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Le società benefit: luci e ombre

A Frignani, Ordinario di Diritto privato dell’Unione europea all’Università di Torino

P. Virano, Professore a contratto di Diritto commerciale all’Università di Torino

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Sommario:

1. La nuova figura della societÓ benefit - 2. Il legal transplant - 3. Esame dei singoli articoli della legge italiana - 4. L'AGCM vigilerÓ anche sulle B-Corp - 5. Commenti e rilievi critici - Note


1. La nuova figura della societÓ benefit

La legge 28 dicembre 2015, n. 208 (legge di stabilità 2016), fra i suoi incontabili (quasi mille) commi, ne dedica nove (da 376 a 384) ad una nuova figura di società chiamata “società benefit” che è stata salutata dai media con annunci entusiastici come strumento che vuole riscrivere l’economia [3]. Prima di accingerci ad esaminarne il contenuto proviamo a capire le sue radici.

Il prototipo è sicuramente quello statunitense, come si legge nella Relazione al disegno di legge n. 1882 presentato al Senato il 17 aprile 2015 dal senatore Del Barba ed altri, che poi è stato incorporato nella legge omnibus di “stabilità”. In quell’ordinamento giuridico infatti è nato l’istituto che ha dato, oltre che il nome alla nuova figura di società, anche l’impostazione generale del suo contenuto: coesistenza nello stesso ente dello scopo di lucro con lo scopo sociale, definizione del beneficio comune, soggetti responsabili delle finalità sociali, relazione allegata al bilancio, valutazione dei risultati, possibilità di fregiarsi del titolo di “società benefit”. Ma come è avvenuto questo transplant?


2. Il legal transplant

Si è cominciato nel 2010 con la legge del Maryland chiamata Maryland Benefit Corporation, approvata il 13 aprile 2010, entrata in vigore il 1 ottobre 2010, il cui contenuto può così essere sintetizzato.

a) Innanzitutto permette ad una società lucrativa di essere costituita (o trasformata, se già costituita) per perseguire una duplice finalità: il lucro per i soci e la comunità e l’ambiente per gli altristakeholders.

b) Il perseguimento del beneficio comune, definito come “material, positive impact on society and the environment, as measured by a third-party standard, through activities that promote a combination of specific public benefits” (paragrafo 6 C (6) A), deve essere esplicitato nello statuto.

c) Secondo il paragrafo 6 C (1) D, ilpublic benefitpuò consistere in

– offrire a individui o comunità prodotti o servizi utili;

– promuovere l’opportunità economica per individui o comunità al di là della creazione di posti di lavoro nel normale svolgimento dell’attività economica;

– preservare l’ambiente;

– migliorare la salute umana;

– promuovere le arti, le scienze o lo sviluppo della conoscenza;

– aumentare il flusso di capitali ad entità aventi lo scopo di beneficio pubblico;

– la realizzazione di qualsiasi altro particolare beneficio per la società o l’ambiente [4].

  1. d) Per la conversione (da uno statuto “profit” ad uno statuto “profit + public benefit) è necessaria la maggioranza dei 2/3 di ogni categoria di azioni.
  2. e) La valutazione dei risultati deve essere fatta da un terzo sulla base di criteri oggettivi dallo stesso stabiliti[5].
  3. f) La relazione deve accompagnare il bilancio.
  4. g) Gli azionisti hanno un’azione diretta per controllare se il loro investimento “sociale” ha funzionato come doveva.
  5. h) Il nuovo status dibenefit corporationdeve essere indicato in tutti i mezzi di comunicazione, inclusi carta intestata, certificati azionari ecc.
  6. i) Il “benefit director” non sarà personalmente responsabile per un attocom­missivo od omissivo fatto nel perseguimento dello scopo benefico, a meno che ci sia dolo o violazione di legge.
  7. l) I terzi destinatari deibenefitsindicati nell’oggetto sociale non possono far valere alcuna pretesa verso gli amministratori.

La legge non identifica il nuovo istituto (o la nuova figura di impresa) con l’espressione “non profit” [6], altra forma di esercizio d’impresa che negli USA ha una lunghissima tradizione ed un’ampia diffusione [7]. Quest’ultima è identificata con il “non distribution constraint” (divieto di distribuzione degli utili ai soci) che ne rappresenta un criterio obbligatorio ex lege e che implica la liceità di realizzare degli utili, e solo il divieto di distribuirlo ai soci [8]. Negli USA questa formula di entrepreneurship ha avuto facile sviluppo dovuto al fatto, fra l’altro, che godeva di un trattamento fiscale molto favorevole [9].

