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La riforma del fallimento secondo la legge n. 132/2015

G. Bonfante

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Sommario:

1. Introduzione - 2. Le modifiche “fallimentaristiche” - 3. Le norme per “accellerare” la procedura - 4. Una conclusione - NOTE


1. Introduzione

I quattro punti della riforma attuata dal d.l. n. 83/2015 convertito nella legge 06 agosto 2015, n. 132 che si occupano specificatamente del fallimento sono:

a) requisiti per la nomina a curatore (art. 28)

b) termini del programma di liquidazione (art. 104-ter) e intervento sugli at­ti a titolo gratuito art. 64

c) modalità delle vendite (art. 107, comma 1)

d) chiusura del fallimento in presenza di giudizi pendenti (art. 118).

Prima di riferire su questi specifici aspetti mi permetterò di fare alcune riflessioni generali.

Il testo del d.l. n. 83/2015 convertito nella legge n. 132/2015 si può ben dire un contenitore omnia dove accanto agli interventi in materia concorsuale, vi sono disposizioni in materia di procedure esecutive, in materia fiscale, sul processo telematico, su quello amministrativo, sulla negoziazione assistita e sul funzionamento degli uffici giudiziari.

Con specifico riguardo alle procedure concorsuali la stragrande maggioran­za degli articoli ha riguardato il concordato preventivo e, in particolare, quello in continuità mentre per il fallimento sono solo quattro gli argomenti toccati dal legislatore anche se a riguardo dal 2005 le novità a pioggia non sono state per nulla poche con interventi sempre parziali, ma a getto continuo.

Al punto che viene da chiedersi se vi sia un disegno sottostante che viene frammentariamente perseguito per non urtare interessi consolidati da decenni di immobilismo o se invece questo disegno generale resti assolutamente vago e si cerchi di materializzarlo attraverso empiriche ricerche sul campo come il tipo degli interventi attuati dal 2005 ad oggi farebbe supporre. Questa seconda ipotesi mi sembra in effetti più verosimile. Il committente, ovvero lo Stato, sembra cioè aver incaricato gli operatori di giustizia in campo fallimentare (giu­dici, avvocati, professori) che fanno e hanno fatto parte delle varie commissioni che si sono succedute nel tempo in questi anni, di procedere alla riforma senza però dare chiarissime e indiscutibili indicazioni sulle finalità della stessa, rectius sul ruolo che devono avere le procedure concorsuali.

Il che non deve stupire se si considera che l’individuazione della mission delle procedure concorsuali è stata spesso controversa e per nulla scontata anche per il fatto che sul piano degli studi scientifici la materia ha avuto molti padri, in particolare il diritto processuale civile e il diritto commerciale il che ha determinato, non di rado, un’angustia di vedute nel concepire il ruolo delle procedure fallimentari sbrigativamente ridotte a tutela del ceto creditorio (il fallimento come esecuzione collettiva o liquidazione guidata dell’impresa insolvente a favore dei creditori) mentre, più recentemente, nel nostro ordinamento, nelle procedure a latere del fallimento vero e proprio, è emersa anche la finalità di salvaguardia dell’impresa in crisi, finalità per la prima volta portata avanti dalla introduzione della Amministrazione Straordinaria.

In verità gli studi recenti d’alto profilo scientifico di Alberto Jorio [1] e Luciano Panzani [2] hanno messo in evidenza come, contrariamente alla vulgata più diffusa, sin dall’inizio dell’era capitalistica la tutela del ceto creditorio attuata con metodi sbrigativi (carcere anche per i parenti, gogna ecc.) fosse propria di economie mercantili “chiuse”, mentre nelle realtà più dinamiche, come, ad esempio, nella Repubblica di Venezia, la crisi dell’impresa fosse affrontata con metodi che cercavano in qualche modo di tutelare la sua esistenza. Ovverossia già nell’era mercantile si ha un germe di quella filosofia che si ritroverà, come ha ben descritto Jorio, nell’epopea americana della costruzione della ferrovia da est a ovest dove il salvataggio dell’impresa decotta rispondeva all’esigenza di consentire l’esecuzione di un’opera vitale per lo sviluppo del Paese [3].

