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Segnalazioni illegittime in centrale rischi della Banca d'Italia: percorsi giurisprudenziali

Massimo Scarabello

Il presente scritto si propone di offrire, dopo una breve introduzione sulle fonti regolatrici, una panoramica generale degli orientamenti giurisprudenziali, di legittimità e merito, più e meno recenti, in ordine a presupposti e forme della segnalazione alla centrale dei rischi della Banca d’Italia da parte degli intermediari finanziari, nonché sulle conseguenze rispetto alla illegittima segnalazione e sui rimedi giurisdizionali esperibili.

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Sommario:

1. La centrale dei rischi istituita presso la Banca d'Italia - 2. I primi atteggiamenti della giurisprudenza di fronte alle lamentate illegittime segnalazioni - 3. Gli sviluppi successivi e i principali orientamenti - 4. Il presupposto della segnalazione. L'insolvenza e la sofferenza - 5. Le forme della segnalazione - 6. La natura della responsabilitÓ da segnalazione illegittima - 7. Il risarcimento del danno - 8. Aspetti processuali


1. La centrale dei rischi istituita presso la Banca d'Italia

Numerose le fonti che regolano il funzionamento della centrale dei rischi. È dalla lettura delle stesse che si ricavano, in sintesi, i seguenti principi.

La Banca d’Italia raccoglie e detiene le informazioni periodiche che vengono inviate dagli intermediari finanziari in ordine all’esposizione nei confronti dei propri affidati. I finanziatori e gli intermediari che intendano acquisire informazioni sui consumatori che abbiano richiesto o ricevuto un finanziamento, e ai soli fini della valutazione del “merito di credito” di quel consumatore, possono accedere alle informazioni contenute nella banca dati tenuta dalla Banca d’Italia.

Diverse sono le tipologie di segnalazioni, ovvero le categorie di censimento, esse variano per i crediti per cassa e per i crediti di firma.

Quanto alle prime (rilevanti per l’esposizione che ci si propone in questa sede), secondo la Sezione II della Circolare Banca d’Italia n. 139/1991, aggiornamento giugno 2016, si individuano: rischi autoliquidanti, rischi a scadenza, rischi a revoca, finanziamenti a procedura concorsuale e altri finanziamenti particolari, sofferenze.

L’aspetto più rilevante, come si vedrà, è la segnalazione previa valutazione di appostazione “a sofferenza”, concetto che si rinviene espressamente nelle Istruzioni della Banca d’Italia ma che non è definito esplicitamente (salvo un richiamo all’“insolvenza”, che pone più problemi di quanti ne risolva), sì da lasciare spazio a diverse interpretazioni.

Più nel dettaglio, quanto alle fonti, la centrale dei rischi è stata istituita presso la Banca d’Italia con delibera CICR 16 maggio 1962. Si tratta di un sistema informativo che concentra le informazioni sugli affidamenti concessi da ciascun intermediario ai singoli clienti (persone fisiche e giuridiche) per la successiva restituzione agli intermediari stessi dell’indebitamento globale dei rispettivi clienti verso il sistema (c.d. posizione globale di rischio).

Gli intermediari partecipanti al servizio sono le banche iscritte nell’albo di cui all’art. 13 T.U.B. e gli intermediari finanziari iscritti nell’albo e/o nell’e­lenco speciale di cui, rispettivamente, agli artt. 64 e 107 T.U.B., i quali esercitino in via esclusiva o prevalente l’attività di finanziamento sotto qualsiasi forma (come definita dall’art. 2 del decreto del ministro del Tesoro del 6 luglio 1994 e successive modificazioni).

I soggetti segnalati sono i clienti degli intermediari, e le segnalazioni come sopra già accennato, scattano periodicamente e allorchè si verifichino determinati presupposti espressamente individuati dalla disciplina.

La materia è regolata essenzialmente, direttamente o in via indiretta, dalle seguenti disposizioni, di rango primario o secondario:

A. art. 53, comma 1, lett. b), T.U.B., che attribuisce alla Banca d’Italia, in conformità alle deliberazioni del CICR, il potere di emanare disposizioni di carattere generale concernenti il contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni;

B. art. 67, comma 1, lett. b), T.U.B., che attribuisce alla Banca d’Italia, in conformità alle deliberazioni del CICR, la facoltà di impartire alla capogruppo, con provvedimenti di carattere generale o particolare, disposizioni concernenti il gruppo bancario complessivamente considerato o i suoi componenti, aventi ad oggetto il contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni;

C. art. 107, comma 2, T.U.B., che attribuisce alla Banca d’Italia, in conformità alle deliberazioni del CICR, il compito di dettare agli intermediari iscritti nell’elenco speciale contemplato in tale articolo disposizioni aventi ad oggetto il contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni;

D. art. 51 T.U.B., che dispone che le banche inviino alla Banca d’Italia, con le modalità e i termini da essa stabiliti, le segnalazioni periodiche, nonché ogni altro dato e documento richiesto;

E. delibera CICR 29 marzo 1994, che detta i principi generali relativi al servizio di centralizzazione dei rischi (carattere riservato, obbligo di riservatezza a carico degli intermediari partecipanti al servizio verso qualsiasi soggetto estraneo a tale sistema, diritto di accesso ai propri dati personali a favore delle persone censite nelle anagrafi della Centrale rischi);

F. Circolare della Banca d’Italia n. 139 dell’11 febbraio 1991 “Centrale dei rischi. Istruzioni per gli intermediari creditizi” 15° aggiornamento – giugno 2016;

G. d.lgs. n. 196/2003, contenente il Codice in materia di protezione dei dati personali.

Scopo della Centrale dei rischi, come specificato nelle Istruzioni, è quello «di fornire ai soggetti tenuti ad effettuare le segnalazioni uno strumento informativo in grado di accrescere la loro capacità di valutazione e di controllo della clientela».

La Circolare n. 139, poi, precisa che «l’obiettivo perseguito è di contribuire a migliorare la qualità degli impieghi degli intermediari partecipanti e, in ultima analisi, ad accrescere la stabilità del sistema creditizio».

Il servizio tutela dunque gli intermediari partecipanti dal “rischio di credito”, particolarmente rilevante per soggetti la cui attività principale è proprio quella creditizia.

