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Bitcoin e Criptomonete

Gabriele Varrasi

PAROLE CHIAVE: bitcoin - criptomonete

Sommario:

1. Premessa - 2. Breve indagine in merito alla figura dell'inventore dei bitcoins - 3. Percorso diacronico del Bitcoin - 4. Cos'Ŕ un bitcoin - 5. Circolazione dei bitcoins - 6. Quanto vale una moneta senza Banca centrale - 7. Bitcoin e legalitÓ - 8. Bitcoin e transazioni illegali - 9. Bitcoin e profili fiscali - 10. Normative antiriciclaggio, monitoraggio patrimoniale e fiscale - 11. Conclusioni - Note


1. Premessa

Quando spira il vento del cambiamento, alcuni erigono muri, altri mulini a vento”.

Il sistema economico sta conoscendo uno sviluppo e una diffusione della tecnologia senza precedenti; in ogni campo, dall’industria all’agricoltura, dal commercio alla finanza, fino al diritto, gli strumenti più tradizionali tendono all’obsolescenza.

Il progresso ha incrementato la sua portata con l’avvento di internet, di cui le sue – potenzialmente – infinite applicazioni sono evidenti.

Internet, un mondo virtuale dove i concetti di “confine” e “Autorità” sono assai lontani dai paradigmi classici; uno strumento che sembrerebbe in grado di modificare radicalmente non solo le abitudini e le culture, ma anche intere strutture sociali, nondimeno quelle giuridiche. La critica afferma che “il treno della tecnologia corre più velocemente di quello normativo” e, sovente, come le ultime esperienze confermano, gli interventi normativi volti a disciplinare le nuove figure create dal progresso tecnologico, sono tardivi e solitamente incapaci di raggiungere efficacemente lo scopo di razionalizzare al meglio le stesse innovazioni con i principi generali dell’ordinamento giuridico di riferimento.

Di fronte a tale discrepanza, si assiste al proliferare di strumenti sempre nuovi e, per questo, sempre meno conosciuti ai principi che regolano le società, tra cui anche quelle definite “moderne”.

Senza dilungarsi, tra i numerosi esempi di quanto si sta scrivendo, uno –tra quelli più interessanti e innovativi, tanto che vi è chi sostiene che sarà in grado di operare un cambiamento più grande di quello portato dalla nascita dello stesso internet [1]– sono le criptomonete, tra cui l’invenzione di quella – particolare – moneta elettronica conosciuta come Bitcoin [2].

Si deve subito precisare che, benché i BTC (sigla della valuta Bitcoin) siano certamente la moneta virtuale più conosciuta, essi non sono stati comunque l’unico esempio in tal senso: sotto un profilo diacronico si possono citare le esperienze di eGold (1996), WebMoney (1998), Liberty Reerve (2006) [3]; inoltre in circolazione vi sono diverse criptomonete, quali il PPcoin (PPC) e il Litecoin (LTC), che utilizzano algoritmi e formule differenti, ma che derivano, quanto alla loro struttura di fondo, proprio dai bitcoins [4].

Nonostante la crescente diffusione di queste modalità di pagamento, infatti, i bitcoins restano la moneta elettronica più conosciuta e più utilizzata [5] (il controvalore dei bitcoins in circolazione, al 18 gennaio 2017, è di circa 14 miliardi di USD) [6], oltre che quella meglio strutturata dal punto di vista della procedura di circolazione e della sicurezza delle transazioni, nonostante esistano più di 500 criptomonete [7], ormai alcune considerate di “seconda generazione”.

Pertanto, la conoscenza di questo fenomeno potrà essere compresa attraverso un’analisi dei bitcoins, proprio perché configurano l’esempio più rappresentativo, tecnologicamente avanzato e potenzialmente determinante nell’evo­luzio­ne di questi strumenti.

bitcoins sono, a oggi, privi di una disciplina specifica non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo.

Sono uno strumento virtuale e sfuggente a un immediato controllo, non solo delle legislazioni nazionali, ma anche dalle logiche sulle quali si fonda l’economia monetaria.

Caratteri che si cercherà di analizzare, seppur brevemente, in questo contributo al fine di comprendere, nonostante l’assenza di una disciplina giuridica ad hoc, questo fenomeno.

L’ufficiale invenzione del sistema Bitcoin risale al 2008 e nonostante gli studi sull’argomento siano tutt’altro che diffusi, si cercherà di analizzare, per quanto possibile, gli aspetti peculiari.

Trattandosi appunto di moneta virtuale, peraltro, molte delle sue caratteristiche potranno essere comprese solo attraverso un’analisi che utilizzi le lenti dell’informatica; si cercherà, per quanto possibile, di approfondire gli aspetti che si rendono necessari alla comprensione del funzionamento di questo strumento in maniera sufficiente a capire le successive riflessioni di carattere economico e giuridico.

Di seguito, si svolgeranno alcune brevi considerazioni sulla legittimità dei bitcoins e in merito alle analisi riguardanti il loro funzionamento e agli effetti derivanti dal loro utilizzo all’interno dei sistemi economici. Si vedrà in particolare la disciplina elaborata dall’Unione Europea nei confronti delle monete elettroniche, provando a comprendere se e come possa essere applicata anche ai bitcoins. Inoltre, si cercherà di presentare un quadro generale della legittimità della moneta in esame in alcuni Stati, anche in funzione di eventuali scenari futuri.

Come ogni strumento giuridico, anche questo può essere soggetto a usi distorti, se non illeciti, con l’aggiunta, in questo caso, dell’anonimato, garantito dalle sue modalità di funzionamento. Anche questo aspetto sarà affrontato con particolare riferimento al c.d. dark web deep web.

Le caratteristiche qui anticipate non possono che avere ripercussioni nel campo del diritto tributario; nonostante la carenza di materiale a disposizione, si cercherà di formulare alcune considerazioni collegate all’utilizzo dei bitcoins nelle operazioni transnazionali e, in alcune ipotesi di regolamentazione dal punto di vista della tassazione.


2. Breve indagine in merito alla figura dell'inventore dei bitcoins

Prima di entrare nel vivo della trattazione e di indagare, dunque, in cosa consistano esattamente i bitcoins, si ritiene opportuno affrontare in via preliminare un’indagine relativa alla storia del suo fondatore, che risultava, prima della scoperta, avvolta nel mistero.

Il documento che è stato presentato su bitcoin.org la notte di Halloween del 2008 [8], che conteneva il fondamento teorico della moneta virtuale, il codice (Bitcoin) e la prima versione del software (è un software open source) portava la firma di un certo Satoshi Nakamoto. Si tratta di un nome che, tuttavia, ancora oggi, non è ricondotto ad alcun soggetto determinato; anzi, non sono pochi coloro che ritenevano che, sotto questo pseudonimo, si celava in realtà una vera e propria equipe di esperti di informatica/economia.

Le uniche tracce tangibili dell’esistenza di Satoshi Nakamoto risalgono alle sue conversazioni sui vari forum dedicati ai bitcoins, che però, dall’11 aprile 2011, nel pieno dell’esplosione del fenomeno da “lui” ideato [9], non diede più notizie di sé.

Naturalmente, sul tema si sono sviluppate diversi ipotesi, ma nessuna dotata di prove concrete.

