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Gli intangible nell'economia dell'impresa

Giacomo Büchi, Cecilia Casalegno, Monica Cugno

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Sommario:

Introduzione - 1. Sviluppo degli elementi teorici dell’economia dell’impresa per un tentativo di collocazione del tema degli intangibili - 2. Intangible: il contesto logico e le finalità nella loro valutazione - 3. Conclusioni: concetti e metodi per la valutazione degli intangible specifici - Bibliografia


Introduzione

Lo studio degli asset intangibili nell’economia di impresa è un tema dibattuto non solo nei differenti settori scientifico-disciplinari delle università, ma è anche oggetto di grande considerazione e analisi da parte di manager e professionisti.

Il tema, considerato nel presente elaborato, è sviluppato secondo la seguente articolazione: una prima parte intende identificare quelli che sono stati, negli anni passati, i principali e meglio riusciti tentativi di collocazione del tema degli intangibili nell’economia di impresa, considerandone i principali elementi teorici; una seconda parte intende sviluppare l’analisi dei contesti e degli strumenti di valutazione degli intangibili in impresa.


1. Sviluppo degli elementi teorici dell’economia dell’impresa per un tentativo di collocazione del tema degli intangibili

Durante la seconda metà del XX secolo si assiste alle prime teorizzazioni sugli intangibili nelle organizzazioni for profit, con l’obiettivo di uscire dal­l’astrattezza della teoria neoclassica dell’impresa, la quale faceva riferimento prettamente all’imprenditore, senza considerare l’impresa come unicum e come appartenente a un sistema di relazioni che la legano a quanto esiste fuori dai propri confini.

Un primo tentativo di sistematizzazione degli intangibili può essere fatto risalire al lavoro di Knight “Risk uncertainty and profit” (1921).L’autore si interroga sulla motivazione che spinge alla creazione dell’impresa moderna. Questa esiste in quanto, considerando che solo le competenze imprenditoriali possono affrontare rischio e incertezza (teoria diametralmente opposta a quella concernente l’informazione perfetta, concetto tipicamente neoclassico), non esiste un mercato in grado di scambiare con prezzi efficienti quella particolare e preziosa risorsa che è la competenza imprenditoriale. Tale riferimento teorico è quello su cui si intende, nel presente scritto, innestare il discorso sull’in­tangibile, tuttavia la letteratura presenta altri due riferimenti teorici importanti che, per completezza di informazione, è bene citare.

Il secondo riferimento è relativo al testo “The nature of a firm” (COASE, 1937), in cui il focus si sposta maggiormente sui costi di transazione, sostenendo che l’impresa esiste perché a un certo punto è stato necessario definire dei confini che stabilissero dei rapporti gerarchici che sfuggissero alla logica del mercato su cui l’imprenditore puro invece si basava, focalizzando l’atten­zione su scambi di mercato, mentre all’interno dell’impresa esistono dei rapporti diversi che sfuggono alla logica di mercato e seguono invece una logica gerarchica. In buona sostanza, i costi di transazione dipendono dal contesto tecnologico e contrattuale, le cui condizioni e basi possono cambiare rapidamente.

Infine, nel contributo di Berle e Means (1991) “The modern corporation and private property” è esposta la teoria secondo la quale il soggetto decisionale non è unico, ma, all’interno dell’impresa, ci sono più soggetti decisori – questo dà origine delle teorie sulla governance e sull’organizzazione – considerando, di conseguenza, il problema relativo all’informazione asimmetrica e quello relativo al concetto di principal agent.

Considerando il lavoro di Knight (1921), è possibile interpellare in questo filone teorico l’idea schumpeteriana dell’imprenditore come innovatore che non si limita a scambiare, ma che introduce nuovi prodotti, sfruttando le innovazioni tecnologiche, e apre nuovi mercati, cambiando le modalità organizzative della produzione. Questi concetti sono poi strettamente legati a quello del ciclo di vita naturale dei singoli business (lungo il quale il rendimento del capitale ha delle fisiologiche variazioni) e al fatto che le competenze imprenditoriali debbano essere in grado di rinnovarsi continuamente per mantenere il rendimento del capitale a livello di impresa al di sopra del costo del capitale comprensivo del rischio tipico del settore (idea di per se in contrasto con gli assunti del modello neoclassico di base). Tecnicamente, la misurazione degli effetti di queste teorie si risolve nel concetto di creazione di valore, che a sua volta richiama il concetto di vantaggio competitivo, ovvero di quella condizione necessaria per mantenere il rendimento del capitale investito maggiore del suo costo, portando così la realtà organizzata ad ottenere, possibilmente nel lungo periodo, una redditività superiore rispetto alla media del settore di competenza (PORTER, 1980).