Ma se le cose stanno in questi termini appare evidente come tutela del creditore o dell’impresa non siano nell’ambito delle procedure fallimentari due o­biettivi fra loro in contrasto, ma due facce della stessa medaglia rappresentata dalla salvaguardia del funzionamento del mercato a fronte della crisi dell’im­presa, salvaguardia che può conoscere diverse modalità di attuazione a seconda delle caratteristiche dei mercati, prevalendo l’una nelle economie più chiuse, l’altra in quelle più dinamiche e sviluppate.

E del resto chi avesse dei dubbi a proposito non ha che da leggere i regolamenti e le raccomandazioni comunitarie a riguardo. E così, senza volersi dilungare troppo, la raccomandazione della Commissione Europea del 12 marzo 2014 su un nuovo approccio al fallimento delle imprese e all’insolvenza nei cosiddetti “considerando” sottolinea al punto 1 l’importanza di accedere “a un quadro nazionale in materia di insolvenza che permetta (alle imprese) di ristrutturarsi in una fase precoce in modo da evitare l’insolvenza massimizzandone il valore totale per creditori, dipendenti proprietari e per l’economia generale.

Un altro obiettivo è dare una seconda opportunità agli imprenditori onesti che falliscono” [4].

Ancora il Regolamento UE 2015/848 del 20 maggio 2015 sottolinea a più riprese la necessità che le misure sull’insolvenza valgano a garantire – sono parole del Regolamento – “il buon funzionamento del mercato interno” e ciò dal momento che “l’insolvenza incide sul corretto funzionamento del mercato” [5].

Il fatto che le regole di diritto fallimentare rappresentino il mezzo per tutelare il funzionamento del mercato a fronte dell’insolvenza contribuisce a dare a questa disciplina una sua autonomia svincolandola da parentele più formali che sostanziali con il diritto commerciale e processuale civile il che dovrebbe avere la conseguenza che anche le sue regole di funzionamento dovrebbero essere autonome e non meramente ricopiate dagli altri diritti. E questo finora è avvenuto con grande timidezza proprio per le credute parentele di cui sopra anche se qualche esempio di autonomia vi è proprio in questo provvedimento, come si avrà modo di sottolineare più avanti.

Ma non solo.

Il fatto che il diritto fallimentare miri in ultima istanza a tutelare il funzionamento del mercato a fronte dell’insolvenza dell’impresa può spiegare le ragioni della difficoltà di procedere con riforme organiche.

Se infatti non si è dei giuristi ammaliati dalle logiche formalistiche più estreme, non si dovrebbe faticare a credere che il diritto è vitale se sa rappresentare la realtà sociale ed economica sottostante.

Il che significa che il diritto fallimentare deve tutelare il mercato tenendo conto della sua realtà, del suo modo concreto e multiforme di essere, la qual cosa, a sua volta, spiega perché a differenza di altri settori del diritto, non sia possibile copiare con la carta carbone le scelte di altri Stati. Ci si può ispirare ad esse, ma bisogna adattare le varie soluzioni alla nostra realtà economica che, fra l’altro, non è uniforme.

E se questa è una delle ragioni del procedere per gradi e della frammentarietà, un altro motivo che ostacola la nascita di provvedimenti organici nasce dal­l’e­quivoco che sembra serpeggiare di questi tempi secondo cui il diritto fallimentare, in quanto mirato a tutelare il funzionamento del mercato a fronte di crisi, possa aiutare a superare queste.

Dunque dalla frammentarietà è difficile che almeno nel breve periodo si possa uscire, ma è altrettanto sempre più evidente alla luce di quest’ultimo intervento come, anche sulla spinta dei ricordati interventi comunitari, un disegno organico stia prendendo comunque forma e ad esso farò cenno solo dopo aver illustrato le novità fallimentari di quest’ultimo provvedimento legislativo.


2. Le modifiche “fallimentaristiche”

Lasciate da parte queste considerazioni generali, passiamo ad esaminare nel dettaglio le novità introdotte in materia fallimentare non senza osservare come nel passaggio dal decreto legge alla legge di conversione siano state introdotte alcune correzioni non marginali, verrebbe da dire, in parte anche al seguito di alcune critiche al decreto che i primi commentatori avevano sollevato [6].

