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L'istituto della diseredazione, fra tradizione e attualità. Parte II

M. Cavanna

Sommario:

1. Generalità: nuove applicazioni di istituti privatistici indotte dalla crisi economica - 2. La successione dell’imprenditore: meglio la posizione di erede o di creditore? - 3. La diseredazione: una possibile rilettura - 4. Una ipotesi di conclusione - NOTE


1. Generalità: nuove applicazioni di istituti privatistici indotte dalla crisi economica

La crisi economica di questi ultimi tempi ha inciso talvolta drammaticamente sulle vicende individuali di tante famiglie, specialmente quelle il cui reddito deriva principalmente dall’attività di un imprenditore. Non è un caso che ultimamente non solo il legislatore abbia dedicato grande attenzione alla disciplina delle procedure concorsuali: basti pensare alla generale riforma del diritto fallimentare entrata in vigore, per tappe successive, tra il 2005 e il 2007 e con ulteriori successivi aggiustamenti [1]; ovvero all’istituzione di una nuova procedura dedicata alla composizione delle crisi per sovraindebitamento, destinata ai soggetti tradizionalmente esclusi dalle procedure concorsuali [2]. E, davvero significativamente, è alle viste una globale risistemazione della materia che verrà a culminare nell’introduzione del nuovo codice del diritto concorsuale [3].

In realtà le situazioni di difficoltà, che segnano così profondamente il tessuto del nostro sistema economico, hanno risonanza persino più ampia nelle scelte dei singoli. Si è infatti assistito a fenomeni del tutto nuovi rispetto al passato, ad esempio nell’ambito della risistemazione dei patrimoni familiari. Em­blematico appare il caso del contratto di donazione, che nella sua stessa causa esprime lo scopo ultimo della liberalità, vale a dire arricchire il soggetto destinatario della attribuzione patrimoniale [4]. Ora pare assai difficile intravedere anche solo una lontana eco di tale profilo causale, laddove un padre di famiglia, trovandosi in crisi di liquidità nel far fronte, con i proventi della propria pensione, alle imposte cui va soggetta la c.d. “seconda casa” acquistata in passato con i proprio risparmi, decida quasi suo malgrado di donarla al figlio, in modo che per que­st’ultimo possa essere una “prima casa” la quale ha un impatto fiscale meno pesante. Questo padre è infatti costretto a scartare subito l’ipotesi di vendere quella casa a terzi, che si tradurrebbe quasi inevitabilmente in una svendita stante il generale ribasso dei prezzi degli immobili.

Pare evidente che, in situazioni del genere, il profilo legato al voler beneficiare il donatario passa decisamente in subordine rispetto alla primaria esigenza di ridurre le spese che altrimenti la famiglia dovrebbe sopportare – soprattutto se, magari, lo stesso figlio donatario è privo di lavoro stabile ed sostenuto economicamente dai propri genitori, con i quali ancora convive non essendo in grado di costituire un proprio nucleo famigliare: onde una vendita allo stesso figlio non sarebbe del pari prospettabile.

Non si tratta di un caso isolato: senza pretesa di completezza si può pensare al caso delle famiglie più giovani, che non riescono ad acquistare autonomamente il bene-casa a fronte del rifiuto della banca di turno a concedere un idoneo finanziamento, onde quasi sistematicamente le vendite dagli stessi concluse più o meno apertamente esprimono una pattuizione a favore di terzo o un adempimento del terzo nel prezzo pagato in tutto o in parte dai genitori; o al ritorno in auge della clausola di riserva della proprietà nella vendita immobiliare, quale forma di garanzia meno costosa di altre, a sancire il mancato immediato pagamento del bene acquistato (ancora un immobile, o anche un’a­zien­da); o ancora ad operazioni di ricapitalizzazione societaria che si realizzano attraverso operazioni diverse da versamenti di somme di denaro. E l’elenco potrebbe continuare [5].