La grande novità dunque risiede nell’accoppiata profit-public benefit che va perseguita simultaneamente e che ha come presupposto la produzione di profit per poter sostenere i costi del public benefit.

Il precedente ha avuto molto successo e nel giro di pochi anni quasi una quarantina di Stati ha adottato una legge simile. Fra questi vanno annoverati in particolare il Delaware [10] con l’emendamento alla Delaware General Corporation Law entrato in vigore il 1 agosto 2013 [11] e la California con i parr. 14600 ss., incorporato nella California General Corporation Law [12]con effetto a partire dall’1 gennaio 2012. Il primo esempio è il più stimolante e si guarda con attenzione ai risultati che si saranno ottenuti per il “sociale”, posto che questo Stato era il più rigido nell’affermare l’obbligo degli amministratori di una profit corporation di agire esclusivamente per perseguire il shareholders value nell’interesse dei soci. Questo concetto della “shareholder primacy” è stato di recente ribadito da una sentenza della Delaware Chancery Court [13] dove il giudice ha scritto the United States, directors of for-profit companies are required to act solely for the ultimate purpose of maximizing the financial returns to shareholders. While corporations generally have the ability to engage in any legal activities, including those that are socially responsible, corporate decision-making must be justified in terms of creating shareholder value.”, concludendo poi che “American corporate law makes corporate managers accountable to only one constituency – the stockholders” e “a non-financial mission that ‘seeks not to maximize the economic value of a for-profit Delaware corporation for the benefit of its stockholders’ is inconsistent with directors’ fiduciary duties” [14].

Nella legge del Delaware va osservato un limite al perseguimento dello scopo “benefit”; infatti gli amministratori devono operare“in a responsible and sustainable manner” e ci deve essere un bilanciamento tra gli interessi dei soci e quello public.

La diffusione delle benefit companies negli USA è, fra l’altro, facilitata anche dall’attivismo di B-Lab [15], una organizzazione privata non-profit che tiene l’e­lenco delle società B-Corp. e dà una specie di patente a chi è ammesso a tale elenco; oltre al fatto che B-Lab, assistita dall’avv. William Clark dello studio Drinker Biddles e Reath, ha sponsorizzato la prima legge del Maryland e addirittura preparato una legge-modello che molti Stati hanno utilizzato ed utilizzeranno.

Anche se la responsabilità sociale dell’impresa era già conosciuta, essa poteva prendere due forme: o si creava una non-profit organization oppure era svolta da una organization for profit, ma in tal caso i costi dell’attività sociale andavano mescolati con i costi dell’attività profit e non dovevano intaccare il shareholders value, fondamentale compito degli amministratori, mediante il facile escamotage di far passare le opere di pubblico interesse come strumento indiretto di promozione della società profit [16].

Siccome in genere non sono previsti benefici fiscali, la spinta alle B-Corp. deriva dal potersi qualificare e fregiare come in possesso di tale status e dunque acquisire una immagine presso il pubblico e le autorità che può giovare anche alla parte profit dell’attività.

Eccetto il caso dell’Italia, in Europa non ci risultano altre anteriorità, salvo le leggi che incentivano la funzione sociale dell’impresa.

È noto che in Francia già a partire dagli anni settanta si chiedeva alle imprese lucrative di redigere un “bilancio sociale”, incentivandolo con vantaggi fiscali o di altra natura. Mi riferisco in particolare alla legge 77-769 del 12 luglio 1977 che ha istituito il “bilan social”, la quale ha inserito nel Code de travail gli artt. da 2323-68 a 2323-77 [17]. Si tratta di un obbligo ex lege, del quale bisogna fare una ricapitolazione in un documento annuale, che deve riguardare il reddito, gli occupati, gli esclusi, la sanità, la sicurezza e le altre condizioni di lavoro, gli alloggi, la scuola, le condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie, l’ambiente [18].

L’esempio francese fu imitato diversi anni dopo dal Belgio con la legge 22 dicembre 1995, anch’essa basata sulla tutela dei lavoratori e con la peculiarità, rispetto al modello francese, che il documento riepilogativo annuale era da depositarsi presso la Banca Centrale Belga.

Lo stesso è avvenuto in Spagna [19].

Anche in Germania è usuale parlare di responsabilità sociale dell’impresa, ma non c’è alcuna legge che la imponga o disciplini, anche se per motivi di immagine ed etica degli affari molte imprese vi si dedicano realizzando in tal modo la Sozialwirtschaft.