A esempio, secondo alcuni esperti, il codice usato per i bitcoins è piuttosto semplice (la prima versione era compatibile solo per Windows), ciò che dovrebbe far presumere che il suo programmatore non fosse tale di professione, ma più probabilmente un appassionato con grandi conoscenze di crittografia e di reti peer to peer [10].

Altri ancora hanno analizzato le sue stesse conversazioni sui forum per cercare, tramite il linguaggio dallo stesso utilizzato, quantomeno di circoscrivere il perimetro geografico di ricerca, riscontrando però una grande varietà di inflessioni dialettali, dall’utilizzo di espressioni tipiche dello slang americano a modi di dire assolutamente britannici (ciò che ha, per alcuni, fatto ritenere, che non si trattava di una persona singola, ma di una pluralità di programmatori).

Nemmeno l’indirizzo email fornito da Satoshi Nakamoto alle varie mailing lists da lui utilizzate (come “SourceForge” o “crittografia”) è servito a rintracciare il suo effettivo indirizzo IP. Ancora, a discapito del nome dell’inventore tipicamente giapponese, il dominio del sito bitcoin.org risulta registrato in Finlandia.

Il primo a cercare di districarsi tra le scarne prove di questa curiosa indagine è stato il giornalista Joshua Philips, del New Worker, che aveva inizialmente dirottato le sue indagini nei confronti di uno studente del Trinity College di Dublino, di nome Michael Clear, che, nel 2008 doveva avere circa 20 anni, ma che nel 2011 aveva pubblicato alcuni articoli per riviste scientifiche (uno proprio sulla crittografia peer to peer) ed era stato assunto dalla Allied Irish Bank per migliorare le prestazioni del loro software di transazioni monetarie. Lo studente, tuttavia, smentì categoricamente di essere l’inventore dei s.

I sospetti si spostarono così, su indicazione dello stesso Michael Clear, sul finlandese Vili Lehndonvirta, ricercatore dell’Helsinki Institute for Information Technology e attivista dell’Electronic Frontier Foundation, ma il risultato fu il medesimo.

Il giornalista cominciò allora a prendere in considerazione l’idea che non si trattasse di uno, ma di più Satoshi Nakamoto; per questo, elaborò la sua teoria della Crypto Mano Group, ossia un team composto da un professore del­l’Università del Trinity Collegedi Dublino, Donald O’Mahony, un ricercatore (Hitesi Tewari) e uno studente (Michael Pierce), rispetto ai quali molti hanno nutrito sospetti in merito, quantomeno, a un loro ruolo nell’imple­men­tazione e sviluppo del software.

Altri indirizzarono l’attenzione nei confronti di Jed McCaleb, per il fatto di essere stato il fondatore del primo e più grande mercato valutario per la compravendita di bitcoins, chiamato Mt.Gox e, per essere stato, tra l’altro, lo sviluppatore di eDonkey, ossia uno dei primi sistemi peer to peer mai creati. Si tratta però, anche in questo caso, di mere illazioni di alcuni forum, costruite su congetture e ipotesi e, come tali, deficitarie di sostanziale rilievo.

Un altro possibile indiziato è stato il professore della Washington University, Nick Szabo: si tratta dell’inventore del c.d. “bit gold”, una moneta digitale dai caratteri molto simili al Bitcoin, ma che ha avuto, per disfunzioni del sistema – che lo hanno reso meno efficiente – meno fortuna.

L’indizio che aveva condotto al docente è quello per cui lo stesso non ha commentato la pubblicazione del documento che spiegava il funzionamento dei bitcoins e, parallelamente, scioglieva parte dei dubbi che avevano bloccato il professore nella realizzazione del bit gold, il che faceva pensare che, in realtà, il Bitcoin era una copia meglio riuscita del bit gold e, come tale sviluppata, appunto, dallo stesso autore [11].

Ultimo sospettato, in ordine cronologico, è stato l’australiano Craig Wright, un imprenditore australiano [12]. Recentemente alcuni documenti hanno infatti svelato che Wright e un informatico americano, deceduto nel 2013, stavano lavorando da tempo alla creazione di una moneta virtuale da poter scambiare online [13].

Tuttavia, nella primavera del 2016, in un’intervista, l’imprenditore australiano ha confermato di essere lui l’inventore; a lui si deve la creazione del BTC, hanno rivelato la BBC, The Economist e GQ, portando le prove tecniche della sua invenzione, ovvero le chiavi di crittografia che fanno funzionare il sistema di pagamento e possono essere solo nelle mani del suo creatore.

La conferma è arrivata anche da importanti membri della comunità informatica, tra manager e sviluppatori, del BTC.

L’intervista della BBC sgombra il campo da qualsiasi dubbio, mostrando al mondo le chiavi di crittografia che l’esperto australiano di sicurezza informatica ha portato per sostenere la sua vera identità. Si tratta di messaggi contrassegnati numericamente e legati ai primi lotti di BTC [14].


3. Percorso diacronico del Bitcoin

Sebbene l’evoluzione della rete bitcoin copra circa otto anni di vita, l’ingresso di questo nuovo strumento ha avuto un impatto rilevante – “currency has the same function as regular ‘cash’” [15] –, i cui corollari sono però ancora da studiare e/o ancora da manifestarsi.

Pur lasciando al prosieguo della trattazione l’esame degli aspetti più critici, è però possibile, già in queste prime pagine, ricostruire la storia dei bitcoins e citare alcune importanti circostanze che hanno contribuito a richiamare l’in­teresse sia dei consumatori, che delle Autorità governative e non.

A seguito della sua nascita, i bitcoins hanno conosciuto un periodo di due anni di “rodaggio” nel quale l’utilizzo di questo strumento era limitato a pochissimi, mentre il resto della popolazione ne è restata per lo più esclusa, rectius, all’oscuro.

Tuttavia, i bitcoins riuscirono a raggiungere in breve tempo il grande pubblico, che iniziò a farne un timido uso; il primo acquisto in qualche modo “registrato” con BTC è stato effettuato da Laszlo Hanyecz, un programmatore informatico della Florida che, il 21 maggio 2010, acquistò una pizza per la cifra di 10.000 BTC [16].

Parallelamente alla sua diffusione come mezzo di pagamento, anche l’interesse e le perplessità delle Autorità crescevano di pari passo; in particolare, come meglio si preciserà più avanti, molti rischi erano rappresentati dal fatto che, trattandosi di fenomeno virtuale, il suo ideatore non aveva stabilito un valore inziale, lasciando libertà alla rete e al mercato di stabilire il suo controvalore in danaro, trattandosi di strumento svincolato dalle Banche centrali e dalle politiche economiche degli Stati sovrani.

Per questo, molto presto il fenomeno Bitcoin fu associato a quello del dark web e, in particolare, al sito SilkRoad, ossia una sorta di Ebay nel quale, però, le merci e i servizi commercializzati consistono, per lo più, in attività illecite.

In quel periodo, il fenomeno Bitcoin subiva un brusco arresto, soprattutto per mano delle stesse Autorità che, da più parti, iniziavano a manifestare le loro perplessità.