La crisi insomma ha finito per indurre a una rilettura, alternativa per non dire “difensiva”, di istituti tradizionali del nostro diritto privato.


2. La successione dell’imprenditore: meglio la posizione di erede o di creditore?

Il diritto delle successioni non fa eccezione alla descritta tendenza: non è raro che una persona pensi di fare testamento, allo scopo non già di dare un assetto al proprio patrimonio tale da escludere liti e controversie tra i suoi successori, quanto piuttosto di consentire un legittimo risparmio di spesa, sul piano civilistico e anche tributario.

Ancor più chiaramente, in talune – purtroppo non così infrequenti – vicende ereditarie la visuale tradizionale, che considera privilegiata la figura dell’e­rede, viene quasi capovolta. Il punto è che l’erede continua la posizione del defunto non solo nel lato attivo del patrimonio, ma anche in quello passivo: e il caso che purtroppo sta divenendo sempre più frequente è quello del defunto che lascia un patrimonio pure non esiguo, ma con carenza totale di liquidità, oltre a una serie importante di debiti non solo verso privati, ma anche verso il fisco proprio perché non riusciva più a soddisfare la sempre più pressante imposizione sul suo patrimonio.

Gli eredi si trovano allora nella scomoda situazione di chi deve sciogliere la dolorosa alternativa se: a) accettare l’eredità, facendosi carico del passivo, con l’onere quindi di alienare (in concreto: svendere) taluni beni ereditari, tipicamente immobili, a rischio poi di scoprire che, anche per la sopravvenienza di ulteriori debiti inizialmente ignoti, il passivo ereditario abbia eroso gran parte dell’attivo [6]b) ovvero, ben più drasticamente, rinunziare al patrimonio ereditario e ai debiti relativi, e, in tal modo, anche rinunziare a continuare la figura del defunto sul piano sociale.

Scelta quest’ultima che può anche essere non agevole da attuare, ad esempio se la persona che intende effettuare la rinunzia, discendente in linea retta del defunto, sia a sua volta genitore di un soggetto minore di età (o meno frequentemente soggetto a tutela, curatela o amministrazione di sostegno): il minore (o l’incapace) risulterebbe infatti chiamato iure rapresentationis, e ciò comporterebbe quanto meno la necessità di introdurre un (non immediato né privo di costi) procedimento di volontaria giurisdizione, attraverso il quale il legale rappresentante del minore (incapace) dovrebbe ottenere l’autorizza­zio­ne giudiziale alla suddetta rinunzia [7]. Autorizzazione, detto per inciso, il cui rilascio sarebbe tutt’altro che scontato, ove non emergesse con chiarezza la natura dannosa dell’e­redità, magari perché essa si annida nella dubbia valutazione di cespiti ereditari, come ad esempio beni immobili, la cui stima in questo periodo di crisi appare sempre più complessa per non dire incerta se non addirittura aleatoria.

La vera “catastrofe”, il ribaltamento di visuale, dipende dalla circostanza che, nell’attuale contingenza economica, appare assai più rassicurante la posizione del creditore ereditario, o anche del legatario, cioè di un avente causa a titolo particolare dal de cuius, che non quella di erede a titolo universale, continuatore anche nelle (più difficili da gestire e incerte) posizioni di debito.

Le situazioni si complicano ulteriormente a fronte di famiglie “aperte” [8], nelle quali si riscontrino posizioni di (maggiore o minore) contrasto tra eredi, figli consanguinei o uterini ma non germani; o ancora, nel caso in cui le situazioni fattuali contrastino con le risultanze dei registri dello stato civile: si pensi al caso dei coniugi separati di fatto che non abbiano formalizzato lo scioglimento del matrimonio. In queste ultime evenienze, in particolare, il rischio è che alcuni parenti anche stretti del defunto imprenditore in difficoltà non possano neppure accedere a complete informazioni inerenti lo stato dell’impresa, magari perché artatamente sottaciute od occultate, o semplicemente fornite incomplete di elementi essenziali dagli altri parenti, in ipotesi componenti della famiglia “nuova” ove viveva il defunto al momento del decesso, inevitabilemnte in forte contrasto con i primi.