Da qui derivano tutte le teorie che si occupano della natura del vantaggio competitivo e delle condizioni necessarie per crearlo e mantenerlo. Analizzando il concetto di vantaggio competitivo e di come questo si determini, è possibile notare una dicotomia. Porter (1980) sostiene che il vantaggio competitivo si crei attraverso una serie di strategie che l’imprenditore mette in atto, sia sul fronte dei ricavi sia su quello dei costi. In contrapposizione, un secondo gruppo di contributi sottolinea il legame tra vantaggio competitivo e risorse (GRANT, 1991-BARNEY, 1996).

La prima considerazione al riguardo concerne la sistematica della natura delle risorse stesse e, in particolare, la suddivisione tra le risorse classificabili e inseribili nello stato patrimoniale (materiali, immateriali, finanziarie) e le risorse per cui esiste un regime di appropriabilità molto più debole, legato a fattori molto diversificati e mutevoli nel tempo, come ad esempio il capitale umano, la fiducia degli stakeholder, le competenze, le capacità organizzative e le routine intrinseche all’impresa. Si tratta di risorse che permettono all’im­pre­sa sia di affrontare la gestione ordinaria, che di adattarsi all’ambiente. Il percorso della dottrina, così delineato, porta all’individuazione del tema che vede la conoscenza e l’innovazione quali asset fondamentali per produrre proteggere e conservare le risorse.

La proprietà intellettuale per molti anni ha dato per scontato un modello di innovazione chiusa, basato sulla ricerca e sviluppo, concentrato sull’innova­zione di prodotto e sull’importanza dei concetti di protezione, basati anche sulla simmetria informativa, non necessariamente sulla protezione giuridica.

A questo punto occorre focalizzare l’attenzione sulle tecnologie legate all’Information Technology; si va, infatti, affermando un concetto più «lato» di innovazione che, con qualche ambiguità terminologica, viene definto open innovation (CHESBROUGH, 2003a, CHESBROUGH, 2003b).

Vi è un’evoluzione dei paradigmi dell’innovazione, che si lascia alle spalle il modello tradizionale, che vede l’intellectual property come una soluzione al trade off tra inefficienze monopolistiche e incentivo ad innovare e, quindi, come insieme di contratti tra impresa e società. Tali paradigmi sono identificabili secondo tre caratteristiche distintive:

– L’innovazione innanzitutto non è assolutamente vista in sostituzione, ma in affiancamento, del precendente modello di innovazione chiusa. Inoltre si tratta di un concetto meno dipendente dalle sole risorse interne (si pensi al ruolo della customer satisfaction), non fa leva sulla sola funzione di R&D (ap­prodando così al concetto di total quality management), non riguarda (o almeno non dovrebbe riguardare) le sole operations (come nelle logiche lean). Inoltre è bene puntualizzare quanto sia difficile la ricerca empirica, in quanto il ricercatore riscontra difficoltà nello stabilire modelli per confrontare imprese a livello cross action, considerato che è molto difficile individuare le variabili dipendenti e indipendenti per capire gli effetti della open innovation;

– Nella open innovation rivestono, inoltre, un ruolo fondamentale i giochi cooperativi, che non intendono sostituire quelli competitivi da parte dell’im­presa, ma che a questi si affiancano. Si tratta pertanto dell’analisi della cooperazione di diversi attori lungo la catena del valore, con particolare attenzione ai costi di transazione e agli incentivi, alle economie di scala e di scopo, dalla gestione del rischio. Pensiamo, ad esempio, a ciò che sta succedendo nel campo della ricerca e della sua evoluzione nel settore farmaceutico: le piccole imprese biotech, che svolgono ricerche legate al pubblico, compiono ricerche e sviluppo prodotto in outsourcing rispetto alle grosse multinazionali farmaceutiche che, ad un certo punto, si sono rese conto di non essere in grado di supportare sforzi di ricerca e commerciali di larga portata (BÜCHI ET AL., 2010). A tal proposito, gli strumenti giuridici si diversificano: accordi, joint venture, consorzi, alleanze. Mettendosi nei panni di un giurista che si approccia a questi problemi, dunque, diventano importanti una serie di strumenti diversi da quelli tradizionali della protezione della proprietà intellettuale, anche se è chiaro che, a un certo punto della catena del valore, il problema dell’appro­priabilità dei dati diventi sempre più cruciale;