Le innovazioni introdotte, è stato osservato, parrebbero essere ispirate a due direttive di massima: garantire la terziarietà dell’organo di gestione e accellerare le procedure fallimentari.

Nel primo ambito si collocano innanzitutto gli interventi relativi alla figura del Curatore.

A questo riguardo è interessante confrontare come il decreto fosse stato originariamente concepito e come sia stato modificato nella legge di conversione.

In particolare nel Decreto era previsto che non potesse essere nominato Curatore:

a) chi nei 5 anni avesse concorso al dissesto (la legge in precedenza prevedeva 2 anni);

b) chi avesse svolto le funzioni di commissario giudiziale in un concordato preventivo;

c) chi non avesse una struttura organizzativa e di risorse adeguate al rispetto dei tempi di predisposizione del programma di liquidazione di cui all’art. 104-ter(termini ora molto stretti come si vedrà).

A riguardo si precisava che la sentenza doveva motivare sulla sussistenza del requisito in questione e la nomina doveva tener conto anche delle risultanze dei rapporti riepilogativi di cui all’art. 33, comma 5, nonché delle indicazioni dei creditori espresse nel corso del procedimento per la dichiarazione di fallimento di cui all’art. 15 l.f.

Infine al di là dei requisiti richiesti per la nomina, era prevista la istituzione di un registro nazionale ove venivano iscritte le nomine di Curatori, Commissari e Liquidatori giudiziali in base a comunicazione delle cancellerie fallimentari e dove venivano annotati con modalità telematiche accessibili al pubblico altresì i provvedimenti di chiusura del fallimento e omologa del concordato, l’ammontare dell’attivo e passivo delle procedure chiuse.

Cosa si è salvato di tutto ciò con la legge di conversione? Non molto grazie alle critiche subite sollevate dagli addetti ai lavori nonché in sede di CSM.

Innanzitutto per quanto attiene ai requisiti per la nomina a Curatore è rimasta la disposizione secondo cui occorre tener conto delle risultanze delle relazioni di cui all’art. 33, comma 5.

A questo proposito l’idea che il Tribunale prima di nominare un Curatore si riveda le relazioni di costui redatte in occasione di precedenti fallimenti parrebbe poco verosimile.

Il Tribunale ha altri strumenti per valutare la professionalità e diligenza di un Curatore.

Vero semmai che questo requisito ha la funzione di incentivare la diligenza dei Curatori a redigere tali relazioni. Va da sé poi che il Tribunale non potrà tenerne conto se si è al primo incarico e lascio da parte le difficoltà se si tratta di nominare un Curatore operante in altra sede.

È stato confermato il divieto di nominare chi abbia concorso a cagionare il dissesto, ma giustamente si è eliminato il termine di 5 anni.

Chi ha cagionato o concorso a determinare il dissesto non può ragionevolmente fare anche il curatore.

E ugualmente condivisibile l’eliminazione del riferimento in sede di nomina alle eventuali indicazioni espresse dai creditori nel corso del procedimento ex art. 15 l.f. Il Curatore lo sceglie il Tribunale e non certo i creditori, il che non esclude che a sua discrezione possa tener conto degli orientamenti di questi ultimi.

È stato eliminato il divieto di nominare curatore chi sia stato commissario in un concordato preventivo.

A favore di questa eliminazione vi è la considerazione che chi è stato commissario ben conosce la situazione di quella impresa e quindi è il più titolato per garantire i tempi brevi alla procedura di cui si dirà fra breve. Non solo, ma è anche quello che conosce meglio la situazione e quindi è in grado con rapidità di incidere dove serve.

Il dubbio, non peregrino, è che il Commissario decida per la relazione 173 l.f. incentivato anche dalla speranza di sommare l’onorario da Commissario con quello da Curatore [7].

A pensare male non si sbaglia mai diceva qualcuno.

Considerato poi che i grandi concordati sono giustamente appannaggio, sia pure per indiscussi meriti professionali, di una compagnia di giro nazionale abbastanza ristretta, è evidente come la relazione ex art. 173 l.f. può prestarsi ad essere un buon strumento per screditare per il futuro un “concorrente” o per tener fuori dalla compagnia aspiranti concorrenti. Anche se, va pur riconosciuto, che se i rilievi fossero infondati, è pur sempre il Tribunale in grado di valutarne la pretestuosità garantendo così la correttezza dello svolgersi della procedura.