La prima a pronunciarsi fu l’Autorità britannica per i servizi finanziari nel 26 ottobre del 2011. Anche le banche tendevano, in questo periodo, a prendere le distanze dai bitcoin considerandoli eccessivamente “rischiosi” [17].

Seguirono diversi avvenimenti che contribuirono a screditare la moneta elettronica: l’11 aprile 2011, infatti, il sito betco.in, che “produce” bitcoins, veniva “hackerato” e così rubati 3.171 bitcoins; solo cinque mesi più tardi, il sito bitfloor denunciava il furto di altri 24.000 BTC.

E ancora, il 6 settembre 2012, veniva tentata un’estorsione ai danni di Mitt Romney e la richiesta veniva effettuata in bitcoins.

Gli avvicendamenti riguardo la moneta elettronica continuavano dunque a preoccupare le Autorità, tanto che prima l’FBI e poi anche la Banca Centrale Europea sentirono la necessità di aprire un fascicolo dedicato ai bitcoins [18].

Tra le Autorità governative, la Norvegia si pronunciò negativamente sul tema con un report dell’Autorità per i servizi finanziari del 27 luglio 2012, mentre l’Autorità per la borsa brasiliana, negli stessi giorni, si attivò per bloccarne i fondi.

Anche in Italia, l’Agenzia per l’informazione e la sicurezza interna metteva in guardia dai rischi legati ai bitcoins con una comunicazione dello stesso anno [19].

Ma, a dimostrazione di quanto anticipato in premessa, l’intervento delle Autorità appariva ininfluente rispetto al moto espansivo dei bitcoins, il cui utilizzo si faceva sempre più diffuso, agevolato dal portale Mt.Gox, che ne era l’exchange [20] principale prima della sua chiusura (ma ne esistevano ed esistono altri, come BTC e Bitstamp che svolgono lo stesso ruolo).

Gli scambi potevano e possono essere effettuati tutti i giorni e tutto il giorno, considerando l’orario delle 18:15:05, in cui fu minato il genesis block direttamente da Satoshi Nakamoto, come orario di chiusura di giornata.

La parabola ascendente ebbe un incremento quando il Giudice federale americano, Amos Mazzant dichiarò, in una sentenza del 2 agosto 2013 [21], che il Bitcoin fosse “una valuta a tutti gli effetti”; pochi giorni dopo il Dipartimento delle Finanze dello Stato dell’Idaho stabiliva che i bitcoins fossero ormai un valore “memorizzato” e dunque soggetto ad autorizzazione in quello Stato.

Tutte circostanze che costrinsero lo stesso Congresso degli Stati Uniti a prendere una prima posizione sul punto [22].

La forza del bitcoin e la progressiva metabolizzazione sfociarono nel primo riconoscimento ufficiale da parte della Repubblica Federale di Germania il 18 agosto dello stesso anno [23].

Restava tuttavia ancora un nodo critico da sciogliere, ossia quello relativo agli inscindibili legami ancora sussistenti tra questo fenomeno e la criminalità.

Tuttavia, se in un primo momento uno studio specialistico aveva concluso che una possibile tracciabilità del Bitcoin poteva essere in realtà un deterrente per la criminalità finanziaria [24] (tracciabilità che era però resa impossibile nel sistema del dark web), le indagini dell’F.B.I. conducevano, il 2 ottobre 2013, alla cattura di R.W. Ulbricht [25], con l’accusa di essere fondatore e amministratore del sito SilkRoad, alla quale faceva seguito la chiusura definitiva del sito e, di conseguenza, il venir meno del principale legame che si riteneva sussistente tra i bitcoins e le attività illecite [26].

Questo evento ha contribuito a fornire un nuovo slancio al Bitcoin come strumento valutario alternativo [27] e a trasmettere maggiore fiducia alle Autorità governative, tanto che, già il 28 ottobre 2013 è stato installato a Vancouver, in Canada, il primo sportello bancario automatico per bitcoins. L’Università di Cipro, a partire da quello stesso anno, ha reso possibile il pagamento delle tasse universitarie in bitcoins.

Da allora e sulla scia di questa diffusione così rapida, molte personalità influenti hanno voluto esprimersi sul fenomeno BTC.

Di rilievo è la citazione di David Andolfatto, vice-presidente della Federal Reserve di St. Louis che lo ha definito uno “stroke of genius” [28].

Anche gli studiosi di diverse discipline hanno iniziato a curarsi del problema e numerosi sono stati anche gli eventi internazionali nei quali si è trattato dell’argomento: si possono ricordare, a titolo informativo, la Conferenza di Singapore del 15 novembre 2013, la Conferenza Latino-Americana tenutasi a Buenos Aires il 7 e l’8 dicembre del 2013, la Conferenza Panasiatica del 12-13 febbraio 2014, a Manila, la Conferenza “BitcoinExpo”, tenutasi a Shangai nel settembre del 2014, il “BitcoinExpo” di Londra del gennaio 2015 e il “MIT BitcoinExpo” di marzo 2016 in Massachusetts, USA.

Si segnala inoltre una recentemente pronuncia della Corte di giustizia dell’Unione Europea, che come si vedrà meglio nel proseguo, ha statuito l’esenzione per tutte le criptovalute dal pagamento dell’imposta sul valore aggiunto.

Anche la Swiss Tax Authority ha chiarito che i bitcoins sono esenti dall’iva [29].

Da ultimo la People’s Bank of China ha annunciato di lavorare al progetto di una propria moneta digitale [30], come anche la Banca d’affari JP Morgan [31].

In Italia, nel 2015 [32], è stata costituita la prima società a responsabilità limitata con conferimento in bitcoins.

Risulta evidente la progressiva importanza che i bitcoins stanno assumendo in questi ultimi anni; pertanto, è ora necessario abbandonare le considerazioni di contorno e soffermarsi sugli aspetti più tecnici per comprendere, appunto, “cosa” sia esattamente un bitcoin.


4. Cos'Ŕ un bitcoin

Come detto, per comprendere nel dettaglio la struttura e il funzionamento di questo [33] fenomeno sono necessarie delle conoscenze informatiche [34]; tuttavia, si cercherà di spiegare cosa sia un bitcoin senza entrare eccessivamente negli aspetti più tecnici del fenomeno.

Mutuando la definizione data da Wikipedia [35], il Bitcoin è una moneta elettronica che, invece di essere assoggettata a un ente centrale come una banca, utilizza un database distribuito tra i nodi della rete che tengono traccia delle transazioni, sfruttando lacrittografia per gestire gli aspetti funzionali, come la generazione di nuova moneta e l’attribuzione di proprietà dei bitcoins [36].

In sostanza, i bitcoins sono dei semplici files crittografati che contengono informazioni sul loro ammontare; per risolvere il problema dell’autenticazione e l’accesso al file, ogni bitcoin è legato a una coppia di codici, dette “chiavi crittografiche”: una chiave è privata, nel senso che la conosce solo il proprietario, l’altra invece è pubblica e permette la ricezione della moneta [37].

A differenza delle normali valute, che vengono stampate e messe in circolazione da Autorità centrali (gli Stati stessi o le Banche centrali, che dunque ne gestiscono l’emissione e, in questo modo, ne monitorano quantità e valore), il bitcoin è generato direttamente dai soggetti privati attraverso un software per crearli, chiamato Bitcoin Miner.