– L’evoluzione dei paradigmi dell’innovazione tende a enfatizzare (non che prima non ci fossero teorie a favore) il carattere endogeno dell’innovazione e, quindi, il contributo che l’impresa dà alla crescita. Accumulazione di capitale e progresso tecnico, prima, potevano essere considerati quale un «motore esogeno». Nella figura 1 è rappresentato il rapporto tra cumulazione di capitale (tangibile) e il PIL (si tratta della visione neoclassica tipica a rendimenti decrescenti). L’idea era che la continua comulazione portasse un rendimento decrescente. Dividendo, quindi, ascisse e ordinate per la popolazione, è possibile vedere che chi ha un’elevata intensità di capitale per abitante vede decrescere il tasso di crescita di PIL pro capite.

 

Figura 1 – Rapporto tra cumulazione di capitale e PIL

Figura 2 – Rapporto tra cumulazione di asset intangibili e PIL

Tale concezione riecheggiava nelle vecchie idee degli economisti classici (e in fondo anche di Marx) che vedevano il paradigma della crescita endogena come un aspetto negativo, senza, però, portare riferimenti empirici a supporto della loro teoria. Come si può notare dal grafico della figura 2, proprio il carattere endogeno porta a far raddrizzare la linea, che prima tendeva alla decrescita e che poteva cambiare direzione solo dopo un progresso tecnico esogeno al sistema.

Dunque, la caratterista sopra descritta dei nuovi paradigmi di innovazione porta a evidenti conseguenze: rispetto a prima, con il ragionamento del secondo grafico, è possibile trovare una spiegazione del perché la Cina, ad esempio, sia riuscita a conseguire un tasso di crescita più elevato di un Paese maturo, arrivando così a delineare il cosiddetto un fenomeno di catching up (convergenza dei redditi pro capite) nel lungo periodo.

Krugman (2000, 2008), focalizza la propria attenzione sul problema della convergenza dei redditi pro capite che rappresenta il problema logico che si pone come immediata conseguenza dei rendimenti costanti degli intangible assets. Lui stesso scrive: “l’intangibilità delle più importanti attività di un’a­zienda rende molto più difficile capire quanto essa realmente valga, ci sono gli strumenti per una efficace gestione degli intangibili”.

A questo punto la comunità scientifica è chiamata a ragionare su alcune questioni, che rimangono aperte: ci sono gli strumenti per un’efficace gestione egli intangibili? In quale modo può essere quantificato il capitale umano nello stato patrimoniale?


2. Intangible: il contesto logico e le finalità nella loro valutazione

I professionisti che debbano confrontarsi con il tema degli intangibili si trovano, ad oggi, a dover considerare quattro contesti, con corrispondenti finalità, che possono essere schematizzati come segue:

Contesto 1: Misure di perfomance economica orientate al valore, “on a rolling basis”, che integrano la misura del reddito contabile;

Contesto 2: Base informativa economico/patrimoniale nelle valutazioni di finanza straordinaria, come nelle acquisizioni;

Contesto 3: Applicazione dei principi contabili internazionali;

Contesto 4: Comunicazione volontaria.

A questi quattro contesti sono comuni alcuni temi di fondo: l’orientamento alla creazione di valore e non ai redditi contabili (naturalmente si possono produrre redditi contabili anche distruggendo valore e viceversa) [1]; il rapporto tra valutazione unitaria dell’intangible aziendale e la valutazione degli intangible specifici [2]; la sistematica degli intangibili. Considerando il concetto di si­stematica, è possibile innanzitutto classificare gli intangibili tra acquisiti e internamente prodotti [3]. Una seconda classificazione, che ha più valenza cartesiana che di valutazione,è quella tra intangible legati al mercato, alla ricerca e quelli di tipo organizzativo [4], interessante oggetto di analisi degli studiosi di management, che fa si che gli intangible non siano solo legati alla logica delle operations.