In una parola, si può dire che oggigiorno la vicenda successoria, soprattutto di un imprenditore, è vissuta con maggior tranquillità d’animo da parte di chi “schiva” la fastidiosa posizione di erede del de cuius imprenditore in stato di crisi, assumendo le più comode vesti del legatario, se non direttamente del creditore.


3. La diseredazione: una possibile rilettura

Proprio in questa particolare prospettiva a mio avviso può essere riletto anche l’istituto della diseredazione. Il tradizionale divieto di cittadinanza di tale figura nel nostro sistema successorio poggia sul presupposto, ben messo in evidenza nella trattazione svolta nella Prima Sezione di questo lavoro, che una disposizione testamentaria deve avere contenuto positivo e non puramente negativo. La diseredazione configura una clausola di dubbia validità non tanto perché possa tradursi in sé in una violazione della successione legittima o necessaria, ma piuttosto perché sul piano concettuale l’interessato, nel redigere (o nel fare redigere dal notaio) il proprio testamento, potrebbe unicamente: o istituire un erede o attribuire beni particolari a un legatario, mentre non gli sarebbe consentito limitarsi ad escludere un dato soggetto dalla vicenda devolutiva. L’at­tribuzione testamentaria può avere contenuto positivo, non meramente negativo [9].

Ci si può interrogare se, a fronte di un patrimonio ereditario negativo e “imprenditoriale”, possano valere le considerazioni teoriche “classiche” sopra menzionate in tema di diseredazione. Invero pare di poter osservare in prima battuta che, ove nel patrimonio ereditario fossero unicamente compresi consistenti debiti di varia natura, o comunque questi preponderassero significativamente sugli elementi dell’attivo, una disposizione negativa avrebbe quanto meno il pregio di allontanare l’“amaro calice” della rinunzia ereditaria, anche nei confronti di soggetti incapaci.

Questa ipotesi di lettura presenterebbe il vantaggio di non dover affrontare il problema degli oneri legati alla rinunzia. Che, alla luce di un importante quanto discutibile (e a dire il vero poco seguito nella prassi) orientamento della Suprema Corte di Cassazione, per il chiamato che sia anche al possesso dei beni ereditari non si traducono unicamente nella mera predisposizione dell’atto di rinunzia, ma anche nella necessaria redazione dell’inventario. Ciò sulla base di una esegesi rigorosa e testuale dell’art. 485 c.c., che richiederebbe comunque al suddetto chiamato di predisporre l’inventario, evidentemente perché la sua posizione di possessore sarebbe per sé più pericolosa per i terzi: il chiamato possessore, in sostanza, potrebbe essere tentato di sottrarre sottobanco alcuni beni ereditari prima di rinunziare, e proprio per questo dovrebbe comunque predisporre l’inventario [10].

Non si vuole qui entrare nel merito della sostenibilità di tale tesi, che peraltro contrasta con la prassi tradizionalmente seguita; non si intende esaminare il tema se la tutela dei chiamati non possessori e dei creditori debba ravvisarsi nella descritta interpretazione rigida e testuale dell’art. 485 c.c., o piuttosto nell’art. 527 c.c., che “punisce” con la decadenza dal beneficio di inventario l’erede accettante che abbia sottratto beni ereditari; né si vogliono qui esaminare i vizi che colpirebbero la rinunzia ereditaria del chiamato al possesso dei beni (inefficacia? nullità? annullabilità? mancata integrazione della fattispecie? [11]. Ci si permette solo di osservare, senza pretesa di esaurire la questione, che la redazione di un inventario ha un “costo di transazione”, che parrebbe del tutto anomalo addossare ad un soggetto che sta dichiarando che intende non essere il continuatore, né patrimoniale né morale del de cuius. E che – tra l’altro – non dovrebbe essere affatto sostenuto, solo che lo stesso chiamato non si trovasse al possesso dei beni ereditari. E ci si potrebbe allora domandare se, pur seguendo la tesi più rigorosa, la clausola di diseredazione non possa essere lo strumento che più immediatamente ed efficacemente di altri possa sciogliere i vincoli che legano il chiamato all’eredità al de cuius – e questo a prescindere da qualsiasi rinunzia ereditaria o redazione di inventario.