Sotto questo profilo la legge italiana approvata nel dicembre scorso è una novità in tutta Europa.


3. Esame dei singoli articoli della legge italiana

Cerchiamo ora di passare velocemente in rassegna le nuove norme, entrate in vigore il primo gennaio 2016, contenute dal comma 376 al comma 382 della citata legge di stabilità.

Ai sensi del comma 376 le società benefit uniscono, al normale scopo sociale di divisione degli utili, anche “una o più finalità di beneficio comuneEd al comma 378 troviamo la definizione di beneficio comune: perseguire “uno o più effetti positivi, o la riduzione degli effetti negativi, su una o più categorie di cui al comma 376”. Dobbiamo allora tornare al comma 376 per identificare le categorie: “persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali, enti e associazioni ed altri portatori di interesse”, verso le quali (“categorie”) le B-corp devono operare in modo “responsabile, sostenibile e trasparente”. Chi sono gli “altri portatori di interesse” ce lo dice nuovamente il comma 378: i soggetti coinvolti nell’attività della B-corp, quali “lavoratori, clienti fornitori, finanziatori, creditori, pubblica amministrazione e società civile”.

Cercando di uscire da questo gioco dell’oca, di rimandi da un comma all’altro, pare che il legislatore italiano abbia voluto lasciare un amplissimo margine di manovra all’imprenditore che desideri costituire una B-corp., il quale potrà porre in essere qualsiasi azioni o omissione [20], purché finalizzata a far del bene (effetti positivi), o far meno male (ridurre gli effetti negativi), verso una vastissima cerchia di soggetti, interni o esterni alla società stessa.

Veniamo al comma 377. Le finalità di beneficio comune devono essere “indicate specificatamente nell’oggetto sociale … e sono perseguite mediante una gestione volta al bilanciamento con l’interesse dei soci e con l’interesse di coloro sui quali l’attività sociale possa avere un impatto”. Viene poi precisato che possono essere società benefit tutte le tipologie di società, di persone o di capitale, cooperative comprese, previste dal codice civile, a conferma che non è stato intaccato il principio di tipicità delle società.

Nel comma 379, a parte la ripetizione di quanto già detto dal legislatore al comma 377, e cioè che le finalità “benefit” devono essere indicate nell’oggetto sociale, ed a parte il fatto che si prevede che le società esistenti, ovviamente, se vogliono diventare società benefit devono modificare il proprio oggetto sociale nel rispetto delle norme contenute nel c.c., vi è la previsione che, accanto alla denominazione sociale possano essere aggiunte le parole “società benefit o l’abbreviazione SB”. Va da sé che tali “aggiunte” possono poi essere utilizzate nelle comunicazioni ai terzi. È questo il vero interesse “commerciale” che potrà muovere gli imprenditori all’idea di creare una B-corp.

Il comma 380 ripete (v. il comma 377) che la società benefit deve essere amministrata in modo “da bilanciare l’interesse dei soci” con le “finalità di beneficio comune e gli interessi delle categorie” di soggetti sopra individuate. Questo bilanciamento di due scopi contrastanti, che era già presente nella legge del Delaware, non sarà facile da raggiungere a meno di spostare sul piano social una parte dell’attività che già facevano le imprese profit perché veniva spesso giustificato come strumento di promozione. Deve inoltre essere identificata un figura interna alla società alla quale assegnare il compito di perseguire le finalità sociali.

Gli amministratori pare vengano gravati dall’obbligo di perseguire le finalità di beneficio comune e di bilanciamento di queste con l’interesse dei soci (l’utile!) pena, recita il comma 381, l’applicazione delle norme sulla responsabilità degli amministratori scandite dal c.c. per ciascun tipo di società.

Nel comma 382 si prevede la redazione di una relazione annuale da allegare al bilancio (e da pubblicare sul sito internet) che preveda: “a) la descrizione degli obiettivi specifici, delle modalità e delle azioni attuate dagli amministratori per il perseguimento delle finalità di beneficio comune e delle eventuali circostanze che lo hanno impedito o rallentato; b) la valutazione dell’impatto generato utilizzando lo standard di valutazione esterno con caratteristiche descritte nell’allegato 4 annesso alla presente legge e che comprende le aree di valutazione identificate nell’allegato 5 annesso alla presente legge; c) una sezione dedicata alla descrizione dei nuovi obiettivi che la società intende perseguire nell’esercizio successivo”.