 

Misure di perfomance economica orientate al valore, “on a rolling basis

 

Si tratta di misure da utilizzare nella valutazione dei risultati delle business unit, dei managers, delle strategie.

L’orientamento al valore impone da un lato l’integrazione del reddito contabile per stimare il risultato economico integrato (REI), secondo il principio:

REI=Um+∆IA+ ∆OA [5]

Dall’altro lato l’orientamento al valore impone la continua valutazione del costo opportunità del capitale. In questo caso si parla di orientamento al valore e al fatto che il risultato economico integrato debba – o meglio dovrebbe, su una logica di valore – tener presente, annualmente, delle variazioni di intangible asset e dei delta di altri asset che, ovviamente, dovrebbero diminuire la loro importanza rispetto agli intangible asset.

La teoria finanziaria asserisce che, nell’analisi unitaria di un periodo pluriennale, la somma dei valori dei margini di profitto economico legati tra redditività e costo del capitale equivalga, in definitiva, all’attualizzazione dei cash flow. Tuttavia, il peso relativo dei margini dei periodi è molto importante da un punto di visto gestionale, in quanto l’accelerazione della dinamica competitiva tende a trasferire intangibili nel tempo e, quindi, siccome devono essere effettuate valutazioni e pagate remunerazioni sui periodi, è molto importante poter stabilire periodo per periodo quella che è la dinamica degli intangible.

La base informativa economico patrimoniale nelle valutazioni di finanza straor­dinaria

 

In questo caso è necessario sintetizzare il tema, vastissimo, dalla prospettiva dei soli intangible, considerando che i criteri di valutazione assoluti, basati sui flussi attesi (finanziari e, solo come approssimazione, reddituali), forniscono un valore unico di intangible generico (goodwill) e questo accade sia nelle valutazioni asset side, sia in quella equity side [6].

 

Figura 3 – Intangible generico e intangible specifici nel caso di goodwill

 

Figura 4 – Intangible generico e intangible specifici nel caso di Badwill

I metodi assoluti misti (patrimoniali con flussi di economic profit), concettualmente asset side, permettono chiaramente di generare anche valori specifici, riducendo il goodwill apparente, come è possibile desumere dalle figure 2 e 3.

La ricerca della separazione degli intangibili specifici dal goodwill è una cosa importante, in questa seconda finalità, per il giudizio integrato di valutazione, quindi nell’ambito di finanza straordinaria, ma anche nelle altre finalità per l’affinamento dei multipli.

L’applicazione dei principi contabili internazionali

 

Attraverso tali principi, la ragioneria che si occupava di valori storici, inizia a occuparsi di valori economici. Con specifico riferimento agli intangible, due sono i problemi: purchase price allocation [7] e impairment [8] degli intangible la cui vita non è definita. Considerando la ricerca empirica, vi è grande difficoltà per i ricercatori che vogliono confrontare bilanci di imprese, in quanto a oggi si sa che sia il 2426 sia lo IAS che si occupa di ricerca e sviluppo lasciano aperta la facoltà di capitalizzazione, a seconda delle valutazioni che danno gli amministratori. Tutto ciò rappresenta, da un punto di vista di utilizzazione di dati di bilancio secondari per fare studi e confronti, un grosso problema.

 

La comunicazione volontaria

 

Da quanto detto all’inizio, è evidente che una parte probabilmente prevalente dell’informativa sugli intangible non può che avvenire al di fuori del bilancio, nonché al di fuori dell’applicazione dei principi contabili internazionali. In parte, è bene che così avvenga, in modo che il top management possa riflettere sul valore degli intangible senza essere condizionato dai problemi e dai rischi connessi alla contabilizzazione. Tale tematica prende il nome di value reporting, che riguarda informazioni economiche quantitative che la contabilità non è in grado di fornire. Ne sono esempio le informazioni relative al ciclo di vita dei prodotti, alle quote di mercato, al costo del capitale, alla customer satisfacion, ecc.