Creare un bitcoin è un procedimento complicato, o meglio a complessità progressiva: in sostanza, vi sono algoritmi che provvedono alla loro creazione; il programma Bitcoin Miner fornisce al PC dei problemi matematici da risolvere. Alla conclusione di ogni problema il software genera, potremmo dire come “premio”, un blocco di bitcoins, secondo un’operazione nota come “mining” [38].

La risoluzione degli algoritmi non è tuttavia un’operazione fine a sé stessa: trattandosi di files digitali, gli stessi BTC potrebbero essere duplicati e, di fatto, usati due o più volte; il prblema è stato risolto attraverso il fatto che il software è condiviso tra i vari utenti nel mondo e, la “potenza” di calcolo impiegata da tutti loro, permette di validare tutte le transazioni della rete e annullare quelle fittizie, evitando un problema tipico del mondo del denaro elettronico, il double spending.

Il mining può essere svolto in due forme: in solitaria o in pool.

Il mining in solitaria consiste nella produzione di bitcoins per mezzo del proprio computer; nel mining in pool, invece, i problemi vengono condivisi da una rete di computer (ognuna delle quali è detta “nodo”) che lavorano alla loro risoluzione.

Il processo di generazione dei bitcoins, così come architettato, diventa progressivamente più complesso man mano che i bitcoinsvengono generati nella rete. Essendo dunque necessaria una certa strumentazione hardware per generare bitcoins, l’utilizzo di più PC allo scopo è sicuramente la scelta più vantaggiosa perché facilita la risoluzione dei problemi e riduce il tempo necessario per.

Il processo di generazione dei bitcoins sfrutta dunque la tecnologia peer to peer, nella quale gli utenti fruiscono in modo paritetico delle stesse risorse informative e condividono gli stessi dati a velocità di molto superiori a quelle di un sistema di tipo client-server, nel quale invece il computer che offre i propri servizi (il server), dovendo lavorare per soddisfare le richieste di più client, rischia di rallentare notevolmente le operazioni.

Nella logica peer to peer, invece, ogni computer è legato a tutti gli altri e comunica direttamente con ognuno di essi.

Tralasciando gli aspetti tecnico-informatici sul funzionamento di questo processo, per i quali si rimanda ad altre fonti [39], quel che è importante rilevare in questa sede è che il sistema è strutturato in modo che la difficoltà di generazione dei blocchi di bitcoinsaumenti in funzione del numero di bitcoins generati [40]; ciò significa che la loro creazione diventa progressivamente più complessa con il passare del tempo e con l’aumentare del numero di bitcoins in circolazione [41].

Ciò implica che, man mano che i nuovi bitcoins vengono immessi nel mercato (e questo avviene, oggi, ogni circa 10 minuti), i blocchi di bitcoins che un computer è in grado di generare diminuiscano progressivamente (e saranno destinati ad arrivare a zero). Il numero iniziale di bitcoins generati da un blocco era infatti 50 BTC ed è in progressiva discesa (dal novembre del 2012 è diventato 25 BTC e resterà tale fino a quest’anno, quando verrà ulteriormente dimezzato). Pertanto, esiste un numero massimo di bitcoins che possono essere messi in circolazione, che corrisponde a 21 milioni circa, il che significa che, raggiunta tale somma (che gli esperti ritengono sarà raggiunta intorno al 2140) non sarà più possibile generare ulteriori bitcoins, evitando così le conseguenze negative, sul piano del valore della moneta virtuale, dovute alla possibilità di generare quantità infinite di bitcoins [42] e avvicinando in questo modo la struttura di questo fenomeno più a quella di una merce preziosa che a una valuta [43].

Il fatto che il lavoro dei miners sia ripagato direttamente dal sistema permette di trasferire bitcoins – quasi – a costo zero e questo [44] rende le transazioni in criptovalute appetibili.

Tutte le informazioni relative alla creazione e alla circolazione dei bitcoins sono contenute in un database, pubblico, come un “registro mastro” a tutti accessibile, che è distribuito tra tutti i nodi della rete Bitcoin.

La completezza delle informazioni contenute nel database contribuisce anche a impedire che la stessa moneta possa essere spesa due volte: il database, infatti, memorizza non solo le creazioni di bitcoins, ma anche tutte –e proprio tutte– le transazioni che vengono effettuate e le comunica a tutti i nodi della rete attraverso la “blockchain” o catena dei blocchi [45].

La blockchain è cruciale nel sistema Bitcoin ed è forse la sua più importante sfaccettatura: essa costituisce un vero e proprio libro mastro dove vengono registrate tutte le transazioni che si verificano nell’intero sistema. Il registro è suddiviso in blocchi di transazioni e ogni blocco nuovo è legato a quello precedente costituendo, appunto, la “catena dei blocchi”.

In questo modo ogni utente è in grado di verificare tutte le transazioni [46].

Al di là delle modalità di creazione della moneta virtuale, infatti, le caratteristiche più interessanti del bitcoin attengono certamente alle sue modalità di circolazione.


5. Circolazione dei bitcoins

Analizzati i caratteri generali, è ora possibile cercare di comprendere le modalità attraverso le quali tale strumento [47] circoli tra gli utenti [48].

Per utilizzare i bitcoins è necessario scaricare l’apposito software e creare un account su uno dei tanti siti che svolgono la funzione di interfaccia, all’interno dei quali è possibile creare un “portafoglio elettronico” (c.d. wallet) nel quale viene conservata la propria valuta digitale.

Nel wallet è indicato il saldo dei bitcoins a disposizione, il resoconto delle operazioni o delle transazioni e tutti gli altri indirizzi creati nella rete peer to peer con il codice dei bitcoins che si può utilizzare per scambiare BTC con gli altri utenti.

Come anticipato, oltre all’account e al portafoglio elettronico, ogni fruitore del sistema dei bitcoins possiede anche un sistema di chiavi, una pubblica e una privata [49]: la prima costituisce l’identificativo dell’utente del network, ma non fornisce alcuna informazione riguardo il legittimo proprietario, conferendo così la possibilità, nonostante ogni transazione sia tracciata, al reale proprietario, di rimanere anonimo [50].

La chiave pubblica permette pertanto solamente di individuare l’indirizzo virtuale al quale la moneta elettronica deve essere inviata per la transazione.

La chiave privata, invece, serve ad autorizzare il pagamento all’utente proprietario di quella determinata chiave pubblica [51].

Quando un utente decide di operare una transazione (più semplici risultano i classici pagamenti web, attraverso PayPal o carta di credito) e, in particolare, nel momento in cui si trasferisce BTC a un altro indirizzo della rete, il software bitcoin invia un messaggio agli altri computer della rete peer to peer, informando tutti gli utenti che un certo valore in bitcoins sta per essere trasferito da un indirizzo a un altro.

Gli stessi utenti possono anche verificare che per l’accettazione del pagamento sia stata usata la chiave corretta.

Avvenuta la transazione, il cybercoin trasferito non può più essere nuovamente utilizzato dall’utente che ha effettuato il pagamento (proprio perché dall’elenco delle transazioni risulta l’avvenuto “spossessamento” di quel “gettone”), mentre lo stesso entrerà nella materiale disponibilità dell’utente che lo ha ricevuto in pagamento.