Il “rischio di credito” è definito come il rischio di variazioni di valore delle attività finanziarie, riconducibile all’impossibilità per il debitore di far fronte alle obbligazioni contrattualmente assunte.

La manifestazione di tale rischio si verifica in caso di effettiva insolvenza della controparte ovvero qualora la “qualità” del debitore subisca uno “stabile deterioramento”, secondo una valutazione soggettiva della banca, ciò che integra il fondamentale concetto di “sofferenza”.

Il “rischio di credito”, poi, assume ancora maggiore significato a livello di attività creditizia complessiva dell’intermediario. Posto che è fisiologico il manifestarsi di un certo numero di insolvenze nell’ambito di un’attività esercitata su larga scala, in questo senso, il “rischio di credito” va inteso come il rischio che le perdite complessive riscontrate a causa delle insolvenze siano superiori alle perdite attese da parte della banca.

Diversi, rilevanti e contrapposti gli interessi in gioco in questa materia. Da un lato l’importanza e la centralità dell’informazione, soprattutto nel mercato del credito. La conoscenza delle caratteristiche della controparte (e della loro variazione nel tempo) non può che consentire di calibrare e individualizzare le condizioni contrattuali in funzione delle capacità solutorie dei singoli contraenti.

La produzione di informazioni, fulcro della centrale dei rischi, assolve anche ad una funzione pubblicistica. Una consapevole e prudente gestione del credito da parte degli intermediari aiuta a conseguire l’obiettivo della stabilità, efficienza e competitività del sistema finanziario, ossia le finalità di vigilanza in materia creditizia contemplate dall’art. 5 T.U.B. riservate alla Banca d’Italia e alle autorità creditizie.

La centrale dei rischi assolve, poi, tradizionalmente, anche ad un’altra funzione. Essa riesce a prevenire il fenomeno del c.d. cumulo dei fidi, che si verifica quando il cliente chiede la concessione di credito a più banche, per importi parcellizzati, invece che ad un solo intermediario per un unico valore complessivo, al fine di eludere i controlli della banca sulla sua situazione patrimoniale e finanziaria in sede di istruttoria di fido.

Ma il contraltare di queste pur rilevanti funzioni è proprio la materia trattata dalla centrale dei rischi: le informazioni sui debitori e sulla loro capacità solutoria.

Le segnalazioni di situazioni di sofferenza toccano principi fondamentali, dalla libertà di iniziativa economica alla riservatezza dei soggetti, trattando dati che, secondo autorevoli interpretazioni di cui si dirà infra, rientrano nella protezione assicurata ex d.lgs. n. 196/2003 (Codice della privacy).

Entro questa cornice si muoverà dunque l’analisi dei percorsi giurisprudenziali che ci si propone, non dimenticando che la contrapposizione degli interessi rilevanti, unitamente alla particolarità del momento storico, segnato da una pesante e durevole crisi economica, contribuiscono alla crescita esponenziale del contenzioso bancario in genere e, in specie, alle contestazioni che si fondano proprio sul carattere legittimo o meno della segnalazione alla centrale dei rischi ed alle conseguenze in ordine al risarcimento del danno.


2. I primi atteggiamenti della giurisprudenza di fronte alle lamentate illegittime segnalazioni

Le pronunzie di merito più risalenti negavano decisamente ingresso a qualsivoglia tutela giudiziale, d’urgenza ovvero ordinaria, ritenendo la segnalazione “atto dovuto” e insussistente per converso una posizione soggettiva tutelabile in capo al soggetto segnalato (cfr. Trib. Crotone, 23 gennaio 1993 – in Banca, borsa e titoli di credito, 1994, II, 595 – Trib. Roma, 3 novembre 1995, in Banca, borsa, cit., 1997, II, 492). La decisione del Tribunale di Roma, poi, indicava in termini deontici la segnalazione, rimettendo al “prudente apprezzamento” della banca la valutazione della situazione di “sofferenza” che ne costituiva il presupposto (cfr., in punto, infra).

Era già sul piano sostanziale, prima ancora che processuale, che si negava una posizione soggettiva rilevante e tutelabile in capo al cliente per questo tipo di attività della banca.

Contemporaneamente a tali orientamenti negativi, si stavano sviluppando però nuove interpretazioni che ritenevano rilevante, sotto il profilo della responsabilità degli istituti bancari (poi si vedrà che tipo di responsabilità), l’agire corretto della banca nella valutazione circa l’effettiva sussistenza del presupposto della segnalazione. Argomenti che evidentemente ruotavano intorno ai concetti di “sofferenza” o “insolvenza” ed alla relativa corretta ponderazione da parte della banca.

Merita in proposito di essere segnalata l’ordinanza Trib. Cagliari, 28 novembre 1995 (in Riv. giur. Sarda, 1997, 96). La decisione, resa in sede di reclamo avverso provvedimento ex art. 700 c.p.c., afferma importanti principi. Da un lato – e tale aspetto si approfondirà infra – ammette che sia tutelabile in via d’urgenza la situazione soggettiva di cui il privato illegittimamente segnalato lamenta la violazione. Dall’altro, sul piano sostanziale, individua la possibilità di una segnalazione illegittima (in quel caso si trattava di una esposizione inesistente) con la conseguente illegittima compressione del diritto del soggetto e l’idoneità a pregiudicarla irrimediabilmente.

Nello specifico, il provvedimento cagliaritano delinea i primi percorsi argomentativi in ordine al tipo di responsabilità della banca (extracontrattuale ovvero contrattuale) ed al merito della illegittima segnalazione.

Sotto il primo aspetto, si distingue il tipo di responsabilità a seconda che il rapporto fra la banca e il cliente sia già operante (responsabilità contrattuale) oppure no (responsabilità extracontrattuale).

Sotto il secondo aspetto, l’ordinanza affronta e enuclea diversi profili di illegittimità della segnalazione.

Da ultimo, sul piano dell’individuazione del danno sofferto dal cliente, si indica come esso possa non solo consistere nella futura mancata erogazione del credito da parte della banca segnalante, ma anche da parte di altri istituti di credito, proprio per la naturale circolarità delle informazioni della centrale dei rischi.