In conclusione non vi è dubbio che militassero sul tema ragioni contrapposte di notevole peso sì che qualunque soluzione fosse stata adottata sarebbe stata giustificata così come lo è quella emersa dalla legge di conversione.

È stato eliminato ai fini della nomina il requisito che il Curatore debba essere in possesso di strutture organizzative e risorse adeguate.

Si è osservato che tale eliminazione è in parte attenuata dalla successiva disposizione dell’art. 107 l.f. che fa riferimento alla possibilità di avvalersi nella vendita a soggetti specializzati. E ancora si è sottolineato come tale misura avreb­be penalizzato i giovani professionisti. In verità la norma è stata eliminata perché di scarsa utilità e, se vogliamo, quasi offensiva per i Tribunali che ovviamente da sempre valutano la idoneità del Curatore a seconda dei casi senza che glielo im­ponga la legge essendo questo un loro dovere.

È rimasto il registro nazionale ove confluiscono i dati relativi alla nomina dei curatori, dei commissari giudiziali e dei liquidatori giudiziali, i provvedimenti di chiusura del fallimento e di omologazione del concordato, nonché l’ammontare dell’attivo e del passivo delle procedure chiuse.

Apparentemente il registro sembra avere un’utilità marginale di tipo statistico conoscitivo (anche se incompleto: manca per esempio il riferimento alle Amministrazioni straordinarie), ma può anche essere di utilità per il futuro –una volta che si sia conosciuta la realtà– per intervenire sui criteri di nomina (ad esempio imponendo dei tetti numerici alle nomine).

Resta il fatto, giustamente sottolineato [8], come non si comprenda perché il registro non debba tener conto delle amministrazioni straordinarie e, aggiungo io, delle liquidazioni coatte amministrative. In ogni caso pare si possa dire che il registro può costituire quanto meno un buon punto di partenza per il monitoraggio in futuro della situazione delle imprese nel corso di crisi economiche.

Da ultimo va segnalato come le norme sui requisiti dei Curatori si applichino con l’entrata in vigore del decreto ossia il 27 giugno 2015 risultando applicabili ai fallimenti dichiarati successivamente.


3. Le norme per “accellerare” la procedura

Veniamo ora ad esaminare le altre novità che dovrebbero mirare ad accellerare l’iter delle procedure fallimentari.

Si tratta essenzialmente del nuovo art. 104-ter l.f. In questo caso non essendoci interessi delle categorie in gioco, come nel caso dei requisiti per la nomina dei Curatori, non ci sono state varianti fra il testo del decreto e la legge di conversione.

E quindi il Curatore che già era tenuto a predisporre il programma entro sessanta giorni dalla redazione dell’inventario, non può in ogni caso superare il termine di 180 giorni dalla dichiarazione di fallimento.

Lo sforamento di questo termine senza giustificato motivo è giusta causa di revoca dalla carica.

Non basta: ora il Curatore deve anche indicare il termine ultimo entro il quale sarà completata la liquidazione dell’attivo, termine che non può eccedere i due anni. Il termine si può sforare, ma occorre dare adeguata motivazione del ritardo in quanto diversamente il Curatore potrà essere a discrezione del Tribunale revocato.

E per “aiutare” nella sua attività il Curatore, si specifica che potrà affidare alcune incombenze della procedura di liquidazione a società specializzate, pre­visione peraltro già contenuta nell’art. 107 l.f. anche se forse in questo caso si voleva dare al termine un’estensione più ampia.

Infine, sempre per agevolare il programma liquidatorio, l’art. 107 l.f. statuisce la possibilità di prevedere nelle vendite la rateizzazione del prezzo applicandosi nei limiti di compatibilità le disposizioni di cui agli art. 569, comma 3, terzo periodo, 574, comma 1, secondo periodo e 587, comma 1 c.p.c., nor­me che consentono appunto la possibilità di rateizzazione del prezzo sia pure nel limite dei 12 mesi.