In sostanza, ogni singola transazione viene in qualche modo “validata” dalla conferma data attraverso la chiave privata e così per ogni successiva transazione relativa a quel dato bitcoin.

Questo crea una sorta di “catena di firme digitali” che permette a chi riceve un pagamento di verificare la concatenazione delle diverse transazioni sul medesimo “gettone”.

È dunque un sistema di validazione che risulta molto utile per trasformare una transazione da “non confermata” a “confermata” [52] e sono gli stessi utenti a svolgere questa funzione di validazione [53] attraverso le successive conferme.

Tale sistema riesce ad assicurare la circolazione sicura dei bitcoins ed evitare che un utente possa riutilizzare due volte la stessa moneta.

Le caratteristiche di questo fenomeno sin qui delineate rendono chiaro come la sua struttura sia decisamente differente rispetto alle consuete valute; sarà ora possibile effettuare alcune considerazioni volte a comprendere differenze e novità rispetto alle valute correnti ed eventualmente ad analizzarne pregi, difetti e interazioni tra BTC e le monete reali.


6. Quanto vale una moneta senza Banca centrale

La prima caratteristica che attira l’attenzione di chi si avvicina allo studio del sistema Bitcoin è certamente quella, già anticipata, dell’essere la produzione dei bitcoins completamente svincolata da qualunque controllo da parte di un’Autorità centrale, in quanto prodotta, attraverso il mining, privatamente dagli stessi utenti che ne usufruiscono.

Tale caratteristica ha delle ripercussioni non indifferenti rispetto alla politica monetaria: se non esiste un ente predisposto al controllo dell’emissione della valuta, chi o che cosa decide quanto vale un bitcoin?

Come si sa, le valute tradizionali sono prodotte da un’Autorità centrale (se si pensa al caso dell’Unione Europea, la Banca Centrale Europea [54]) che, in quanto tale, è in grado di direzionare, programmare e mantenere sotto controllo il valore della moneta in base alla quantità di banconote che vengono emesse.

A esempio, un’Autorità centrale che intenda svalutare la propria moneta (come accadeva all’Italia con la Lira) potrebbe decidere di aumentarne la produzione e sfruttare poi le leggi sulla domanda e l’offerta per far diminuirne il valore, oppure, se volesse apprezzare la propria moneta, diminuirne l’emis­sione in commercio allo scopo di aumentarne il valore.

Il Bitcoin, più che di una moneta, sembra avere i caratteri di una merce “preziosa” o quantomeno limitata: la stessa struttura dell’algoritmo, sinteticamente analizzato nelle pagine precedenti, sembra voler riprodurre proprio le caratteristiche di estrazione del “raro metallo”.

Il bitcoin, infatti, non può essere prodotto all’infinito, essendo stata stabilita una quantità massima (21 milioni di BTC, mentre, le normali valute potrebbero, anche se in via meramente ipotetica, essere prodotte all’infinito).

Inoltre, lo stesso algoritmo è strutturato in modo che all’aumentare del numero di bitcoins in circolazione la loro generazione divenga progressivamente più complicata; il che è esattamente ciò che accade con l’oro, che esiste in quantità limitata e che, più se ne preleva, meno semplice diventa estrarne del­l’altro [55].

La quantità di bitcoins è predeterminata dall’algoritmo, che è infatti già in grado di indicare non solo il numero massimo, ma anche di programmare la quantità di moneta che sarà emessa ogni singolo giorno da qui al 2140; pertanto, il valore dello stesso non può essere gestito da alcuno attraverso politiche monetarie che aumentino o diminuiscano il numero di monete in circolazione.

Di conseguenza, il valore risente unicamente delle normali leggi del mercato: in altre parole, all’aumento della domanda di bitcoins corrisponde un aumento del suo valore e viceversa [56].

A volte è sufficiente (e in effetti è già accaduto) che la semplice uscita sulle prime pagine di qualche giornale o rivista di articoli che discutano di bitcoins possa condurre a un aumento della domanda e dunque a un aumento del valore del BTC, così come che circostanze negative (come il tentativo di “hackeraggio”) possano far diminuire il valore [57].

L’avvenuto furto di bitcoins tramite la rete informatica tende infatti a “spaventare” gli operatori, che saranno più inclini a vendere i bitcoins in loro possesso e a non richiederne altri, riducendo in questo modo il valore.

Tutto ciò rende sostanzialmente imprevedibile la fluttuazione di valore del BTC, non essendo noti gli eventi che possano condizionarlo.

Peraltro, resta ancora da comprendere cosa accadrà una volta che i 21 milioni di bitcoins saranno stati generati, dal momento che l’impossibilità di pro­durne altri dovrebbe comportare come conseguenza, almeno sul piano ipotetico, un progressivo e inarrestabile aumento del valore degli stessi, dovuto al­l’aumento di domanda non controbilanciata, parallelamente, dall’offerta.

Analizzando l’andamento del valore dei bitcoins dal giorno della loro nascita a oggi, si determina come il valore del BTC è aumentato o diminuito in funzione di precise circostanze.

La moneta virtuale si scambiava nel 2011, tra i 2 e i 30 USD; nel 2012, il BTC ha avuto una diffusione del suo utilizzo, incrementando il valore, per poi tornare ai valori minimi a seguito dell’attacco di alcuni hackers che, nell’a­pri­le di quell’anno, erano riusciti a sottrarre più di tremila bitcoins.

Le perplessità e i dubbi delle Autorità, soprattutto rispetto al fenomeno SilkRoad, che hanno condotto da più parti a una condanna del BTC, non ha permesso al fenomeno di aumentare sensibilmente il suo valore per tutto il 2012; tuttavia, nel 2013, una serie di avvenimenti hanno reso possibile un determinante cambio di tendenza che ha incrementato esponenzialmente il prezzo di un bitcoin: a seguito della prima identificazione della moneta in esame con una “valuta a tutti gli effetti” da parte del Giudice federale americano (nel­l’agosto del 2013), il bitcoin ha iniziato ad apprezzarsi fino a raggiungere la soglia dei 200 dollari americani.

L’inaspettato apprezzamento del BTC ha così indotto alcuni utenti a commutarli in dollari per incassare la plusvalenza rispetto al valore di acquisto, facendo nuovamente crollare, il 12 di aprile dello stesso anno, lo scambio a 70 dollari.

Poco dopo, tuttavia, l’FBI riusciva a catturare il creatore di SilkRoad e di conseguenza a chiudere il suo sito. Tale operazione ha avuto un impatto tale sul BTC da far salire il suo valore, tra i soli mesi di novembre e dicembre 2013, da appena 200 dollari a 1.200 dollari.

Già nel febbraio del 2014, però, un altro avvenimento esterno influiva sulla determinazione del valore dei bitcoins: la piattaforma Mt.Gox, infatti, falliva, avendo diverse ripercussioni, che hanno nuovamente allontanato i fruitori del BTC; dal febbraio del 2014, infatti, il valore del bitcoin è nuovamente sceso dapprima sotto i 1.000 USD e poi ha raggiunto il valore di 400 USD intorno alla metà di aprile.