3. Gli sviluppi successivi e i principali orientamenti

I provvedimenti sopra segnalati risalgono ad un momento storico in cui il contenzioso bancario non era, come è invece oggi, un fenomeno a sé stante nell’ambito del contenzioso civile.

Ciò spiega perché in quel periodo non molte sono state le pronunzie che hanno affrontato la questione della illegittima segnalazione alla centrale dei rischi.

Occorrerà attendere qualche anno per trovare invece una ricca produzione giurisprudenziale sul tema.

Ecco dunque gli sviluppi interpretativi successivi e i principali temi dibattuti dalla giurisprudenza sul tema oggetto dello studio.


4. Il presupposto della segnalazione. L'insolvenza e la sofferenza

Si è visto che accanto a elementi per così dire certi, al ricorrere dei quali la segnalazione è obbligatoria e sostanzialmente non contestabile (a meno che non si rilevi l’erroneità del dato contabile/finanziario attribuito al cliente, che ha determinato la segnalazione), il presupposto legittimante la indicazione a centrale rischi è la appostazione a “sofferenza” della posizione. Si tratta di posizioni nei confronti di “soggetti in stato di insolvenza, anche non accertato giudizialmente, o in situazioni equiparabili” (cfr. Circolare Banca d’Italia n. 139/1991, cit.)

La segnalazione rimanda dunque ad un primo dato definitorio, “soffferenza” che a sua volta richiama un ulteriore elemento – l’“insolvenza” – quale suo presupposto.

Ora, a prima vista – trattandosi dell’utilizzo di un termine proprio – si potrebbe pensare alla necessità di riferirsi all’insolvenza quale definita nell’art. 5 l. fall.

Diversi sono tuttavia gli elementi che rendono quanto meno dubbia l’op­portunità di trattare l’insolvenza di cui ai fini che qua interessano come l’in­solvenza-presupposto per la dichiarazione di fallimento dell’imprenditore.

Invero, si deve muovere da un dato di contesto indubbiamente rilevante. La descrizione dell’insolvenza di cui alla disciplina fallimentare è finalizzata a consentire di individuare il presupposto perché si apra quella fase anomala della vita dell’impresa finalizzata a dar soddisfazione ai creditori. Ciò che avviene quando gli “inadempimenti” o gli altri “fattori esteriori” dimostrano che il debitore non è più in grado di soddisfare reglarmente le proprie obbligazioni.

Nell’ambito dell’obbligo di segnalazione della sofferenza, invece, il contesto è tutt’affatto differente: si tratta di verificare il momento nel quale la difficoltà del debitore renda opportuna (e necessaria) la “centralizzazione” di tale notizia, per consentire le opportune valutazioni al sistema bancario e finanziario.

Evidente che una segnalazione effettuata nel momento dell’insolvenza “fallimentare” rischierebbe di frustrare le finalità stesse per cui la segnalazione è prevista, in quanto giungerebbe “troppo tardi”.

Ciò posto, e considerate le finalità di questa narrazione, conviene passare in rassegna i principali orientamenti espressi dalla giurisprudenza su questo tema specifico.

La già citata Trib. Roma, 3 novembre 1995 ritiene che sia rimessa alla piena discrezionalità della Banca la valutazione in termini di sofferenza e di insolvenza della posizione del debitore, sì da disancorare il presupposto da qualsivoglia parametro normativo di riferimento, rendendo dunque sostanzialmente impossibile (salvo errori macroscopici circa l’esistenza stessa della situazione debitoria) per il privato dolersi del “merito” della segnalazione e contestarne la legittimità.

Nello stesso senso, sostanzialmente, Trib. Avezzano, 12 giugno 1998 (in Banca, borsa e titoli di credito, 1999, II, 452 ss.), che non ravvisa nemmeno la facoltà, in capo alla autorità giudiziaria, di ordinare la cancellazione delle segnalazioni in centrale rischi, respingendo la richiesta cautelare.

Con Trib. Roma, 10 marzo 1998 (in Banca, borsa e titoli di credito, cit., ibidem) la individuazione dello stato di insolvenza viene invece ancorata alla definizione che ne offre la legge fallimentare, sicché solo allorché si dimostri in giudizio che l’imprenditore versasse, al momento della segnalazione, in quelle condizioni la segnalazione potrà dirsi legittima.

Ancora, Trib. Roma, 5 agosto 1998 (in Banca, borsa e titoli di credito, 1999, II, 459) ritiene che la condotta della Banca segnalante sia lecita in quanto la valutazione della situazione del debitore sia stata operata tenendo conto del parametro di cui all’art. 5 l. fall. e che a tale fine debba essere considerata la complessiva posizione del debitore, non essendo invece sufficiente una valutazione fondata sulla sola difficoltà di adempiere al pagamento di un debito verso l’istituto di credito.

Più di recente, Trib. Foggia, 19 dicembre 2003 (in www.dirittobancario.it – estr. giugno 2016) si discosta dall’orientamento appena illustrato, così argomentando: «(…) A parere di questo giudice il parametro di riferimento a cui l’istituto bancario segnalante deve ancorare il proprio giudizio non può essere ravvisato nel concetto di insolvenza di cui all’art. 5 L. Fall., avendosi riguardo a differenti tessuti normativi in cui rilevano scopi ed interessi non assimilabili tra loro.

Come si è giustamente osservato in dottrina, infatti, in un caso (quello della legge fallimentare) si tratta di identificare il momento in cui convenga procedere, in luogo dell’esecuzione individuale, alla tutela collettiva della massa dei creditori di una determinata impresa e alla sostituzione coattiva di un imprenditore che, in base ad un’analisi globale di tipo dinamico e prospettico, sia risultato non più capace di garantire una gestione efficiente e redditizia dell’organismo produttivo; nell’altro caso, si tratta di stabilire invece se una determinata posizione creditoria (facente capo ad una banca o ad altro intermediario finanziario, nei confronti di un soggetto non necessariamente imprenditore) debba essere segnalata alla Centrale dei Rischi ed eventualmente nella categoria delle sofferenze, ossia se una segnalazione così fatta corrisponda all’interesse degli intermediari partecipanti al servizio di centralizzazione dei rischi creditizi, di mettere a disposizione reciprocamente l’uno del­l’altro uno strumento informativo in grado di accrescere la loro capacità di valutazione e di controllo della clientela.