Nell’allegato 4 si identifica lo “standard di valutazione esterno” contenente i criteri da utilizzare per la redazione della relazione da allegare al bilancio, la quale deve pertanto essere: “esauriente e articolata”, “sviluppata da un ente che non è controllato o collegato” alla società benefit, “credibile” e “trasparente”.

Nell’allegato 5 invece si elencano le quattro “aree di valutazione”: (i) governo d’impresa, (ii) lavoratori, (iii) altri portatori di interesse e (iv) ambiente.

Per concludere l’esame delle norme, il comma 384 assegna all’AGCM un nuovo compito: verificare che le B-corp. non violino le norme sulla pubblicità ingannevole e, in generale, quelle contenute nel codice del consumo, tra le quali sicuramente quelle sulle pratiche commerciali scorrette. Ne parleremo, data l’importanza, nel punto che segue.


4. L'AGCM vigilerÓ anche sulle B-Corp

Come sarà noto, tra i diversi compiti assegnati all’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, il legislatore, in diversi momenti, ha pensato che quest’ultima debba sobbarcarsi l’onere di vigilare (e sanzionare!) il comportamento delle imprese in materia di pubblicità ingannevole, disciplinata dal d.lgs. 145/2007, ed in materia di pratiche commerciali scorrette, disciplinata all’interno del Codice del Consumo, ed in particolare dagli artt. 18 e ss., d.lgs. 206/2005.

Emerge allora dal comma 384, che come abbiamo visto demanda all’AGCM il controllo su questi aspetti, una traccia piuttosto evidente di quello che sarà l’uso che gli imprenditori vorranno fare delle B-Corp, perché il legislatore ha già anche pensato di porre sin da subito un valido arresto ad eventuali abusi: gli imprenditori potranno sfruttare la “nuova” società per le sue potenzialità commerciali, pubblicitarie o divulgative nelle varie forme note agli esperti, a condizione che rispettino le norme sopra citate.

Gli esempi dello sfruttamento commerciale li abbiamo visti scrutando oltre oceano, ma sono già presenti anche da noi [21]. Infatti, fa breccia tra i consumatori il “cibo a km zero”, la produzione “green”, le “emissioni a basso impatto ambientale”, i prodotti biologici, ed allora, perché non preferire i beni prodotti o i servizi resi da una società benefit? Ecco l’uso, la pubblicità che l’impren­ditore può fare di se aggiungendo al proprio nome il suffisso “SB” “B-corp.” o “società benefit”.

Ma se poi un consumatore o una delle tante associazioni dei consumatori (o un concorrente che fa arrivare la soffiata! [22], dovessero scoprire che la Gamma S.p.a. SB, pubblicizza il proprio “SB” dappertutto, sui manifesti, negli spot televisivi, sui prodotti, ma poi quel bilanciamento degli interessi dei soci con lo scopo “benefit” non viene perseguito dai propri amministratori e resta sulla carta? Oppure se si accertasse che la società ha redatto una relazione sul perseguimento del beneficio comune del tutto falsa? O solo non sufficientemente “esauriente ed articolata” oppure non “credibile e trasparente”?

In questo caso si potrà configurare una ipotesi di pratica commerciale scorretta, comportamento vietato e sanzionato dall’AGCM [23], senza contare che la condanna sanzionatoria che ne seguirebbe potrebbe rappresentare per la società solo la punta di un iceberg rispetto alle azioni risarcitorie [24] che i consumatori potrebbero avviare sulla base dell’accertamento dell’illecito da parte del­l’Autority. Lo stesso potrebbe accadere nel caso in cui sia invece configurabile una violazione delle norme sulla correttezza della pubblicità.

È pertanto evidente come l’imprenditore che voglia dotarsi di una forma societaria del tipo “benefit” lo dovrà fare con la consapevolezza che l’AGCM vigilerà sull’effettiva finalità di beneficio comune così come indicata nell’og­getto sociale. E questo è sicuramente, da una parte, un disincentivo all’idea di coniugare il “profitto” con il “beneficio comune”, dall’altra parte, ciò deve essere visto dalle imprese come un preciso invito al rispetto della normativa in materia di pubblicità e pratiche commerciali.