In ogni caso viene espressamente statuito che la pubblicità dell’avviso di vendita nella procedura competitiva deve essere effettuata almeno 30 giorni prima dell’inizio della procedura al fine di dare la massima conoscibilità all’e­vento. Ed anche, aggiungerei, per evitare intese dirette a favorire alcuni rispetto a una potenziale più vasta platea.

Infine, se vogliamo, in una logica di incentivazione indiretta della celerità delle procedure, all’art. 39 è statuito che nessun acconto potrà essere liquidato se non dopo che sia stato presentato un progetto di riparto parziale.

La norma non riguarda formalmente i professionisti incaricati dal Curatore, ma temo che conoscerà di fatto un’interpretazione estensiva a costoro (si tratta di disposizione che ai sensi dell’art. 23 del decreto dovrebbero trovare applicazione solo con riguardo alle procedure iniziate dopo il decreto).

Restano tre disposizioni che anch’esse dovrebbero essere funzionali a rendere più rapido l’iter della procedura.

La prima è la norma di cui all’ultimo comma dell’art. 43 l.f. secondo cui le controversie in cui è parte un fallimento sono trattate con priorità. E in questo senso il capo dell’ufficio trasmette annualmente al Presidente della Corte d’Appello i dati relativi al numero dei procedimenti in questione e alla loro durata nonché le disposizioni adottate per raggiungere tali obiettivi e di tutto ciò il Presidente della Corte né darà atto nella sua relazione annuale.

Una seconda disposizione riconducibile all’obiettivo di “facilitare” l’atti­vità liquidatoria del fallimento riguarda il 2° comma dell’art. 64 l.f. che con ri­ferimento all’inefficacia degli atti a titolo gratuito così recita: “I beni oggetto degli atti di cui al primo comma sono acquisiti al patrimonio del fallimento mediante trascrizione della sentenza di fallimento …”.

Non si può negare che si tratti un esempio non marginale di quell’auto­nomia di regole che dovrebbe disciplinare il diritto fallimentare, ma occorre anche sottolineare come l’effetto di una tale disposizione, certamente funzionale all’accelerazione delle procedure fallimentari, è limitato ai casi in cui vi sia ai fini del trasferimento di un bene un registro ove tali operazioni vengono trascritte, come nel caso dei beni immobili [9].

L’ultima disposizione innovativa della legge fallimentare introdotta dai prov­vedimenti di cui parliamo riguarda la chiusura del fallimento e si tratta di disposizione che entra in vigore per tutti i fallimenti in essere alla data della legge di conversione.

Non si tratta di modifica da poco e tocca l’art. 118 l.f. in primis, il 120 l.f. e indirettamente il 35 e il 142 l.f.

Vediamo come.

L’art. 118 così come modificato prevede che la chiusura della procedura di fallimento non è impedita dalla pendenza di giudizi nei confronti dei quali il Curatore può mantenere la legittimazione processuale ai sensi dell’art. 43 l.f. Quanto ai costi processuali viene precisato che le somme necessarie per le spese future relative a tali giudizi pendenti, nonché le somme ricevute per effetto di provvedimenti provvisoriamente esecutivi e non ancora passati in giudicato, sono trattenute dal Curatore secondo quanto previsto dall’art. 117, comma 2, l.f.

Dopo la chiusura del fallimento le somme ricevute dal Curatore per effetto dei provvedimenti definitivi nel frattempo intercorsi sono oggetto di riparto fra i creditori sempre secondo il regime ordinario previsto per gli accantonamenti. In ogni caso i creditori non possono mai agire su quanto è oggetto di tali giudizi in quanto gli eventuali realizzi si considerano attratti nella sfera dello spos­samento e quindi sottratti a singole procedure esecutive. Ne consegue altresì che le eventuali sopravvenienze attive derivanti da tali giudizi pendenti non potranno dar luogo alla riapertura del fallimento avendo origine nel fallimento pregresso e non in fatti successivi.

Qualora poi a seguito di tali sopravvenienze dovesse venir meno l’impedi­mento alle esdebitazioni di cui al art. 142, comma 2, l.f. relativo al caso in cui non sia stato possibile soddisfare neppure in parte i creditori, il debitore potrà chiedere la esdebitazione nell’anno successivo al riparto.