Stante la funzione di pubblicità a tutela del mercato creditizio, allora, il giudizio che giustifica la segnalazione non può non tener conto di tale precipua finalità e deve essere orientato nel senso di valutare, alla luce della complessiva situazione finanziaria del cliente, il pericolo (per il segnalante e per altri eventuali futuri creditori) di inadempimento del debitore, nonchè le difficoltà di esazione del credito. Tale valutazione è per se stessa sufficiente a giustificare l’allarme, giacchè pone gli altri istituti bancari in condizione di conoscere l’oggettiva difficoltà economico-finanziaria del debitore. (…)».

Si riportano ancora, in uno sviluppo diacronico, altre pronunzie sul tema.

Tribunale S. Maria Capua Vetere, 5 febbraio 2006 (www.ilcaso.it/giuri
sprudenza/archivio/ban.php?id_cont=250.php
 – estr. giugno 2016) pare discostarsi dal concetto concorsuale di insolvenza e attribuisce rilevanza a «(…)la liquidità del soggetto, la sua capacità produttiva e reddituale, la situazione di mercato in cui opera, l’ammontare complessivo del credito, fermo restando che non possono tali elementi integrare da soli i presupposti per la segnalazione laddove la concreta situazione del cliente non crei allarme quanto alla sua generale solvibilità (…)».

Nello stesso senso, Trib. Parma, 21 settembre 2006 (www.ilcaso.it/giuri
sprudenza/archivio/ban.php?id_cont=400.php
 – estr. giugno 2016).

Ancora più esplicitamente, Trib. Parma, 6 dicembre 2006 (www.ilcaso.it/
giurisprudenza/archivio/ban.php?id_cont=451.php
 – estr. giugno 2016) rileva che non occorre – per ritenere legittima la segnalazione – uno stato di cronica ed irreversibile situazione di insolvenza, ma la difficoltà di adempimento «(…) deve essere connotata da caratteristiche di oggettività tali da incidere sulle possibilità di recupero del credito (…)».

In termini, Trib. Trapani, 20 gennaio 2009 (www.ilcaso.it/giurisprudenza/
archivio/ban.php?id_cont=1483.php
 – estr. giugno 2016).

Da ultimo, non si può non ricordare che Cass. n. 1725/2015 (la si può leggere, fra l’altro, in http://www.unijuris.it/sites/default/files/sentenze/Cass.29%
20gennaio%202015%20n.%201725.pdf
 – estr. giugno 2016) ritiene che, ai fini della segnalazione, sia sufficiente una valutazione negativa della situazione patrimoniale, apprezzata come deficitaria, ovvero come grave (e non transitoria) difficoltà economica, non coincidente con l’insolvenza rilevante a fini fallimentari.

Ora, la affermazione, costante nella giurisprudenza più recente, per cui occorre rinvenire nella complessiva situazione del debitore una seria e stabile difficoltà nel far fronte alle proprie obbligazioni, riporta immediatamente al­l’ulteriore tematica, strettamente connessa con quella appena trattata, relativa alla contrapposizione fra la tesi che potremmo definitre atomistica e quella, invece, sintetica.

La tesi da ultimo affermata anche dalla Corte di legittimità è evidentemente espressione dell’opinione che poggia sulla necessità di valutare sinteticamente e complessivamente la posizione del debitore “segnalando”.

Difficilmente, per contro, si rinvengono decisioni che argomentano circa la sufficienza della valutazione (negativa) della solvibilità del cliente fondata sull’inadempimento o sul ritardo, pur grave, nell’adempimento di un solo contratto.

Sul punto, vale la pena richiamare Trib. Milano, 21 novembre 2012 (in http://www.altalex.com/documents/news/2013/09/17/mancato-pagamento-rate
-di-mutuo-e-segnalazione-legittima-in-centrale-rischi
 – estr. luglio 2016), in cui si ritiene da un lato che la segnalazione della Banca sia legittima anche relativamente a patologiche vicende inerenti un solo rapporto (nella specie si trattava della restituzione periodica di somme erogate a titolo di mutuo, in cui il debitore risultava gravemente inadempiente), ma nello stesso tempo si sostiene la necessità di una valutazione complessiva della situazione finanziaria del debitore, per pesarne, appunto, la capacità di far fronte alle obbligazioni contratte o il rischio di insolvenza.

Ciò a dire che, in giurisprudenza, si è andata consolidando e si può ormai ritenere pacifica, la teoria sintetica, che richiede, ai fini che ci riguardano, una valutazione non limitata al singolo rapporto inadempiuto ma alla complessiva condizione del soggetto della cui segnalazione si tratta.

Indicazione del resto recepita nella già citata Circolare Banca d’Italia n. 139/1991 nell’aggiornamento giugno 2016, ove espressamente è previsto che «L’appostazione a sofferenza implica una valutazione da parte dell’interme­diario della complessiva situazione finanziaria del cliente e non può originare automaticamente al verificarsi di singoli specifici eventi quali, ad esempio, uno o più ritardi nel pagamento del debito o la contestazione del credito da parte del debitore».


5. Le forme della segnalazione

L’art. 4, comma 7 del “Codice di Deontologia e buona condotta per i sistemi informativi gestiti da soggetti privati in tema di crediti al consumo, affidabilità e puntualità nei pagamenti” approvato dal Garante della Privacy del 2004 e in vigore dal primo gennaio 2005 prevede che l’interessato-segnalando debba essere preavvertito dell’imminente segnalazione.

L’aggiornamento di aprile 2011 della più volte citata Circolare della Banca d’Italia n. 139/1991, concernente le Istruzioni per gli intermediari partecipanti al sistema informativo, introduce anche per la centrale dei rischi della Banca d’Italia l’obbligo dell’informativa preventiva, ma con talune limitazioni: solo se si tratta di un cliente consumatore e solo se la segnalazione è relativa ad un inadempimento persistente ovvero ad una sofferenza.