5. Commenti e rilievi critici

La prima domanda alla quale occorre dare una risposta è se c’era bisogno di questa legge oppure se gli stessi obiettivi si potevano raggiungere con le figure già esistenti nel variegato panorama giuridico italiano. Intendiamo riferirci a tutte le figure di impresenon profitgià presenti, dalle cooperative sociali alle società sportive dilettantistiche, alle imprese sociali (d.lgs. 24 marzo 2006, n. 155) [25] alle mutue assicuratrici e a tutte le organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS) di cui al d.lgs. 4 dicembre 1997 (queste ultime con scopi che sono sostanzialmente gli stessi affidati alle società benefit), per menzionare solo le più evidenti epifanie del fenomeno.

Ma allora sorge un altro dubbio: che, visti gli scarsi risultati di tutte le società non profit e le imprese sociali (e soprattutto gli scandali perpetrati attraverso o a beneficio delle stesse) si sia voluto provare con qualcosa di mezzo tra i due estremi (del lucro, da un lato, e del “sociale”, dall’altro), tanto è vero che si parla di “low profit” [26], o di “a metà tra profitto e bene comune” [27].

Il “tramonto dello scopo di lucro”, dopo un lungo dibattito in dottrina, era già da tempo constatato ed accettato nella teoria della società in diritto italiano [28] e, vista “l’indiscriminata proliferazione delle società di diritto speciale”, [29] aveva portato a chiedersi se la distinzione tra le organizzazioni collettive del libro primo del codice (le associazioni e le fondazioni) e quelle del libro quarto (le società) si riducesse ormai “a nulla di più che ad un mero nominalismo” [30], facendo emergere la conclusione della “neutralità” della forma e struttura per svolgere un’attività economica.

C’è tuttavia una differenza abbastanza importante: le non-profit hanno ancora e sempre il marchio della non distribuibilità ai soci né degli utili né delle riserve, in modo diretto o indiretto, come pure della non devoluzione ai soci del patrimonio della società al momento dello scioglimento, mentre nelle società benefit tale divieto non esiste (anche se per finanziare l’attività volta al public benefit occorrerà erodere l’ammontare degli utili conseguiti).

Con riferimento alle imprese sociali (d.lgs. 24 marzo 2006, n. 155) è interessante notare la affinità, quasi identità, dei soggetti od obiettivi che possono essere beneficiari dell’attività “sociale” contenuti nel d.lgs. n.155 e quelli previsti nella legge ora in commento[31]; con la conseguenza che la differenza più rilevante è data dall’attivitànon-profit da svolgere in via esclusiva, dalla non distribuibilità degli utili e dagli incentivi fiscaliQuanto agli utili, nelle società benefit potranno sicuramente essere prodotti e distribuiti, ma essi si assottiglieranno nella misura necessaria a finanziare i costi per l’attività volta al beneficio comune, a meno che si tratti di attività che si autofinanzia nel tempo [32].

La nuova società può essere un “tipo sociale”[33], ma non un “tipo” legale, infatti essa può essere costituita utilizzando uno dei tipi previsti dal Libro V, titoli V e VI del codice civile (comma 377). Inoltre dei “tipi ” di società si parla nel comma 379, per richiamare gli artt. 2252, 2300 e 2436. E si dispone altresì (comma 381) che la responsabilità degli amministratori è quella “di ciascun tipo di società” prescelta per il raggiungimento di queste finalità miste. Dunque la nuova legge cambia solo l’oggetto sociale, ma rimane neutra rispetto al “tipo” societario prescelto.

Un altro problema è se i vantaggi che ci si proponeva di raggiungere siano in realtà raggiungibili. Quello di una maggiore sensibilità verso la comunità e verso l’ambiente, a costo zero per lo Stato, sicuramente SI, anche perché sono esclusi incentivi fiscali di qualsiasi genere. Ma allora per raggiungere il “beneficio comune” (comma 378) non c’era bisogno di questo nuovo strumento perché vi bastava il bilancio sociale, e le varie imprese “sociali”[34]oltre le società senza scopo di lucro (le così dette ONLUS).

Se noi poi consideriamo che il legislatore, nella nozione di “altri portatori di interesse”, considerati come “coloro sui quali l’attività sociale possa avere un impatto” (comma 377), vengono ricompresi “lavoratori, clienti, fornitori, finanziatori, creditori, pubblica amministrazione e società civile” (comma 378), viene il dubbio che “gli effetti positivi” o la “riduzione degli effetti negativi” a favore di tali soggetti le società profit li perseguissero già da tempo [35].

Oltre a questo, quali possono essere gli incentivi per gli imprenditori ed i soci: i primi, ad imbarcarsi in attività non lucrative, i secondi, a vedersi diminuire i propri utili a vantaggio della collettività [36]?