Qualora poi i suddetti giudizi vengano chiusi in via transattiva, in deroga all’art. 35 l.f., le rinunce alle liti e le transazioni potranno essere autorizzate dal giudice delegato anziché dal comitato dei creditori.

Infine risulta modificato anche l’art. 120 l.f. ove si precisa che in questi casi di chiusura in pendenza di giudizi il Giudice delegato e il Curatore restano in carica ai soli fini di quanto ivi previsto.

A proposito di questa norma, davvero innovativa, vengono in mente alcune osservazioni.

La prima.

Non vedo un grandissimo vantaggio in termini di alleggerimento delle attività degli organi giudiziari: vanno a riposo il Tribunale, il Comitato dei creditori, ma, di fatto, è come se la procedura sia ancora aperta per Curatore e Giudice delegato.

La seconda.

Bisogna essere certi che si sia in presenza di una procedura con risultati positivi.

E se inaspettatamente si perde la causa? Il legislatore tace sul punto non prendendo in considerazione l’eventualità. Come ci si regola con una sopravvenienza passiva con un fallimento chiuso? Occorre prevedere un fondo?

La terza.

Viene da chiedersi perché la chiusura del fallimento non possa essere prevista, in questo caso con più tranquillità, in pendenza di procedure di vendita immobiliare. Qui sì che i rischi non ci sono e la chiusura anticipata del fallimento ha più senso.

La quarta.

Comunque sia, siamo in presenza di una norma “abnorme”.

E infatti: il fallimento è chiuso ma il Curatore è ancora “vivo e vegeto” in totale deroga ai principi del nostro ordinamento.

Della cosa non c’è affatto da scandalizzarsi, rappresentando l’ulteriore conferma di quanto segnalavo all’inizio circa l’autonomia del diritto fallimentare dal diritto commerciale e processuale.


4. Una conclusione

I provvedimenti che ho brevemente commentato sono da valutare nel loro complesso positivamente. Non ci si può peraltro esimere dall’osservare, con particolare riguardo alle norme miranti a “velocizzare” i procedimenti, come queste siano venate da un certo volontarismo di facciata nel senso che vengono posti dei paletti e degli obiettivi, apparentemente certi e condivisibili, senza peraltro vi sia stato un grande sforzo “inventivo” per far sì che questi obiettivi vengano effettivamente centrati.

Un esempio per tutti: quando si pongono dei limiti alla procedura liquidatoria nel termine di due anni e poi non si interviene in modo incisivo con regole a sé autonome, ad esempio, sulle procedure di smobilizzo dei patrimoni immobiliari, di fatto si rende il termine biennale alla stregua di un semplice desiderio.

E se non si voleva stravolgere gli istituti –come dicevo in precedenza– perché non estendere la possibilità di chiudere il fallimento ex art. 43 l.f. considerando anche le esecuzioni in corso?

Al di là di tale rilievo, volendo allargare lo sguardo al complesso di interventi attuati soprattutto da ultimo, mi sembra che a dispetto di una certa nebulosità sugli obiettivi della legge fallimentare, una strategia complessiva si stia certamente delineando.

Sembra cioè di poter dire, che stia nascendo un sistema di norme che, mentre tende a velocizzare la procedura fallimentare nel cui ambito, grazie all’at­tenzione all’affitto e vendita d’azienda, la tutela dell’impresa e non solo dei creditori si fa strada, sul fronte delle procedure alternative perde colpi cammin facendo il concordato liquidatorio (che è giustificabile solo se garantisce percentuali di qualche rilievo superiori a quelle del fallimento) a favore delle altre procedure, concordato in continuità in testa, che mirano a salvaguardare la vita dell’impresa in crisi. Al punto che viene quasi da dire che questi istituti stanno svolgendo per le imprese minori un ruolo non del tutto dissimile dalle Amministrazioni Straordinarie.

È un disegno che si sta affermando di fatto senza però che vi sia al momento un target definito e dichiarato.

Il che in un periodo di forzata frammentarietà legislativa può generare confusione e sconcerto mancando la bussola interpretativa dei vari interventi.

Mi chiedo cioè perché non pensare ad un articolo 1 della legge fallimentare di questo tenore.