Ora, va subito evidenziato che il par. 1.5 del Capitolo II della medesima Circolare – aggiornamento giugno 2016 – prevede che le «Gli intermediari devono informare per iscritto il cliente e gli eventuali coobbligati (garanti, soci illimitatamente responsabili) la prima volta che lo segnalano a sofferenza».

Ci si potrebbe dunque chiedere se la segnalazione a sofferenza prescinda dalla natura di consumatore del cliente, ai fini dell’obbligo della segnalazione preventiva, posto che in tale parte della Circolare la limitazione non è contemplata, a differenza che nella parte generale e afferente l’obbligo di informativa.

Trattandosi peraltro di fonte di rango subordinato, non idonea a produrre diritti e obblighi ma indirizzante il comportamento dei sottoposti alla vigilanza della Banca d’Italia (solo se conforme a legge), risulta in ogni caso difficile individuare la creazione di situazioni giuridiche soggettive ovvero la relativa violazione sulle sole previsioni della Circolare.

Si vedano dunque gli orientamenti in punto espressi dalla giurisprudenza.

Trib. Foggia, 15 novembre 2014, deriva l’obbligo di preavviso della segnalazione in caso di appostazione a sofferenza dal testo delle disposizioni sopra citate nonché dall’applicazione del principio di buona fede (nell’esecuzione del rapporto). Ove l’iscrizione e la segnalazione non sia automatica (al verificarsi di elementi certi) ma comporti una valutazione più o meno discrezionale da parte dell’istituto e comunque ad ampio spettro circa la solvibilità del cliente, appare necessario che sia instaurato un “contraddittorio” con la controparte del rapporto prima della segnalazione (v. www.tidona.com/pubblicazioni/giurispru
denza-bancaria/giurisprudenza_trib-foggia_15-11-2014.htm
– estr. luglio 2016).

Nello stesso senso Trib Verona, 7 luglio 2014 (in www.ilcaso.it/giurispru
denza/archivio/10761.pdf
 – estr. luglio 2016), che specifica «(…)assume particolare rilevanza l’obbligo dell’intermediario di dare informativa al cliente precedentemente alla prima segnalazione effettuata a suo carico, come espressamente previsto per la segnalazione a sofferenza nella C.R. Banca d’Italia con il 13o Aggiornamento del 2010 della Circolare n. 139/91 e per le segnalazioni relative a rapporti di credito al consumo effettuate presso qualunque centrale rischi, sia pubblica che privata, dal novellato art. 125, 3 comma, T.U.B. (cfr. D.Lgs. 141/10), trattandosi in entrambi i casi di obbligo che, trovando il proprio fondamento nella finalità di consentire al cliente di essere messo tempestivamente a conoscenza del rischio dell’associazione al proprio nominativo di un’informazione negativa incidente sul proprio merito creditizio al fine di consentirgli di valutare ed assumere le iniziative idonee ad evitare la segnalazione, costituisce concretizzazione del più generale obbligo di solidarietà tra controparti contrattuali; che l’emersione di detta duplice valenza dell’attività di raccolta e trasmissione dati alle centrali rischi, in chiave di privacy e di solidarietà contrattuale, determina la possibilità dell’insor
genza contemporanea di un duplice titolo di responsabilità, cioè extracontrattuale nella misura in cui l’attività dell’intermediario abbia determinato un illecito trattamento dei dati personali del segnalato e la lesione di un diritto soggettivo perfetto (riconducibile sostanzialmente alla categoria dei c.d. diritti della personalità, quali il diritto all’immagine, alla riservatezza, alla reputazione personale e commerciale) e contrattuale quando l’indebito trattamento dei dati integri (anche) la violazione di obblighi che presiedono al corretto svolgimento del rapporto tra l’intermediario e il suo cliente, per “... violazione degli obblighi di protezione discendenti dalla clausola di buona fede in executivis (tra i quali è compreso quello relativo alla verifica della correttezza delle informazioni rese ai terzi) (cfr. ABF, 16 aprile 2010, n. 241), non restando ciò senza effetto vuoi sul piano strettamente processuale che su quello della tutela di volta in volta concretamente ottenibile (…)
».

Ora, se il principio di buona fede nello svolgimento del rapporto, la presenza di disposizioni regolamentari che prevedono che l’intermediario debba segnalare preventivamente l’appostazione a sofferenza e la conseguente prossima segnalazione con riferimento al cliente consumatore, la natura di diritto soggettivo perfetto al lecito trattamento dei dati personali (sul punto, vedi anche infra ove si tratterà della natura della responsabilità per l’illecita segnalazione), rendono particolarmente elevato il grado di tutela del privato, appare evidente che – indipendentemente dalla legittimità o meno della valutazione operata dall’intermediario in ordine al merito della segnalazione – di per sé la mancanza di preavviso costituisce violazione di una situazione soggettiva contrattuale o extracontrattuale, tutelabile (secondo la giurisprudenza) con il rimedio cautelare atipico ex art. 700 c.p.c.

Quanto al contenuto ed ai requisiti del preavviso di segnalazione, Trib. Forlì, 26 ottobre 2015, specifica che esso deve essere chiaro nel riferimento alla circostanza che l’intermediario sta per effettuare la segnalazione a sofferenza e deve giungere al cliente in tempo utile perché questi possa adottare gli strumenti di tutela che ritiene idonei.

In ordine all’onere della prova circa l’avvenuto invio del preavviso, non vi sono particolari contrasti in giurisprudenza circa l’applicazione dell’ordinario criterio di ripartizione dell’onere della prova: in caso di contestazione sul­l’effettività dell’invio del preavviso, sarà la Banca a dover dimostrare di aver effettivamente portato a conoscenza del destinatario l’informazione circa l’im­minente segnalazione (cfr. in merito, Trib. Bologna, 13 luglio 2015, in www.
studio-pioggia.com/wp-content/uploads/2015/10/TRIB-TERZA-SEZ.CIVILE
-PER-B.pdf
 – estr. luglio 2016).


6. La natura della responsabilitÓ da segnalazione illegittima

Sino a questo momento si è detto del presupposto della segnalazione, della sua forma ed in specie dell’obbligo di preavviso in determinate situazioni, della ammissibilità di un sindacato giurisdizionale sul merito alla segnalazione stessa (cfr. infra più approfonditamente), ed occorre ora giungere a quello che forse è il tema di maggior interesse, anche teorico, ossia la natura della responsabilità dell’intermediario ove si constati che la segnalazione non dovesse essere effettuata.