Rispetto agli USA manca una norma che liberi da una responsabilità personale l’amministratore o il responsabile del perseguimento del beneficio comune.

Questa attività deve sempre essere in perdita o almeno si potranno coprire i costi? Se così non è, si torna all’unico vantaggio che è quello di godere di uno “status” (società benefit) da utilizzare nella promozione dei prodotti o servizi della società. Secondo le prime esperienze, sia negli USA che in Europa, l’aver ottenuto la certificazione diB.Corporationviene spacciato come “marchio di qualità”.

Che sia proprio la strada dove passa il futuro del capitalismo[37]o per “riscrivere l’economia” [38] si può dubitare. Intanto come si può tutelare la società benefit o i suoi amministratori da eventuali azionisti che vedono in questo un tradimento dell’obiettivo principale che è fare profitti? Come si faccia ad amministrare la società benefit “in modo da bilanciare l’interesse dei soci, il perseguimento delle finalità di beneficio comune e gli interessi delle categorie (beneficiarie del beneficio come indicato nello statuto) (bilanciamento richiesto dalla legge italiana, commi 377 e 380, sulle orme della legge del Delaware) quando l’inosservanza di questo obiettivo è sanzionata con le stesse norme della responsabilità degli amministratori? C’è addirittura chi ipotizza che “deve escludersi qualsiasi responsabilità dell’amministratore che abbia compiuto atti in contrasto con l’interesse proprio dei soci (costituito dalla massimizzazione degli utili) per il perseguimento della finalità di beneficio comune” [39]. Ci pare però che tale conclusione non sia sostenibile perché in contrasto con il “bilanciamento” degli interessi.

Da ciò deriva l’importanza della definizione (o descrizione) esatta di quale sarà il perimetro del beneficio sociale da raggiungere, perché solo così si potrà dare una valutazione tra i mezzi impiegati ed i risultati raggiunti e soprattutto sarà possibile circoscrivere l’ampiezza dei poteri degli amministratori e la loro eventuale responsabilità se hanno sforato da tali limiti.

Sul bilancio nulla di nuovo dispone la legge e dunque sarà unico, dovendo ricomprendere anche i costi (e gli eventuali rimborsi) relativi alle attività sociali. Questi saranno poi estrapolati per comporre la “relazione” prevista dal comma 382.

Se la società chiude il bilancio in passivo gli amministratori possono decurtare, fino ad annullare, le spese “sociali”? La risposta è positiva; d’altra parte può essere una decisione che può salvare dall’aumento di capitale [40], o dal cadere in stato di insolvenza o – eventualmente –di fallimento. Di ciò sembra essersi reso conto il legislatore quando dispone che la relazione può indicare perché gli obiettivi “sociali” di cui all’oggetto non sono stati raggiunti (comma 382, lett. a).

Nella relazione al bilancio (diversa dalla “relazione” sulle attività “sociali”) si dovrà dar conto di ciò, perché i confini dell’attività sociale segnano anche il limite della responsabilità degli amministratori: ciò che vi è dentro rientra nelle sue competenze, ciò che ne esula è un atto ultra vires con tutte le conseguenze note.

La legge prevede che la realizzazione dei compiti “sociali” sia affidata a soggetti che non sono amministratori (comma 380), ma che i loro atti siano riferiti all’organo amministrativo; si tratta dunque di una comune delega di poteri[41]. L’unico vantaggio sembra pertanto di carattere pratico, nel senso che tale compito può essere affidato a persone competenti nel particolare settore, anche se non specialisti digovernance societaria.

Come si può evincere dagli scarni riferimenti comparatistici effettuati, la legge italiana è stata fatta sullo schema delle leggi americane, che ha preso come modello se non in alcuni punti addirittura copiato, senza rendersi conto che iltransplantautomatico spesso rischia di non attecchire in un sistema societario dalle tradizioni radicate come quello italiano. Quanto al successo della nuova formula, laddove già sperimentata, bisogna andare piuttosto cauti; infatti viene spesso (ad es. sul sito di B.Lab) enfatizzato un dato, il numero delle società che sono state approvate dalla B.Corporation, che non serve a capire quali e quanti e di che consistenza sono le spese dedicate al “sociale”, ed in particolare in quale rapporto siano con i risultati dell’attività profit.