Quanto al contenuto negativo della disposizione, di nuovo si tratta di contestualizzare la fattispecie, in relazione alla situazione di crisi del testatore. Qui non ci troviamo di fronte ad un de cuius che esclude da una serie di beni mobili, immobili e crediti alcuni dei suoi successibili, bensì nella capovolta eventualità di un patrimonio ereditario negativo perché oberato di debiti: rispetto al quale il testatore, nel disporre la diseredazione, sta piuttosto statuendo che i destinatari di tale clausola siano tenuti indenni dai medesimi debiti, cui altrimenti dovrebbero far fronte quali eredi, a meno che non effettuino la suddetta rinunzia.

Il tema che viene evocato è quello se si possa riferire natura attributiva ad una disposizione testamentaria (quale tradizionalmente intesa) che in sé non dispone di un bene o di un diritto, ma piuttosto scansa da uno o più debiti.

Una qualche equiparazione tra le due posizioni può leggersi in talune norme in tema di decadenza dallo stesso beneficio di inventario, precisamente quelle che ne sanciscono decadenza allo stesso modo per il caso dell’omessa menzione in sede di inventario di cespiti attivi del patrimonio, ovvero per la formale menzione di passivi inesistenti.

Allargando il discorso ad altri ambiti disciplinari, diverse sono le fattispecie nelle quali la gestione di un elemento passivo del patrimonio di un dato soggetto assume valenza “attributiva” sul piano (non solo economico ma anche) giuridico. Il più immediato riferimento è, nella disciplina generale del rap­porto obbligatorio, la figura della compensazione, in forza della quale il debito di più soggetti tra loro reciprocamente obbligati si estingue per quantità corrispondenti: chi oppone in compensazione il proprio controcredito, in sostanza, estingue la propria passività … con un’altra passività [12].

Sempre in tale ambito, con una finestra sulla disciplina dei contratti, si può pensare alla regolamentazione del prezzo della vendita mediante accollo in capo al compratore di un debito del venditore. Anche qui, di nuovo, il debitore acquirente procura un beneficio patrimoniale al proprio venditore non già operando un’attribuzione a favore di quest’ultimo consistente nella dazione di una somma di denaro e neppure nel trasferimento di una diritto a titolo di prestazione in luogo di adempimento, bensì assumendo su di sé compratore il peso di un debito già facente carico allo stesso venditore [13]. E non si è mai dubitato della equiparabilità di tale tecnica di pagamento, quanto meno sul piano economico, all’ordinario adempimento mediante pagamento del prezzo.

E ancora si potrebbe considerare, nel diritto societario, la figura delle azioni postergate [14], che danno al loro sottoscrittore un privilegio patrimoniale che consiste non già in una maggior quota di utile in sede di distribuzione, bensì proprio in una posposizione delle medesime azioni rispetto alle altre nel subire gli effetti pregiudizievoli delle perdite. Sotto questo ambito visuale, il profilo positivo del privilegio patrimoniale trova immediato riscontro in quello, negativo, consistente nella postergazione: in sostanza, in quanto azionista titolare di questo tipo di azioni sono privilegiato non già perché privilegiato nella ripartizione degli utili, ma perché subisco meno pesantemente degli altri soci l’effetto – negativo – delle perdite.