“Gli istituti di cui alla presente legge mirano a preservare il regolare andamento del mercato a fronte delle crisi delle imprese tutelando per quanto possibile il loro funzionamento e i diritti dei creditori.”

In fin dei conti a dir la verità forse si scontenta qualcuno ma si guadagna in termini di chiarezza e trasparenza.

A maggior ragione perché questi obiettivi sono quelli europei che si ritrovano, come ho ricordato, nel regolamento UE sull’insolvenza del 20 maggio 2015 oltre che nelle raccomandazioni della Commissione Europea del 12 marzo 2014.

Non solo in questo modo noi “utilizzatori” delle leggi sopporteranno meglio lo stillicidio di norme ed eviteremmo anche la sensazione di essere in una sorta di ottovolante giuridico con il timore di non sapere dove andare e di ritrovarci, come in un ottovolante appunto, al punto di partenza; ma soprattutto anche noi potremmo dare, sia pure indirettamente, il nostro contributo al miglioramento del quadro.

Se è vero infatti, come è vero, che le norme per funzionare devono saper cogliere i variegati bisogni e interessi della realtà sottostante, ciascun operatore del settore può dare un suo apporto di esperienza.

Ma perché ciò possa realizzarsi appieno occorre anche che i componenti delle Commissioni, pur mantenendo saldo il volante nella direzione che sta emergendo, sappiamo ascoltare quanto proviene dalle esperienze quotidiane delle imprese in crisi e di chi ha a che fare con esse. In altre parole sarebbe utile una concertazione effettiva non come è ora fra “pochi” ma ben più diffusa, come dimostra l’esperienza della riforma societaria del 2003 elaborata da un manipolo di “esperti” senza un vero confronto esterno (come invece avvenuto in Inghilterra). Risultato: una non del tutto insignificante “fetta” di queste norme – pur pregevole dal punto di vista formale – è disapplicata perché inutile.

Speriamo non ci sia un bis [10].


NOTE

[1] Cfr. A. JORIO, Introduzione generale alla disciplina delle crisi d’impresa, in A. Jorio-B. Sassani, in Trattato delle procedure concorsuali, Vol. I, Giuffrè, Milano, 2014, Vol. I, 3 ss.

[2] Cfr. L. PANZANI, La storia del fallimento: uno sguardo d’insieme, in Il nuovo diritto delle società, n. 18, 7 ss.; dello stesso Autore si v. anche l’Introduzione, in Trattato Cagnasso-Pan­zani, Crisi d’impresa e procedure concorsuali, Utet, Torino, in corso di pubblicazione.

[3] A. JORIO, op. cit., 42 ss.

[4] Cfr. Raccomandazione della Commissione 12 marzo 2014 su un nuovo approccio al fallimento delle imprese e all’insolvenza, Bruxelles; 12 marzo 2014 L (2014) 1500 finale.

[5] Cfr. Regolamento (UE) 2015/848 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 20 maggio 2015 in Gazz. Uff., UE 05 giugno 2015, n. L 141.

[6] Merita a riguardo segnalare F. LAMANNA, La miniriforma (anche) del diritto concorsuale secondo il decreto “contendibilità e soluzioni finanziarie” n. 83/2015: un primo commento, in Il Fallimentarista, 29 giugno 2015.

[7] F. LAMANNA, ivi.

[8] Ibidem.

[9] Per un primo commento a questa norma cfr. L.M. QUATTROCCHIO, L’art. 2929-bis c.c. e il novellato art. 64 l.f. in www.Ildirittodegliaffari.it. Ante riforma sul tema per tutti A. PATTI, Commento all’art. 64 l.f., Atti a titolo gratuito, in Il nuovo diritto fallimentare, A. Jorio (diretto da), Tomo I, Zanichelli, Bologna, 2006, 872 s.s.

[10] E a questo riguardo qualche dubbio potrebbe sorgere, mentre queste note vanno in stampa, con riferimento al pregevole schema di legge delega per la Riforma delle procedure concor­suali elaborato dalla Commissione ministeriale istituita dal Ministro della Giustizia con Decreto 28 gennaio 2015 che rivoluziona la materia con soluzioni in teoria più che condivisibili, ma il cui impatto sulla realtà socio economica del nostro Paese è tutto da verificare.