuto produrre interessi con effetto anatocistico.

Sotto l’aspetto giuridico vi è poi una marcata criticità, in quanto se gli interessi divengono esigibili 60 giorni dopo la scadenza (il 1 marzo rispetto al conteggio del 31 dicembre), con una discrasia tra data di esigibilità del capitale e degli interessi, in caso di rimesse del correntista, il rimborso del capitale a scadenza nei primi due mesi dell’anno viene a precedere quello per interessi, lasciando spazio a possibili comportamenti opportunistici della clientela miranti a rimborsare il capitale e dilazionare sine die il pagamento degli interessi, con conseguente venir meno della tutela per il creditore prevista dall’art. 1194 c.c.

Per entrambe le ragioni su esposte, quindi, sarebbe stato più corretto e funzionale prevedere l’esigibilità immediata degli interessi alla scadenza annuale.

2.5. La mancata previsione della contabilizzazione separata di interessi e capitale

Inoltre, quanto all’altra importante espunzione rispetto alla proposta di delibera C.I.C.R. (e che sarebbe opportuno, a parere di chi scrive, venisse re-introdotta dalla normazione secondaria), va rilevato come non vi sia più il fondamentale corollario contabile al generale divieto di anatocismo – che, si ricordi, è tuttora ribadito – costituito dalla contabilizzazione separata degli interessi maturati rispetto alla sorte capitale, ossia dalla loro annotazione in partitari separati e distinti.

Si tratta dell’esistenza di due distinte poste, ciascuna contraddistinta da un proprio regime: quanto contabilizzato sub specie di interessi non produrrà ulteriori frutti (salva la sola ipotesi di consenso del correntista all’addebito in conto decorsi due mesi dal conteggio e quindi divenuti esigibili gli interessi), mentre le somme iscritte a capitale, normalmente produttive di frutti, continueranno a farlo ai sensi dell’art. 821 c.c.

Normalmente, infatti, il debitore non può fare versamenti a ripristino della provvista, se esistono in conto corrente debiti in extra-fido.

La separata contabilizzazione degli interessi maturati potrebbe indurre a una diversa conclusione, avendo il debitore la facoltà di scegliere se imputare la rimessa al saldo passivo per capitale o per interesse scaduto (nel primo caso a seconda delle ipotesi concrete vi sarà rimessa solutoria o ripristinatoria, nel secondo caso sempre ripristinatoria).

Inoltre, come già evidenziato sopra, particolarmente opportuna è tale contabilizzazione separata per consentire la regolamentazione immediata del pagamento degli interessi in difetto di autorizzazione all’addebito in conto.


3. Considerazioni conclusive

Il nuovo art. 120 TUB nel testo attuale costituisce un sottosistema autonomo di disciplina esauriente della pratica anatocistica nei rapporti bancari, che in quanto disposizione di legge ordinaria di pari rango deroga all’art. 1283 c.c. e disciplina la materia per specialità. Dunque, ritiene chi scrive che abbia poco rilievo interrogarsi in materia sulla perdurante vigenza ed applicabilità dell’art. 1283 c.c., vigente tale sottosistema normativo.

In ogni caso, così come un generale divieto di anatocismo salve le ipotesi disciplinate può rinvenirsi nell’ambito dell’art. 1283 c.c., lo stesso è contenuto nell’ambito del nuovo testo dell’art. 120 TUB, che si pone pertanto in linea di diretta continuità con il precedente testo (in vigore dal 1 gennaio 2014), che tale divieto aveva posto con espressioni ambigue ed opportunamente eliminate e che in tal senso era stato interpretato dalla prevalente giurisprudenza di merito ed infine confermato dal progetto di delibera C.I.C.R. in consultazione da agosto 2015 (mai definitivamente approvata prima della recentissima novità normativa).

In precedenza, vigente un generale divieto di anatocismo bancario, risultava problematico per un atto di normazione secondaria quale una delibera C.I.C.R. poter sancire deroghe – nel senso di prevedere un anatocismo pattizio sia nel senso dell’autorizzazione all’addebito in conto che del consenso alle rimesse per estinguere interessi debitori divenuti esigibili – senza collidere con il principio di gerarchia delle fonti, circostanza che avrebbe reso necessaria una disapplicazione da parte del giudice ordinario della fonte normativa di rango inferiore illegittima per contrasto con quella superiore.

A ben vedere, la situazione adesso è mutata.

Infatti, pur essendovi un divieto generale di anatocismo ex art. 120 TUB, legittimamente può la stessa norma primaria al suo interno sancire una deroga ed eccezione alla regola nel senso dell’anatocismo “pattizio” mediante addebito in conto.

Semmai, la tutela del correntista può essere recuperata sul versante teleologico intendendo tale deroga come di stretta interpretazione ed imponendo, anche senza espressa previsione ma in applicazione dei principi generali, che tale consenso sia prestato nelle ordinarie forme della trasparenza bancaria per iscritto ex art. 117 TUB anche in forma preventiva, consenso che proprio perché libero (ed informato) deve essere – per espressa previsione di legge – revocabile finché l’addebito abbia avuto luogo.

Ciò posto, non sembra opportuno – stante la copertura di norma primaria – né necessario ricondurre tale autorizzazione in via preventiva alla convenzione posteriore alla scadenza degli interessi ex art. 1283 c.c. Ciò in primo luogo perché l’art. 1283 c.c. pare essere “fuori gioco” in materia bancaria ed in secondo luogo perché la norma espressamente prevede l’ipotesi (che sarà statisticamente prevalente) di una convenzione preventiva e non successiva.

Né sembra potersi criticare la scelta legislativa della reintroduzione della prassi anatocistica, posto che è la stessa norma primaria a prevederlo e disciplinarlo in via eccezionale.

Poiché la norma continua a fare riferimento ad una Delibera C.I.C.R., si pone nuovamente la questione dell’efficacia immediata o differita della modifica, dovendosi chiedere innanzitutto l’interprete – così come avveniva nel vigore della precedente disposizione - se l’introduzione (definitiva) dell’anatoci­smo annuale ad opera della legge 8 aprile 2016, n. 49, sia immediatamente efficace ovvero necessiti del “perfezionamento” da parte del C.I.C.R.

Ad una prima approssimazione, il livello di dettaglio e la precettività della norma, anche interpretata alla luce del precedente progetto di delibera C.I.C.R. in discussione nel 2015, non sembrano richiedere una disciplina di completamento, costituendo un sistema compiuto ed autonomo.

Nel caso comunque auspicabile di un intervento che sia di dettaglio tecnico, pare opportuna la reintroduzione della contabilizzazione separata di interessi e capitale (quale modalità operativa che costituisce il corollario del divieto generale di anatocismo) nonché del sistema della rimessa per estinzione degli interessi divenuti esigibili, che a parere di chi scrive non costituisce una forma di anatocismo vietata e ben potrebbe essere posta dalla normazione, secondaria senza violare il nuovo art. 120 TUB.

Quindi, sarebbe opportuno che un’eventuale disposizione regolamentare ripetesse tale possibilità di estinguere gli interessi a debito mediante rimesse e non soltanto, come è adesso, mediante addebito sul conto a valere sul fido su autorizzazione del cliente, con capitalizzazione della somma addebitata e conseguente produzione di interessi su quanto utilizzato per estinguere il debito da interessi, ipotesi questa che a parere di chi scrive potrebbe essere lasciata come extrema ratio perché l’unica davvero derogatoria rispetto al generale divieto di anatocismo tuttora ribadito dalla stessa norma di legge ordinaria.