Superata la tensione e la paura dovute alla chiusura di Mt.Gox, tuttavia, la richiesta di bitcoins è tornata in tensione e il suo valore ha ricominciato a crescere fino ad assestarsi, tra alti e bassi (ha a esempio toccato i 680 USD agli inizi di giugno ed è sceso sotto i 500 USD a metà agosto), intorno ai 500 USD americani.

Nel 2016 si è assistito a una crescita del valore, fino a quasi 1.000 USD.

In questo inizio di 2017, il valore del BTC ha toccato un apice di 1.127 USD, riscendendo in questi giorni intorno a 875 USD.

Come può notarsi dall’analisi dell’andamento dei bitcoins, risulta piuttosto difficile riuscire a prevederne l’incremento o il depauperamento proprio perché tale valore risente della richiesta di bitcoins proveniente dall’utenza e da tutta una serie di avvenimenti e variabili esterni che possono influire sulla richiesta stessa, senza l’opera mitigatrice di alcun intervento programmatico di un’Autorità centrale.

Quello che è sicuro è che i soggetti interessati all’universo BTC sono in costante aumento: solo tra il 2012 e il 2015 i finanziamenti in start-up che sviluppano la tecnologia BTC hanno superato il miliardo di dollari, la maggior parte dei quali nell’anno scorso: gli obiettivi sono i più disparati: dal creare un bond le cui cedole sono gestite da blockchain, all’usare que­st’ul­ti­ma per gestire il settlement del trading azionario e obbligazionario; dal creare delle aree telematiche per le contrattazioni tra privati durante gli orari di chiusura delle borse, al creare un mercato interbancario completamente basato su blockchain.

Tuttavia, nell’ultimo periodo, la volatilità della criptovaluta si sta riducendo sempre più e, sebbene ancora molto lontani da quella delle valute tradizionali, questo trend fa pensare in una sempre maggiore stabilità futura.


7. Bitcoin e legalitÓ

Si rende ora necessario procedere con alcune considerazioni in merito agli effetti dell’ingresso di questo strumento all’interno dei sistemi economici e giuridici.

Più in particolare, la domande più frequentemente poste sono: il Bitcoin, così ideato e così funzionante, è legale?

Come potrebbe ragguagliarsi con la previsione dell’art. 1277 c.c.  [58]Rectius: la legge permette o vieta espressamente l’utilizzo o il possesso dei bitcoins? E se non lo fa, in che modo il Bitcoin è o può essere regolamentato?

Si tratta di quesiti di non semplice risposta, sia perché il BTC ha un carattere altamente innovativo rispetto alle strutture giuridiche ed economiche tradizionali, sia perché, trattandosi di uno strumento utilizzabile attraverso il web, travalica ogni confine.

Le risposte a queste domande possono essere diverse a seconda del contesto giuridico di riferimento.

Nel panorama si registra una tendenza generale nel ricondurre i bitcoins a tre differenti fattispecie giuridiche: alcuni Paesi lo hanno considerato come valuta e pertanto soggetto all’imposta sulle plusvalenze in conto capitale sui depositi detenuti con intento speculativo; altri ancora come strumento finanziario e quindi soggetto alle imposte sull’eventuale capital gain; altri ancora come bene e in quanto tale soggetto al pagamento dell’imposta sul valore aggiunto.

Inoltre, trattandosi di un fenomeno relativamente nuovo, pochi sono gli studi che hanno avuto modo di occuparsi della problematica. Si procederà, in ogni caso, riunendo il materiale riscontrato in tema per delineare un quadro generale [59].

7.1. Il Bitcoin e l’ordinamento degli Stati Uniti

Per cominciare, un interessante studio sulla legalità dei bitcoins è stato portato avanti negli Stati Uniti, nel quale il funzionamento è stato messo in relazione alla disciplina sulla moneta [60].

Le prime considerazioni sulla legittimità dei bitcoins vengono condotte rispetto alla Costituzione americana, la quale attribuisce direttamente al Congresso [61] il potere di stampare moneta e di determinarne il valore; tuttavia, da un’attenta analisi, questo potere è espressamente vietato ai singoli Stati della Federazione, ma nulla è detto sull’eventualità che la valuta possa essere emessa direttamente dai privati (che è ciò che accade con i bitcoins). Stando dunque al tenore letterale della Costituzione americana, il BTC – considerato valuta – non appare, di per sé, illegale.

Altre considerazioni possono poi essere fatte con riferimento allo Stamp Payments Act del 1862, che per primo negli Stati Uniti si occupò di disciplinare le sorti delle valute private.

In particolare, si legge nel documento in esame che “Whoever makes, issues, circulates, or pays out any note, check, memorandum, token, or other obligation for a less sum than $1, intended to circulate as money or to be received or used in lieu of lawful money of the United States, shall be fined under this title or imprisoned not more than six months, or both”  [62].

Lo studio in commento si è dunque chiesto se il BTC rientri o meno nella definizione di cui sopra; nonostante sia un atto redatto nel 1862, le caratteristiche dei bitcoins sembrano rientrare nella previsione in oggetto: in fondo, i bitcoins circolano su internet come una moneta e, considerato che chi usa bitcoins non usa – normalmente – contemporaneamente i dollari in quella stessa transazione, potrebbero apparire come una moneta “concorrenziale” rispetto al dollaro americano.

Ma, più attentamente, non si può non rilevare che i bitcoins, circolando solo su internet, non possano realmente considerarsi un “competitore” del dollaro, quanto piuttosto un mezzo che si pone in alternativa ad altre forme di pagamento digitale, come PayPal [63].

Peraltro, al contrario della definizione dello Stamp Payment Act, il valore dei bitcoins non dipende da quello del dollaro ma, come visto, dal semplice incrocio tra domanda e offerta e, dunque, non rientrerebbe nelle categorie di cui sopra.

Inoltre, il BTC non sembra neppure letteralmente essere preso in considerazione da una norma che è rivolta a “note, check, memorandum, token, or other obligation” in quanto la moneta virtuale, la cui principale caratteristica è l’immaterialità, non può a ragione essere associata a nessuna di queste forme di pagamento.

Ancora, proprio perché il valore del bitcoin è determinato dalla domanda e dall’offerta anziché dal valore corrente del dollaro, lo studio conclude che, tra l’altro, “an argument can be made that Bitcoin transactions, no matter how small, are not for a less sum than $1, because Bitcoins are not denominated in dollars” [64].

Infine, argomento non meno forte dei precedenti è quello secondo il quale, nonostante l’intervento di riforma dell’atto in esame avvenuto nel 1994, la disciplina non ha previsto l’aggiunta, nell’elenco appena analizzato, della “digital currency”, il che deve far presumere che il legislatore non abbia voluto applicare tale disposizione anche alle valute elettroniche [65].

In sostanza, almeno per quanto riguarda i principi generali dell’or­di­namento americano, il BTC non è espressamente previsto, ma non vi è neppure una normativa rivolta a escluderne altrettanto espressamente la possibilità del suo utilizzo [66].

Tutt’ora le Istituzioni degli Stati Uniti stanno valutando l’opportunità di un intervento regolatore [67].