Tornando invece al diritto delle successioni, si potrebbe per altro verso notare [15] che il codice tipizza talune fattispecie testamentarie, diverse dalle canoniche istituzione d’erede e disposizione di legato, che non comportano per sé alcuna attribuzione in senso stretto: il riferimento va all’onere testamentario di cui all’art. 647 c.c., piuttosto che ai divieti testamentari di divisione regolati dall’art. 713, comma 2 e 3, c.c. e, prima ancora, alle norme date dal testatore per la divisione (art. 733 c.c.); analoga valenza non-attributiva assume la dispensa da collazione disciplinata dall’art. 737 c.c. e così pure la disposizione con la quale il de cuius deroga al principio della ripartizione proporzionale dei debiti ereditari ex art. 752 c.c. Si potrebbe obiettare che le specie ora ricordate, in quanto sempre accessorie ad una principale disposizione attributiva, ne condividerebbero la natura [16]: si ribatte invero che, per giustificare una funzione solo attributiva del testamento, tale accessorietà dovrebbe sempre riferirsi ad un’altra attribuzione testamentaria, ma nei casi ricordati la stessa previsione potrebbe anche esaurire da sola il contenuto del testamento [17]. E comunque esistono fattispecie per le quali qualsiasi tipo di accessorietà difetta, come nel caso del testatore che esclude l’operatività della rappresentazione senza la contemporanea indicazione di una sostituzione ordinaria, ovvero si limiti a porre divieti testamentari di divisione o anche revochi il beneficio nel contratto a favore di terzo ex art. 1412, comma 1, c.c.

Il punto è che ciascuno, con la propria dichiarazione testamentaria, è legittimato non solo a attribuire beni e diritti, ma anche a regolare i propri interessi, e con essi la sorte del proprio patrimonio, pure attraverso disposizioni talvolta non immediatamente attributive. Non è un caso che nelle specie principali tipizzate dall’art. 588 c.c. (eredità e legato) non sempre ricorra l’effetto reale attributivo: basti pensare alla necessità di accettazione per l’erede, al legato di cosa altrui o al legato obbligatorio.


4. Una ipotesi di conclusione

Al di là di queste ultime argomentazioni, che poi si richiamano ai termini tradizionali di inquadramento del tema, preme sottolineare come, a ben vedere, la disposizione di diseredazione in presenza di un patrimonio negativo evita in radice al chiamato di dover gestire un gravoso indebitamento, senza ricorrere alla rinunzia o, in alternativa, senza la necessità di attivare il meccanismo dell’accettazione beneficiata.

In proposito si potrebbe osservare ad esempio che la rinunzia ereditaria non è destinata a rimanere sempre indefettibile, in quanto i creditori “particolari” dell’erede sono legittimati ad introdurre un meccanismo in senso lato revocatorio dell’impugnazione ex art. 524 c.c., secondo la ratio che, per effetto della rinunzia, è l’erede a sottrarsi all’eredità lasciatagli dal de cuius, in danno dei propri aventi causa. Nel nostro caso invece l’iniziativa parte dallo stesso testatore, onde sua è la principale volontà che si traduce poi nell’esclusione del chiamato dal patrimonio ereditario; la volontà dello stesso chiamato resta qui sullo sfondo, come mera acquiescenza al testamento diseredativo.

Non che difettino anche in tale evenienza gli strumenti di difesa dei creditori: che infatti potrebbero far valere le ragioni del “diseredato felice”, ad esempio avvalendosi in via surrogatoria delle prerogative allo stesso ordinariamente riconosciute. Ma altro è, sembra, dimostrare il danno, oggettivamente causato dalla rinunzia dell’erede, che sta a fondamento dell’art. 524 c.c.; altro è attivare il complesso meccanismo dell’azione surrogatoria e assumerne i relativi oneri probatori.

Al limite si potrebbe riproporre in questo nuovo contesto la lettura estensiva dell’art. 524 c.c., che come noto parte della dottrina estende a specie diverse dalla vera e propria rinunzia, come, in ipotesi, la decadenza conseguente all’altrui esperimento dell’actio interrogatoria ai sensi dell’art. 481 c.c. [18], sul presupposto che lo stesso art. 524 c.c. sia espressione di regola generale, suscettibile di estensione analogica. Ma, ancora, altro è provare il danno che deriva dall’iniziativa dell’erede; altro è provare che un analogo pregiudizio deriva dalla scelta operata dal testatore di introdurre la clausola di diseredazione a carico (a beneficio?) di un certo successibile.