3. Conclusioni: concetti e metodi per la valutazione degli intangible specifici

Quale che sia il contesto e la finalità, si vuole in questa sede accennare ad almeno due concetti generali, assieme a alcuni metodi di valutazione, che si ritengono più accreditati nella pratica, senza entrare in dettagli, ma solo evidenziandone le logiche di stima.

Il primo concetto è che se si abbandona il mondo delle certezze contabili di semplici realizzazioni di fatti storici, bisogna essere consci che valutazioni basate su modelli economici presuppongono assumptions su una serie di questioni che sono essenzialmente nessi causali, durate temporali, tassi di autorizzazione, vettori di flussi futuri. Può sembrare arbitrario introdurre concetti probabilistici in questo tipo di valutazioni, ma il non farlo è ancora più arbitrario.

Il secondo concetto è relativo al valore degli intangible specifici: questo riporta a quanto detto in precedenza riguardo rapporti tra goodwill e inangible specifici e trova il suo vincolo nel valore economico dell’azienda nel suo complesso, depurato del valore del capitale netto rettificato con riferimento al­le altre attività, tangibili e finanziarie, comprese le plus minus con relativi effetti fiscali. Più precisamente, le osservazioni sul valore economico, in senso stretto, possono essere associate a un orizzonte temporale definito o eventualmente controllabile in presenza di piani formalizzati e approvati. C’è un’arbi­trarietà notevole nella proiezione di perpetuity, se non associati a modelli di alberi decisionali con l’introduzione di contesti probabilistici.

Si intende, inoltre, affrontare un ultimo, ma importante, punto: le logiche di stima degli intangible specifici. Per tutte vale l’importanza dell’informazione condivisa e delle banche dati consulenziali. Si tratta di logiche conosciute: la prima concerne il costo storico, che prevede l’accertamento del costo storico per la formazione dell’intangibile, eventuale allineamento monetario e eventuale correzione per la vita residua.

La seconda logica estimativa richiama il concetto economico di costo opportunità sull’asset, ovvero quanto costerebbe ricostituire oggi l’intangible che si vuole valutare. Naturalmente, questo presuppone un target e una funzione che l’intangible attualmente ha, la proiezione dei costi necessari, la funzione di costi sull’orizzonte dei tassi e le eventuali correzioni sulla vita residua.

La terza logica estimativa considera il premium price. In questo caso l’assunto è che l’intangible specifico sia causa di vantaggi misurabili in via differenziale, rispetto a situazione di concorrenti che, in media, non lo possiedono. Il vantaggio è un reddito e come tale richiede la proiezione di maggior ricavi e costi e, di nuovo, di orizzonti e di tassi.

La quarta logica estimativa considera il concetto di comparable su deal di asset. In questo caso il problema chiave è l’effettiva analogia di situazioni simili con stesso intagibile, stessa forza e, in più, presenza di altri asset ma scor­porabili. Naturalmente è doveroso il controllo che le condizioni di pagamento siano anche comparabili.

La quinta logica estimativa è quella sui flussi di royalty. Si tratta dell’appli­cazione della logica classica dei multipli, ovvero in questo caso di ritiene che il comparable sui flussi sia più raggiungibile che non il comparable sugli asset. Quindi, la ricerca di analogia si sposta sul tasso di royalty, ovvero sul rapporto da applicare in genere al fatturato. La variante di questo è nuovamente l’applicazione ai flussi del concetto di costo opportunità, relief from royalties, ovvero si considera quanto si dovrebbe pagare se non si potesse far leva su tale intangible.

Per concludere, l’ultima logica estimativa interessante, utilizzata in alcuni settori, è quella relativa alla costruzione di multipli con valori di intangible rapportati a misure di capacità. Le assunzioni si moltiplicano in maniera esponenziale. Riassumendole in due step: occorre isolare da deal prices di operazioni straordinarie il valore di intangible specifici core (detraendo il valore di tutti gli altri asset e, quindi,attribuendo al core anche una quota implicita di generico). In secondo luogo, si rende necessario rapportare tale valore a misure che possano fungere da multiplo (strutturali come nel caso delle utilities o della recettività turistica di ricavo, come nel caso dei servizi o dei premi assicurativi o patrimoniali, come nel caso delle banche).


Bibliografia

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