Un accenno infine alla funzione diB.Lab[42] di “certificare” le società che si adeguano agli standards di valutazione. Questi standards sull’impatto generato dalla finalità benefica sono annessi alla legge (comma 382) e finora sono stati elaborati dalla B.Lab prima ancora che la legge fosse scritta. È possibile rivolgersi ad altri enti che siano qualificati da expertise? Certamente si, ma in pratica B.Lab, con il proprio sito internet largamente diffuso, tenderà ad essere se non l’unica, la società leader nel settore. Ma ciò non toglie che uno spazio se lo potranno ricavare anche tutte le società che già si occupano di certificazioni nelle diverse forme. Vedremo se saranno interessate a questo “nuovo” business.


Note

[3] Così Alessia MACCAFERRI, in Sole-24 Ore, 2 marzo 2016.

[4] “Providing individuals or communities with beneficial products or services;

Promoting economic opportunity for individuals or communities beyond the creation of jobs in the normal course of business;

Preserving the environment;

Improving human health;

Promoting the arts, sciences, or advancement of knowledge;

Increasing the flow of capital to entities with a public benefit purpose; or

The accomplishment of any other particular benefit for society or the environmentCome si può vedere, lo scopo sociale è indicato in termini molto ampi, da farci rientrare anche le colonie estive o invernali per i figli dei dipendenti, attività che svolgevano da tempo anche le imprese profit.

[5] Nella legge del Delaware tale valutazione ed applicazione degli standard può essere fatta anche inhouse dallo stesso consiglio di amministrazione.

[6] Anche se la dottrina la qualifica come social enterprise.

[7] L’una e l’altra ben descritti da PONZANELLI, Le “non profit organizations”, Giuffrè, Milano, 1985. Per un esempio degli scopi che può darsi una non-profit organization si veda la legge dell’Illinois del 1978 il cui §163 (a)(3) così recita:

Not for profit corporations may be organized this act for anyone or more of the following or similar purposes: charitable; benevolent; eleemosynary; educational; civic; patriotic; political; religious; social; literary; athletic; scientific research; agricultural; horticultural; soil, crop, livestock and poultry improvement; professional, commercial, industrial or trade association; promoting the development, establishment and expansion of industries, electrification on a co-operative basis; ownership and operation of water supply facilities for drinking and general domestic use on a mutual or co-operative basis; and administration and operation of property owned on a condominium basis”. (manca solo – si fa per dire – la animal husbandry, ma a ciò provvede la legge dello Stato di New York del 1970 modificata nel 1974, alla sezione 201).

[8] Così HANSMANN, Reforming Nonprofit Corporation Law, in 129 Univ. Penn. Law Rev., 1981, p. 498 ss.

[9] Cfr. PONZANELLI, op.cit., p. 103 ss.

[10] ALICIA PLERHOPLES, Delaware Public Benefit Corporations 90 Days Out: Who’s OptingIn?, in UC Davis Business Law Journal, Vol. 14, 2014, pp. 247-280.

[11] Che così la definisce: A “public benefit corporation” is a for-profit corporation organized under and subject to the requirements of this chapter that is intended to produce a public benefit or public benefits and to operate in a responsible and sustainable manner. To that end, a public benefit corporation shall be managed in a manner that balances the stockholders’pecuniary interests, the best interests of those materially affected by the corporation’s conduct, and the public benefit or public benefits identified in its certificate of incorporation. In the certificate of incorporation, a public benefit corporation shall:

(1)Identify within its statement of business or purpose pursuant to § 102(a)(3) of this title 1 or more specific public benefits to be promoted by the corporation; and

(2)State within its heading that it is a public benefit corporation. (79 Del:Laws c.122, § 8).

[12] http://www.leginfo.ca.gov/.html/corp_table_of_contents.html.

[13] Caso eBbay Domestic Holding Ind. v. Newmark, in https://h2o.law.harvard.edu/cases/3472.

[14] Vedi STRINE L. (Presidente della Corte Suprema del Delaware), Making it easier for directors to do the Right Thing, in Harv Bus. Law Rev., 2014, p. 235 ss.

[15] https://www.bcorporation.net/.

[16] Si pensi all’esempio del mantenimento di parchi o giardini pubblici.

[17] Ispirata dal Rapport Sudreau, all’epoca Ministro dei Lavori Pubblici.

[18] Vedi Le bilan social de l’entreprise. Que sais-je ?, Presse Universitaire de France, Paris, 1978.

[19] Cfr. MUGARRA, Balance social y responsabilidad social en las empresas de economia social, in http://www.publicacionescajamar.es/pdf/publicaciones-periodicas/mediterraneo-economico/6/
6-81.pdf
.