Non ci si nasconde che una rilettura come quella che si sta provocatoriamente proponendo pone a sua volta – inevitabilmente – vari dubbi esegetici e ricostruttivi (sarebbe possibile scansare l’erede da un debito non del de cuius, ma di un terzo soggetto? [19] sarebbe ammissibile un’azione revocatoria in praeterito avente ad oggetto la disposizione testamentaria diseredativa? sarebbe configurabile una mera … rinunzia alla disposizione di diseredazione? Si potrebbe costruire una via testamentaria alla liquidazione del patrimonio ereditario del tutto alternativa alla liquidazione beneficiata per rilascio dei beni ai creditori, attraverso l’introduzione di clausole di diseredazione e la costituzione di un trust destinato a liquidare il patrimonio relitto?), ma anche diverse questioni applicative (in primo luogo in relazione alla circostanza di come possa accertarsi la concreta situazione di default del testatore, nel cui ambito matura l’applicazione della diseredazione “di favore”; se tale diseredazione possa essere prevista in totale autonomia rispetto ad altri contenuti testamentari o extratestamentari, ovvero se non debba pur sempre appoggiarsi ad altra attribuzione positiva, magari una donazione disposta in vita dallo stesso testatore; e più in generale se la figura in esame possa essere utilizzata come argomento di portata più generale idoneo a definitivamente “sdoganare” l’istituto).

Merita però sottolineare la notevole versatilità che tale contenuto del testamento verrebbe ad assumere in tempo di crisi.


NOTE

[1] Nell’ordine si possono ricordare il d.l. n. 35/2005, e poi successivamente il d.lgs. n. 5/2006, il d.lgs. n. 169/2007, la legge  n. 69/2009, e ancora il d.l. 31 maggio 2010, n. 78 convertito nella legge 30 luglio 2010, n. 122. La bibliografia sulla riforma fallimentare è davvero estesa; può essere interessante in questa sede richiamare alcuni contributi che pongono l’accento sulle esigenze che hanno mosso il legislatore a emendare, entro breve intervallo di tempo, i testi normativi appena prodotti: e v. FABIANI, L’ennesima riforma della legge fallimentare, in Fall., 2010, 8, 895 ss.; BERTACCHINI, Legge fallimentare: arriva la riforma della riforma. Le principali modifiche contenute nel “decreto correttivo” (D.Lgs. n. 169 del 12 settembre 2007, pubblicato nella G.U. n. 241 del 16 ottobre 2007), in Impresa, 2007, 11; SPIOTTA, La riforma fallimentare: disciplina transitoria, in Giur. comm., 2007, II, 293 ss.; in generale v. anche FORTUNATO, Rilievi sulle principali novità della riforma del fallimento, in Dir. Fall., 2006, I, 1027.

[2] LO CASCIO, Composizione della crisi da sovraindebitamento, in Fall., 2013, 802; RISPOLI FARINA, La nuova disciplina del sovraindebitamento del consumatore, in Dir. Fall., 2014, 643 ss.; TISCINI, I procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento e di liquidazione del patrimonioRiv. dir. proc., 2013, 649; FABIANI,Crescita economica, crisi e sovraindebitamento, in Corr. Giur., 2012, 4, 449.

[3] A. BONELLI, Commissione Rordorf: per una riforma organica del fallimento, contributo consultabile al seguente indirizzo: http://www.ipsoa.it/documents/impresa/fallimento-e-procedu
re-concorsuali/quotidiano/2016/01/20/commissione-rordorf-per-una-riforma-organica-del-falli
mento
; v. anche NEGRI, Pronta la riforma dei fallimenti, (22 novembre 2015) consultabile in http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2015-11-22/pronta-riforma-fallimenti-081352.shtml?uuid=ACqjhCfB&refresh_ce=1.