7.2. Una moneta senza regolamentazione: l’UE tra moneta elettronica e virtuale

Se quella appena analizzata è la situazione giuridica al di là dell’Atlantico, è necessario ora provare a valutare che regolamentazione esista (e se esista) nel nostro continente.

Per farlo, è sicuramente opportuno cominciare provando a verificare se l’Unione Europea, per prima, si sia mai occupata del problema della valuta virtuale e, se sì, come.

In effetti, l’Europa si è interessata delle nuove forme digitali di pagamento: in particolare, sul punto, rileva la direttiva 2000/46/CE (recepita in Italia con legge 1° marzo 2002, n. 39) la quale offre per la prima volta una definizione di “moneta elettronica” in questi termini: “un valore monetario rappresentato da un credito nei confronti dell’emittente che sia memorizzato su un dispositivo elettronico, emesso previa ricezione di fondi di valore non inferiore al valore monetario emesso e accettato come mezzo di pagamento da soggetti diversi dall’emittente”  [68].

Tale direttiva è stata poi abrogata e sostituita dalla direttiva 2009/110/CE (recepita in Italia con d.lgs. 16 aprile 2012, n. 45) che ha mutato la precedente definizione nel senso che moneta elettronica è – ora – ogni valore monetario memorizzato elettronicamente, ivi inclusa la memorizzazione magnetica, rappresentato da un credito nei confronti dell’emittente, che sia emesso e accettato per effettuare operazioni di pagamento da persone fisiche e giuridiche diverse dall’emittente.

Entrambe le definizioni intendono dunque la moneta elettronica quale diritto di credito vantato dal titolare nei confronti dell’istituto emittente, che circola secondo le normali regole sui titoli di credito al portatore [69] (e non quindi nell’accezione di moneta ex art. 1277 c.c.).

Quel che è necessario ora verificare è se tale definizione di moneta elettronica comprenda, in sé, anche il BTC.

Bisogna infatti ricordare che il BTC non è semplicemente una valuta elettronica, ma una moneta “virtuale”: la differenza risiede nel fatto che, la moneta virtuale, che pure ha non pochi punti di contatto con la moneta elettronica, ha la caratteristica di non fare riferimento ad alcuna valuta corrente con valore legale.

L’unità di conto dei bitcoins ha infatti, come visto, un valore che non dipende da alcuna Autorità finanziaria esterna.

Ma non è tutto: la direttiva esaminata, come visto, utilizza tre criteri per identificare una moneta elettronica, che consistono: a) nell’essere conservata elettronicamente; b) nell’essere emessa dietro ricezione di fondi in una quantità non inferiore al valore monetario emesso e c) l’essere accettata come mezzo di pagamento da soggetti diversi dall’emittente.

Tuttavia, se è vero che il BTC rispetta i criteri di cui alle lett. a) e c), lo stesso non può dirsi per il criterio sub b).

L’attività di mining, infatti, che porta alla creazione della moneta, in quanto svincolata dalla ricezione di fondi di valore equivalente al valore monetario emesso, impedirebbe l’applicazione ai BTC del quadro normativo sulla moneta elettronica [70].

Esiste però un’altra direttiva europea che entra in relazione col fenomeno BTC: è la direttiva 2007/64/CE sui servizi di pagamento.

In base a essa sono stabilite le norme relative all’esecuzione di operazioni di pagamento, qualora i fondi siano moneta elettronica, ma non disciplina le forme di emissione della stessa, non variando dunque la disposizione che impedisce ai nuovi istituti di pagamento, che pure si pongono in concorrenza con le Banche centrali, di emettere moneta elettronica.

In questo senso, dunque, i bitcoins dovrebbero esulare dalla presente disciplina, in quanto generati nelle diverse forme già esaminate.

L’impossibilità di far rientrare il BTC nella disciplina della moneta elettronica introdotta dall’Unione Europea non significa, comunque, che il problema della sua collocazione non sia stato preso in considerazione: la BCE ha infatti riferito che, nell’ambito del Comitato dei pagamenti della Commissione Europea, è stata avviata una discussione rivolta a comprendere come configurare il BTC verso una schema di moneta legalmente riconosciuta in Europa [71], anche in considerazione dell’ampia diffusione di tale modalità di pagamento e del fatto che la stessa permette “scambi” a costi di transazione decisamente inferiori rispetto ai normali servizi di pagamento disciplinati dalla direttiva del 2007 [72].

Nel 2015 si è registrata una prima vera presa di posizione da parte di un’Istituzione europea, la Corte di giustizia dell’Unione Europea [73]: il 15 ottobre 2015, è stata emessa una sentenza che ha statuito l’esenzione dei bitcoins e delle altre criptovalute dal pagamento dell’imposta sul valore aggiunto.

Così facendo la Corte ha in qualche modo riconosciuto il BTC come mezzo di pagamento legittimo in Europa, ponendolo sullo stesso piano delle altre valute [74].

7.3. Il Bitcoin nei vari Paesi del mondo

A fronte di questo rinnovato interesse per il BTC da parte dell’Unione Europea, può dunque essere utile passare in rassegna sinteticamente le diverse situazioni nei vari Stati.

Canada. Le ultime novità arrivano dal Canada: dopo aver avuto l’instal­lazione del primo bancomat al mondo per BTC, il governo, tramite la Canada Revenue Agency, ha recentemente dichiarato l’intenzione di tassare il BTC in due modalità differenti: da un lato le transazioni che hanno a oggetto beni e servizi saranno tassate alla stregua del baratto (tecnicamente permuta), mentre dall’altro, tutte le altre operazioni saranno trattate sulla base delle leggi sui prodotti finanziari o sull’acquisto di materie prime [75].

Commonwealth dell’AustraliaAlla fine del 2013 il governatore della Reserve Bank of Australia ha espressamente confermato la legalità del BTC, equiparando il possesso di BTC a quello di un bene e trattando gli scambi alla stregua del baratto.

Un paper emesso dalla stessa banca ha chiarito i metodi relativi al pagamento delle tasse per imprese e privati [76].

Confederazione Svizzera. Un altro Paese attento a quanto riguarda la finanza digitale è certamente la Svizzera [77].

In particolare, a seguito delle recenti aperture mostrate in sede europea, 45 membri del parlamento svizzero hanno firmato un interpello per rendere il BTC una moneta alla stessa stregua delle valute straniere, al fine di sciogliere tutti i nodi di natura legale.

Peraltro, la proposta aveva anche come fine secondario quello di fungere da “precedente” per tutti gli altri Paesi che ancora non hanno provveduto a regolamentarne la disciplina.

Il risultato dell’iter portato avanti con tale interpello è stato l’ufficiale riconoscimento, il 25 giugno 2014, del BTC come metodo di pagamento [78].

Federazione RussaSebbene non esista ancora una legge che vieti esplicitamente il BTC, esiste tuttavia un divieto di fatto.

Le varie autorità e organizzazioni russe hanno parlato o preso posizione contro tale strumento [79], arrivando addirittura a bloccare diversi siti web legati alle criptovalute in genere [80].

La Banca centrale russa non solo ha dichiarato illegale l’uso dei BTC, ma ha anche aggiunto che le criptovalute, tra cui il più noto BTC, non possono essere utilizzate da persone fisiche o giuridiche in sostituzione del contante [81].