Tale tema è peraltro strettamente connesso con quello inerente l’indivi­duazione del tipo di tutela che viene riconosciuta in simili casi al cliente oggetto di illecita segnalazione.

A fronte dei più risalenti orientamenti che negavano tout court la sindacabilità della attività di segnalazione dell’intermediario (cfr. supra), quasi che la posizione contrattuale del privato rispetto all’istituto di credito potesse degradare a interesse semplice a fronte, verosimilmente, di una attività in cui l’ele­mento finalistico di natura pubblicistica era inteso in modo particolarmente pregnante, in coerenza con l’evoluzione interpretativa di cui si è fatta menzione, è necessariamente mutata la qualificazione delle posizioni soggettive coinvolte e, per conseguenza, la natura della responsabilità da illecito consistente nella illegittima segnalazione.

La già citata Trib. Cagliari, 28 novembre 1995, riconosce che la responsabilità dell’intermediario per la illegittima segnalazione possa assumere sia natura contrattuale che extracontrattuale, a seconda che il rapporto fra le parti sia o meno già in atto.

In altri termini, ove il rapporto sia in corso, i doveri di comportamento corretto e secondo buona fede che circondano le obbligazioni principali dedotte nel rapporto contrattuale impongono che, a fianco della valutazione circa la scor­rettezza della segnalazione, sia ravvisabile una responsabilità contrattuale del­l’intermediario produttiva (potenzialmente, cfr. infra) di un danno risarcibile.

Ove invece il rapporto non sia in essere, perché, ad esempio, la Banca ha risolto il rapporto e in seguito provveduto alla segnalazione, non di meno il fatto della segnalazione, se illecito, è in ogni caso produttivo di un danno ingiusto risarcibile ex art. 2043 c.c. Ovviamente l’illiceità del fatto della segnalazione può configurarsi solo ove essa non risponda ai canoni ed alle prescrizioni che tendono a identificare il presupposto della segnalazione, id est, come si è visto, la appostazione a sofferenza della situazione debitoria.

Maggiori e più approfondite elaborazioni si rinvengono nella giurisprudenza successiva, in parte e ad altri fini già indicata.

Ad esempio, nel momento in cui si afferma che la segnalazione alla centrale dei rischi è attività che rientra nell’ambito dell’applicazione della normativa sulla “privacy”, appare evidente che la lesione dei diritti che consegue al trattamento illecito dei dati personali cagiona un danno di natura extracontrattuale.

Si veda in proposito, Cass. n. 7859/2009 (in www.italgiure.giustizia.it – estr. luglio 2016), che così argomenta «Nella gestione della Centrale dei Rischi, la Banca d’Italia non si sottrae alla disciplina generale in tema di trattamento dei dati personali, dettata dal d.lgs. 3 giugno 2003, n. 196, in quanto la riconducibilità di tale trattamento all’ipotesi prevista dall’art. 8, comma 2, lettera d), del d.lgs. cit. esclude soltanto l’applicabilità della tutela amministrativa e di quella alternativa alla tutela giurisdizionale, ma non anche di quella giurisdizionale prevista dall’art. 152 e di quella dinanzi al Garante nelle forme previste dall’art. 141, lettere a) e b): è pertanto configurabile una responsabilità civile della Banca d’Italia in relazione ai danni cagionati dal predetto trattamento, ai sensi dell’art. 11 del d.lgs. cit., con la conseguenza che spetta alla medesima Banca la legittimazione passiva in ordine all’azione proposta dall’interessato per ottenere la rettifica o la cancellazione della segnalazione erroneamente effettuata, in ordine alla quale il giudice, ai sensi dell’art. 152, comma 12, può provvedere anche in deroga al divieto di cui all’art. 4 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. E.».

Cass. n. 12626/2010, poi (in www.personaedanno.it – estr. luglio 2016) ritiene che il danno derivante dalla illegittima segnalazione integri un danno alla immagine della persona giuridica, di natura extracontrattuale e risarcibile anche con una liquidazione equitativa (sul punto vedi infra).

Nulla vieta, peraltro, che – nel singolo caso oggetto di esame – possano ravvisarsi entrambe le forme di responsabilità, discendenti dallo stesso comportamento. Da un lato infatti è innegabile che il complesso delle obbligazioni, anche accessorie, che sono riconnesse ad un rapporto contrattuale specifico banca-cliente ricomprenda anche obbligazioni di natura accessoria e oneri comportamentali ancorati al canone della buona fede, la cui violazione va evidentemente riconnessa a quel singolo rapporto.

Dall’altro è pure evidente che, per la particolare natura della “materia” su cui va a incidere la violazione, ossia diritti della personalità, assoluti, essa possa ricondursi nell’ambito della fattispecie di cui all’art. 2050 c.c., del resto richiamata espressamente dall’art. 15 del d.lgs. n. 193/2006.


7. Il risarcimento del danno

Il tema è strettamente connesso a quello della natura della responsabilità per illegittima segnalazione e va esaminato congiuntamente a quello inerente l’onere della prova del danno subito per effetto del comportamento dell’in­termediario.

Sotto questo aspetto, giova subito indicare che la giurisprudenza in materia non è unitaria, e si registra una tesi che ritiene che, una volta dimostrata l’il­legittimità della segnalazione, il danno sia sussistente e risarcibile, senza bisogno di prova alcuna del pregiudizio subito (danno in re ipsa), accanto a un’al­tra che, almeno quanto al danno patrimoniale, reputa necessario che il cliente provi specificamente quali conseguenze negative siano derivate per effetto della segnalazione illegittima.

La prima tesi riconnette l’an del danno alla violazione in quanto tale. La stessa illegittima segnalazione è di per sé un danno risarcibile, in quanto «crea una lesione del diritto di impresa, potendo creare difficoltà insormontabili all’imprenditore che voglia accedere al credito bancario» (cfr. Trib. Brindisi, 20 luglio 1999, in www.studiotanza.it – estr. luglio 2016), ovvero incide sul regime di libera concorrenza, potendo ingiustamente avvantaggiare imprese concorrenti che godono di aperture di credito precluse alla impresa ingiustamente segnalata. Nello stesso senso, Trib. Bari, 26 marzo 2012, Trib. Novara, 18 maggio 2010 (in www.studiotanza.it – estr. luglio 2016).