[20] Abbiamo volutamente utilizzato i termini “azione o omissione” perché sono quelli utilizzati all’art. 18 Codice del Consumo ove si trova la definizione di pratica commerciale delle quali accenneremo dopo.

[21] Sul sito http://bcorporation.eu/italy possiamo vedere diversi esempi di B-corp. italiane che operano in diversi settori, dall’alimentare all’edilizia e alla formazione.

[22] Accade non di rado che sia proprio un concorrente che volendo arginare l’espansione dell’avversario manda, in incognito, magari veicolandola attraverso un consumatore, una segnalazione all’Autority della pratica commerciale presuntivamente scorretta.

[23] Le decisioni prese dall’AGCM possono essere lette su http://www.agcm.it/consumatore--delibere/consumatore-sanzioni.html, per ragioni temporali non ancora su questo tema.

[24] Temutissime negli USA, ora si stanno diffondendo anche da noi, azioni di classe comprese. Il caso delle automobili diesel Volkswagen, con le dichiarazioni sulle emissioni “alterate”, potrebbe a breve esserne un chiaro esempio, essendo stata depositata, avanti al Tribunale di Cuneo, una azione di classe molto bene pubblicizzata: http://www.emissionidiesel.com/. In stile USA!

[25] Per alcuni testi fondamentali vedansi CESARINI, LOCATELLI (a cura di), Le imprese sociali: modelli di governance e problemi gestionali, FrancoAngeli, Milano, 2005; CALANDRA BUONAURA, Impresa sociale e responsabilità limitata, in Giur. comm., 2006, I, 849.

[26] TESTA, Le “società benefit” ed i limiti di interpretabilità della norma, in Quotidiano giuridico, Pluris online, 19, 1, 2016.

[27] FINOCCHIARO, Sì alle società benefit, a metà tra profitto e bene comune in Guida al diritto, n. 6, 30 gennaio 2016.

[28] Vedi, per tutti, SANTINI, Il tramonto dello scopo lucrativo nelle società di capitali, in Riv. dir. civ., 1973, I, 151.

[29] Così COTTINO, La società in generale. Le società di persone. Le società tra professionisti, Cedam, Padova, 2014.

[30] Così ancora COTTINO, op.cit., nota 426.

[31] Ecco l’elenco dell’art. 2, d.lgs. n. 155 che definisce l’utilità sociale: assistenza sociale; assistenza sanitaria; assistenza socio-sanitaria; educazione, istruzione e formazione; tutela dell’ambiente e dell’ecosistema; valorizzazione del patrimonio culturale; turismo sociale; formazione universitaria e post-universitaria; ricerca ed erogazione di servizi culturali; formazione extra-scolastica; servizi strumentali alle imprese sociali.

[32] Ci riferiamo al caso del finanziamento per l’apertura di un museo, che poi venga ripagato con i biglietti od altri eventi.

[33] Come scrive il notaio TESTA, op. loc. cit.

[34] D.lgs. 24 marzo 2006, n. 155 sulle cooperative sociali ed altre ancora.

[35] Basti pensare all’esempio della Olivetti al tempo di Adriano Olivetti: cfr. FINOCCHIARO, op.cit., p. 41.

[36] A meno che l’attività volta al beneficio comune non sia collegata e rafforzi l’attività lucrativa: come, per esempio, portare la luce o l’acqua in un paesello sperduto che ne era privo, perché successivamente si ricupera l’investimento con le bollette. Si pensi ancora allo sviluppo di una tecnologia che elimini i documenti cartacei a favore della digitalizzazione. Da un lato questo può essere volto al profit, dall’altro salva tante foreste, che è uno scopo tipicamente benefit.

[37] Come enfaticamente scrive SAMMARCO in http://www.vita.it/it/article/2016/03/01/societa-benefit.

[38] Come pensa la MACCAFERRI, op.cit.

[39] E l’opinione di FINOCCHIARO, op.cit., p. 42.

[40] Se si verifica la situazione di cui all’art. 2446 c.c.

[41] Vedi FRIGNANI GROSSO, Le deleghe nelle multinazionali, in GUTIERREZ, AIGI (a cura di), Le deleghe di poteri, Milano, 2004, 277.

[42] Tratto dal sito http://bcorporation.eu/what-are-b-corps/about-b-lab: “B Lab is a nonprofit organization that serves a global movement of people using business as a force for GOODTM. Its vision is that one day all companies compete not only to be the best in the world, but the Best for the World® and as a result society will enjoy a more shared and durable prosperity.”.