[4] PALAZZO, I singoli contratti, 2, Atti Gratuiti e Donazioni, in SACCO (diretto da), Tratt. dir. civ., Torino, 2000, 123 ss. e riferimenti ivi. In giurisprudenza v. paradigmaticamente Cass. civ., 26 maggio 2000, n. 6994, in Contratti, 2000, 1085, con nota di COPPOLA, Gli elementi co­stitutivi della donazione e la nozione unitaria di causa del contratto, che esprime la seguente massima: “[p]er aversi donazione non basta l’elemento soggettivo o spirito di liberalità, consistente nella consapevolezza di attribuire ad altri un vantaggio patrimoniale senza esservi in alcun modo costretti, ma occorre anche l’elemento oggettivo costituito dall’incremento del patrimonio altrui (l’arricchimento del donatario) ed il depauperamento di chi ha disposto del diritto o assunto l’obbligo (l’impoverimento del donante), mentre non assumono rilievo i motivi interni psicologici che inducono a compiere la donazione”.

[5] Con più ampio approccio POSNER, A failure of capitalism: the crisis of ’08 and the descent into depression, Harvard University Press, 2009; v. una ricognizione dei diversi temi anche in AA. VV., Il diritto patrimoniale di fronte alla crisi economica in Italia e in Spagna, Cedam, 2014.

[6] Rischio quest’ultimo non insuperabile, sul presupposto che l’interessato abbia accettato l’eredità con beneficio di inventario: che peraltro comporta l’assunzione di oneri non indifferenti, non solo sul piano economico

[7] In generale sul tema v. PRESTIPINO, Delle successioni in generale, in DE MARTINO (diretto da) Comm. cod. civ.artt. 456-535, Roma, 1973, 415 ss.; SANTORO PASSARELLI, Dottrine generali del diritto civile, Napoli, 1989, 218; FERRI, Successioni in generale, in Comm. cod. civ. Scialoja e Branca, artt. 512-535, Bologna-Roma, 1970, 72; SANTARCANGELO, La volontaria giurisdizione, Vol. 1, Procedimento e uffici in generale, Milano, 2003, 445 ss.

[8] OBERTO, Famiglia di fatto e convivenze: tutela dei soggetti interessati e regolamentazione dei rapporti patrimoniali in vista della successione, in Famiglia e Diritto, 2006, 6, 661; ANNUNZIATA, AVAGLIANO, R. COLUCCI, V. COLUCCI, CRESCENZI, DE FILIPPIS, MAURANO, PAESANO, PINTO, RAGONESE, SAVARESE, Successioni mortis causa nella famiglia legittima e naturale, Padova, e-book pubblicato il 15 maggio 2012.

[9] Per tutti GIAMPICCOLO, Il contenuto atipico del testamento, Milano, 1954; ulteriori riferimenti in RUSSO, La diseredazione, Torino, 1998, 138 ss.

[10] Rileva in particolare l’inciso “deve fare l’inventario entro tre mesi”: una esegesi rigorosa porta a concludere che, trascorso detto termine, il chiamato è comunque considerato erede puro e semplice, così come è considerato tale se non delibera entro i successivi quaranta giorni se accettare o rinunciare. Da questa disposizione emergerebbe dunque un’esigenza di tutela degli altri chiamati all’eredità non possessori e dei creditori ereditari. Senonché la suddetta interpretazione letterale parrebbe profilare una conseguenza singolare: se si osserva che l’art. 485, comma 2 c.c. dispone che “trascorso tale termine senza che l’inventario sia stato compiuto, il chiamato all’eredità è considerato erede puro e semplice”, sorge il dubbio che il mancato compimento dell’inventario precluda (non soltanto l’accettazione con beneficio d’inventario ma addirittura) la stessa possibilità di rinunciare tout court all’eredità. Al contrario un’interpreta­zione meno rigorosa ma tendente a privilegiare la funzione della norme porterebbe invece a sostenere che sia tenuto a fare l’inventario nel termine trimestrale solo colui che intenda accettare l’eredità, appunto con beneficio d’inventario, a nulla rilevando l’inventario qualora lo stesso voglia piuttosto rinunciare all’eredità.