Si tratta di affermazioni di principi che poggiano, per lo più, sulla lesione al diritto alla reputazione e all’onore del soggetto leso ed in questo caso esonerano il danneggiato dalla rigorosa prova del danno, che sarà risarcito in via equitativa.

Vedi anche Trib. Roma, 21 maggio 2014 (in www.ilcaso.it/bancario/
principale.php?id_cont=6-2
 – estr. luglio 2016), Trib. Firenze, 21 aprile 2014 (ibidem), tutte in questo senso.

Di contro, si registra un differente orientamento, che pretende la prova rigorosa del danno subito da parte del soggetto, imprenditore ovvero persona, che è stato ingiustamente segnalato.

Si vedano in questo senso Trib. Milano, 8 agosto 2005 (in Banca, borsa e titoli di credito, 2007, 4, 2, 453), Trib. Bologna, 25 maggio 2005 e, più di recente, Trib. Torino, 2 luglio 2015 (in www.ilcaso.it/bancario/principale.php?
id_cont=6-2
 – estr. luglio 2016), che ritiene che «il soggetto che chieda di essere risarcito, in via equitativa, del danno derivatogli dalla illegittima segnalazione in Centrale Rischi, ha l’onere di allegare e fornire prova degli specifici pregiudizi, avendo la richiesta di liquidazione in via equitativa il limitato effetto di liberare l’avente diritto dall’onere di provare esattamente il quantum di danno risarcibile».

Viene correttamente distinto, dunque, attingendo ai principi generali, l’one­re di provare il danno subito da quello della prova del quantum dello stesso, rimesso alla liquidazione equitativa del giudice. Chi afferma di aver subito il danno deve dunque provare, secondo l’ordinaria ripartizione dell’onere della prova, il fatto generatore del danno, il nesso di causalità e il pregiudizio subito (cfr. Trib. Perugia, 6 marzo 2014, in www.terni.unipg.it/files/generale/centro
StudiGiuridici/osservatorio/Corti_Umbre/Trib.PG.n._11272014_Illegittimasegna
lazionecentralerischi.pdf
 – estr. luglio 2016).

Quanto ai profili risarcitori, oltre che riconoscersi pacificamente la titolarità del relativo diritto sia in capo a persone fisiche – sia quanto al danno patrimoniale che non patrimoniale – che giuridiche, ciò che appare di particolare interesse è l’orientamento giurisprudenziale, in verità piuttosto risalente, che ammette – in caso di segnalazione illegittima – il risarcimento del danno non patrimoniale subito dalla persona giuridica.

Si veda Cass. n. 15609/2014, in motivazione. La Corte di legittimità argomenta rifacendosi a orientamenti che vengono definiti consolidati, che «(…) riconoscono, in ipotesi di illegittima segnalazione del debitore alla centrale rischi, sia il danno non patrimoniale alla persona, anche giuridica, con riguardo ai valori della reputazione e dell’onore (essendo anche i soggetti collettivi titolari dei diritti della personalità a tutela costituzionale ex art. 2 Cost.), sia il danno al patrimonio, che può essere oggetto della prova presuntiva, quale conseguenza per l’imprenditore di un peggioramento della sua affidabilità commerciale, essenziale anche per l’ottenimento e la conservazione dei finanziamenti, con lesione del diritto ad operare sul mercato secondo le regole della libera concorrenza (cfr., per tali principi, le decisioni Cass. 30 agosto 2007, n. 18316; 4 giugno 2007, n. 12929; 18 aprile 2007, n. 9233; 28 giugno 2006, n. 14977; 3 aprile 2001, n. 4881; 23 marzo 1996, n. 2576; v. pure Cass. 18 settembre 2009, n. 20120, in tema di assicurazione contro i danni). In particolare, anche nei confronti dell’ente collettivo è configurabile la risarcibilità del danno non patrimoniale, intesa come qualsiasi conseguenza pregiudizievole di un illecito che, non prestandosi ad una valutazione monetaria basata su criteri di mercato, non possa essere oggetto di risarcimento ma di riparazione: allorquando, cioè, il fatto lesivo incida su di una situazione giuridica dell’ente che sia equivalente ai diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla costituzione (Cass. 1 ottobre 2013, n. 22396; 12 dicembre 2008, n. 29185; 4 giugno 2007, n. 12929). Entrambi i danni, inoltre, possono essere liquidati in via equitativa ai sensi dell’art. 1226 cc (…)».

Si tratta, quanto alla pronuncia appena riportata, di una lucida sintesi del­l’orientamento consolidato in tema di risarcimento del danno non patrimoniale in capo alla persona giuridica.

Posta invero la particolare delicatezza delle informazioni negative riportate alla centrale dei rischi della Banca d’Italia, è evidente il riflesso negativo sulla “reputazione” (sotto l’aspetto economico, imprenditoriale e finanziario) della impresa segnalata (illegittimamente).

In questo caso, ciò che viene in rilievo, analogamente a quanto avviene con riferimento alla persona fisica ma rapportato alle caratteristiche dell’ente che esercita attività di impresa, è il diritto alla immagine e alla reputazione del­l’ente, sotto il profilo del credito bancario e della capacità di adempiere alle obbligazioni assunte, della solvibilità e della pretesa di essere riconosciuta al­l’esterno come impresa “sana”. In altri termini, è il “prestigio” dell’impresa a essere danneggiato dalla segnalazione illegittima alla centrale dei rischi, e come tale esso va risarcito.

Venendo ai criteri risarcitori e muovendo soprattutto l’analisi nell’ambito del danno patrimoniale (si è visto infatti che in tema di danno non patrimoniale prevale e viene naturalmente individuato un criterio equitativo di liquidazione), dovranno essere individuate le consuete voci che formano le poste risarcitorie: danno emergente e lucro cessante.