Il problema, come si accenna subito dopo nel testo, non è solo teorico poiché se la mancata redazione dell’inventario potesse inficiare la validità della rinuncia all’eredità è facile immaginare che i creditori del de cuius avrebbero buon gioco ad aggredire i discendenti possessori e rinunzianti, ma che non abbiano effettuato l’inventario, considerandoli eredi puri e semplici. Va detto che l’interpretazione meno rigorosa (rinuncia senza onere d’inventario) sembra essere quella accolta dalla prassi notarile e dalla dottrina dominante: v. GROSSO-BURDESE, Le successioni, Parte generale, in VASSALLI (diretto da) Tratt. dir. civ., 1977, 270; LOREFICE, contributo in RESCIGNO (a cura di), Successioni e donazioni, Padova, 1994, 281; CAPOZZI, Successioni e donazioni, Milano, 2000, 178; DONEGANA, Due questioni in tema di rinunzia all’eredità, in Riv. not., 2007, 233 ss. e ivi riferimenti. L’esegesi letterale è quella accolta dalla giurisprudenza di Cassazione più recente: v. Cass., 30 marzo 2012, n. 5152, in Vita Notar., 2012, 812; Cass., 29 marzo 2003, n. 4845, in Vita Notar., 2003, 893, in Arch. Civ., 2004, 136; Cass., 22 giugno 1995, n. 7076, in Mass. giur. it., 1995).

[11] DONEGANA, Due questioni in tema di rinunzia all’eredità, cit., 235.

[12] Sul tema in generale v. per tutti BRECCIA, Le obbligazioni, in IUDICA, ZATTI (a cura di), Tratt. dir. priv., Milano, 1991, 716 ss.

[13] Sul tema in generale v. LEPRI, La compravendita immobiliare, Milano, 1993, 343; RESCIGNO, voce Accollo, in Dig. disc. priv., sez. civ., Torino, 1987, 43; ALPA,Appunti sulla nozione di prezzo, in Giur. comm., 1982, I, 621.

[14] Sulla fattispecie, v. in generale ABRIANI, Partecipazione azionaria, categorie di azioni e altri strumenti finanziari partecipativi, in COTTINO (diretto da), Tratt. dir. comm., vol. IV, Le società per azioni, Padova, 2010, 280 ss.; anche RORDORF, Azioni e quote di società postergate nella partecipazione alle perdite, in Società, 1995, 1, 87.

[15] Sul tema v. PACIA, Validità del testamento di contenuto meramente diseredativo, in Riv. dir. civ., 2014, I, 307 e ivi riferimenti.

[16] Cass., 20 giugno 1967, n. 1458, in Giust. civ., 1967, I, 2032.

[17] BIN, La diseredazioneContributo allo studio del testamento, Torino, 1966, 247; CORONA, La c.d. diseredazione: riflessioni sulla disposizione testamentaria di esclusione, in Riv. not., 1992, 521; CIMMINO, Diseredazione e ricostruzione causale del negozio testamentario, in Notariato, 2013, 35.

[18] Per la soluzione estensiva v. CICU, Successioni per causa di morte, Parte generale, in Tratt. dir. civ. comm. Cicu-Messineo, Milano, 1961, 159; DE MARCHI, Riflessioni intorno alla cosiddetta impugnazione della rinunzia alla eredità e la perdita del diritto di accettare, in Riv. not., 1961, 930.

[19] Verosimilmente no, non essendo neppure concepibile una diseredazione per conto altrui: il che già così sarebbe sufficiente ad alterare qualsiasi simmetria con le disposizioni attributive tradizionali