Quanto al danno emergente, per esemplificare, si dovrà verificare la contrazione di reddito della impresa che trovi causa nella illegittima segnalazione e nella, conseguente, impossibilità di far fronte al credito per approvvigionarsi di merce da porre sul mercato. E si riconoscerà a titolo di danno emergente il “costo” sostenuto non coperto a causa della riduzione delle vendite.

Il lucro cessante, al contrario, sarà costituito dalla presumibile perdita di guadagno perché, ad esempio, mancando il finanziamento a causa della (illegittima) segnalazione, l’impresa vede sfumare uno o più affari per i quali esistano alte probabilità positive.

Si tratta, evidentemente, di ipotesi che vanno calate nella particolarità dei casi concreti, in cui la soluzione va comunque sempre rinvenuta nei tradizionali criteri di individuazione e risarcimento del danno emergente e lucro cessante.

Soccorrerà, nel caso di impossibilità di dimostrare l’entità del pregiudizio, la liquidazione equitativa: ciò vale, come si è visto, soprattutto per il risarcimento del danno morale, in capo a persone fisiche e giuridiche.


8. Aspetti processuali

Aver premesso alla (finale) trattazione degli aspetti processuali più rilevanti l’approfondimento delle questioni sostanziali, non vuol dire che le prime siano prive di interesse.

Ed invero, gran parte delle pronunzie (di merito) sopra citate non sono state emesse all’esito di un giudizio ordinario, ma sono ordinanze, monocratiche o collegiali, pronunziate in primo grado cautelare o reclamo su ricorsi ex art. 700 c.p.c.

Il ricorso cautelare evidentemente viene proposto per ottenere la cancellazione immediata della illegittima segnalazione, salvo il risarcimento del danno riservato al procedimento di merito.

Sin da quando è stato dato ingresso alla tutela delle situazioni lese dalle segnalazioni illegittime, si è per così dire automaticamente ammessa la tutela residuale d’urgenza ex art. 700 c.p.c. (Trib. Verona, 18 marzo 2013 in www.il
caso.it
; Trib. Santa Maria Capua Vetere, 28 maggio 2009 in www.ilcaso.it; Trib. Lecce, 5 febbraio 2006, in www.ilcaso.it).

Non era, per la gran parte della giurisprudenza di merito, e non è alla luce delle modifiche normative (vedi infra) d’ostacolo il diverso rimedio previsto dall’aborgato art. 152 del d.lgs. n. 196/2003: esso prevedeva – in materia di tutela avverso l’illecito trattamento dei dati personali, che «quando sussiste pericolo imminente di un danno grave e irreparabile il giudice può emanare i provvedimenti necessari con decreto motivato, fissando, con il medesimo provvedimento, l’udienza di comparizione delle parti entro un termine non superiore a quindici giorni. In tale udienza, con ordinanza, il giudice conferma, modifica o revoca i provvedimenti emanati con decreto»Un provvedimento cautelare tipico, dunque, che sembrava escludere il ricorso alla tutela d’urgenza residuale ex art. 700 c.p.c. Tuttavia, occorreva chiedersi quale fosse la situazione soggettiva realmente tutelata, e lesa dalla pretesa illegittima segnalazione. Le decisioni che ritenevano ammissibile la tutela d’urgenza codicistica poggiavano le proprie argomentazioni sulla differente natura della posizione giuridica soggettiva che si assumeva lesa dalla segnalazione illegittima, reputandola non inerente la materia del trattamento dei dati personali.

Al contrario, era ritenuto inammissibile il ricorso cautelare atipico ove si reputasse che la segnalazione alla centrale dei rischi fosse materia ricompresa nella tutela offerta dal “Codice della privacy”, dovendosi dunque utilizzare lo strumento accordato dalla normativa speciale (cfr. Trib. Salerno, 23 maggio 2012, in Corr. merito, 2012, 881).

La situazione normativa è mutata con l’entrata in vigore del d.lgs. n. 150/2011 sulla semplificazione dei riti civili. La disposizione che delineava lo strumento cautelare speciale è stata abrogata e per tutte le controversie in materia viene prevista l’applicazione del rito del lavoro, con la facoltà di sospensione del provvedimento impugnato ex art. 5 del d.lgs. n. 150/2011.

Ora, si potrebbe obiettare che allo strumento cautelare ne è stato sostituito un altro, ciò che dovrebbe escludere l’applicabilità del rimedio cautelare atipico generale.

Tuttavia, secondo preferibile e maggioritaria interpretazione (cfr. sul punto Trib. Verona, 18 marzo 2013 (in www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/
8809.pdf
 – estr. luglio 2016), «Nel caso di domanda cautelare diretta ad ottenere la cancellazione della segnalazione a sofferenza presso la centrale rischi difetta il presupposto per l’applicazione dell’art. 10, comma 4 del d.lgs. 150/2011, ossia l’esistenza di un provvedimento, inteso come atto di una autorità amministrativa, da rendere inefficace. La segnalazione infatti è una attività informativa, o meglio di trasmissione dati, che viene posta in essere direttamente da un soggetto privato, ossia l’istituto di credito convenuto, in conformità a quanto previsto dalla circolare sulla centrale rischi della Banca d’Italia n. 139 dell’11 febbraio 1991, nell’ultimo aggiornamento (29 aprile 2011). In tale ipotesi, difettando un rimedio cautelare tipico, è ammissibile il ricorso al provvedimento ex art. 700 c.p.c.».

La giurisprudenza di merito successiva, in parte già citata, non sembra porsi problemi di ammissibilità del rimedio cautelare atipico ex art. 700 c.p.c, ritenendo simili domande estranee all’applicazione dell’art. 10 del d.lgs. n. 150/2011 (cfr. in merito, Trib. Como, 24 settembre 2014, Trib. Milano, 15 ottobre 2014, Trib. Asti, 16 2 febbraio 2015, tutte in www.ilcaso.it – estr. luglio 2016).

Da ultimo, quanto al requisito del periculum in mora, le decisioni sopra citate individuano lo stesso nella circostanza per cui la segnalazione negativa giunge immediatamente nel circuito bancario e finanziario, rendendo di per sé attuale e necessariamente preventiva al giudizio di merito la tutela cautelare richiesta.