GiapponeIn Giappone i funzionari non si sono ancora esposti sull’ar­gomento BTC, nonostante il più grande sito di exchange, Mt.Gox, avesse indirizzo giuridico proprio in questo Stato.

Granducato di LussemburgoIl Il regolatore lussemburghese, la Commissione di Sorveglianza del Settore Finanziario (CSSF), è sempre stata in prima linea per quanto riguarda la regolamentazione del BTC.

Il 14 febbraio 2014 ha affermato che la criptovaluta può essere assimilata alla moneta, ma allo stesso tempo ricorda che nessuna attività finanziaria può essere portata fuori dai confini di Stato senza l’autorizzazione del regolatore finanziario [82].

IslandaDopo la forte crisi finanziaria che ha colpito l’isola vi è un severo controllo dei capitali. La Banca Centrale Islandese ha ricordato come ogni attività che preveda movimenti di capitale e conversione di valuta sia proibita dal “Foreign Exchange Act [83].

Regno di DanimarcaL’Istituto per la supervisione finanziaria ha messo in guardia dall’utilizzo del BTC, dichiarando che non si tratta di una moneta, che lo Stato non avrebbe provveduto a una regolamentazione e che, conseguentemente, i ricavi da capitale derivati dai BTC sarebbero stati svincolati dalla tassazione [84].

Regno di NorvegiaL’undici novembre 2013 l’autorità norvegese ha qualificato il BTC come un bene (o meglio, un servizio) e non come una valuta [85], obbligando i norvegesi al pagamento dell’IVA sui BTC e a riportarne l’ammontare e i guadagni in conto capitale per il pagamento delle tasse [86] sul patrimonio e sul capital gain [87].

Regno di SpagnaIl BTC non è ancora stato regolato in Spagna; le uniche informazioni sono che il Bitcoin non è considerato dalla legislazione spagnola come moneta legale in quanto non emanata da nessuna autorità monetaria e che, per ora, i termini dell’imposta sul valore aggiunto spagnola non sono compatibili con le criptovalute che possono quindi essere considerate VAT-free [88].

Regno di SveziaIn questo Paese il clima è favorevole all’utilizzo dei BTC.

L’organismo di regolamentazione e di vigilanza governativa svedese e l’autorità di vigilanza finanziaria, constatando la rapida crescita del settore, hanno legittimato pubblicamente il Bitcoin e altre valute digitali come mezzo di pagamento.

È interessante notare come la Svezia sia stato il primo Paese a regolamentare l’IVA, con una decisione del 14 ottobre 2013 dell’autorità tributaria svedese [89] che ha previsto il pagamento dell’imposta sulle operazioni di cambio tra BTC e corone svedesi in quanto la criptovaluta non costituiva moneta avente corso legale.

Tale decisione è stata però appellata e risulta pendente davanti alla Suprema Corte amministrativa svedese.

Sia per utenti privati ​​che commerciali, i bitcoins sono considerati come capitale tradizionale [90].

Regno di Thailandia. Il governo thailandese pare aver dichiarato illegale i bitcoins nel luglio del 2013; tuttavia, ciò non ha affatto impedito ai cittadini thailandesi di utilizzarli.

In realtà, infatti, la notizia giunta dalla Thailandia è stata fuorviante: il governo thailandese aveva infatti in mente semplicemente l’idea di regolarizzare gli exchanges thailandesi attraverso una licenza ad hoc, cosa che non è stata fatta.

La circostanza è stata confermata dallo stesso Governatore della Banca centrale Thailandese, che ha affermato che “per il solo fatto che non sono ancora state concesse licenze per questo tipo di affari, non significa automaticamente che un individuo in Thailandia che vende o acquista bitcoins (…) stia infrangendo la legge thailandese” [91].

Pertanto, pur in assenza di una disciplina specifica, in Thailandia il BTC pare essere legale.

Regno Unito. Le Autorità fiscali (HM Revenue and Customs) hanno disposto un documento il 3 marzo 2014 riguardante il trattamento fiscale dei bitcoins e delle altre criptovalute: questa categoria non ha i presupposti per l’applicazione dell’IVA.

L’esenzione è confermata anche quando le criptovalute sono scambiate con monete aventi corso legale.

I pagamenti ricevuti in bitcoins dagli esercizi commerciali hanno il trattamento fiscale come se il corrispettivo fosse in moneta corrente.

Repubblica d’IrlandaSembra che il Governo irlandese prenda le distanze dal Bitcoin e dalle criptovalute. Tuttavia le poche proposte avanzate trovano tutte un punto di contatto: tassare sia i guadagni dei miners, che il consumatore finale di beni e servizi con l’imposta sul valore aggiunto [92].

Repubblica dell’IndiaIn India, una rupia debole e una stringente regolamentazione sull’acquisto di oro e argento ha reso il BTC un investimento interessante.

Tuttavia la Banca Centrale Indiana ha consigliato ai cittadini di diffidarne, affermando che “l’assenza di informazioni riguardanti le controparti e l’alto livello di anonimato potrebbe coinvolgere l’utente ignaro in giri di riciclaggio di denaro o di finanziamento al terrorismo” [93].

Non è un caso che le autorità indiane si siano impossessate dei registri delle transazioni di molte agenzie di exchange operanti sul territorio [94].

Repubblica di Croazia. Particolare è poi la situazione dell’ultimo Paese che, in ordine di tempo, è entrato a far parte dell’Unione Europea. Decisa attenzione presso i media ha infatti avuto il fenomeno del BTC in Croazia, soprattutto a seguito della dichiarazione da parte della Banca nazionale Croata (BNC) di volersi attenere al documento della BCE sui “virtual currency scheme [95], al quale la BNC ha dato un’interpretazione piuttosto estensiva e che auspica che, in un futuro non troppo lontano, il bitcoin possa ricadere sotto la giurisdizione delle stesse Banche centrali.

In Croazia, soprattutto le stazioni turistiche e gli hotel accettano i pagamenti in bitcoins, considerati più convenienti dei consueti circuiti mainstream usati per le prenotazioni; l’utilizzo della moneta virtuale sembrerebbe legale per ogni tipologia di transazione.

Repubblica di Estonia. Secondo gli interpreti e le Autorità fiscali di questa nazione europea, il BTC è un mezzo alternativo di pagamento e un “decentralized virtual currency [96].

Devono essere rispettati gli adempimenti ai fini della lotta al terrorismo e all’evasione fiscale; non è considerato un servizio di finanziamento.

Repubblica di Finlandia. La Finlandia ha regolato il Bitcoin a settembre del 2013, imponendo una tassa sul capital gain derivato dal possesso di BTC e sui ricavi derivati dal mining [97].

Repubblica di FranciaIl Ministro dell’Economia e delle Finanze Francese si è concentrato sulla caratteristica dell’anonimato.

In un comunicato [98] emanato l’11 luglio 2014, viene affermato che le piattaforme di scambio operanti sul suolo francese debbano rispettare alti standard di trasparenza e identificare sempre i loro utenti richiedendo la presentazione di documenti identificativi.

Nello stesso comunicato viene inoltre affermata la volontà di voler tassare il capital gain, ma solo per somme superiori a una determinata soglia, per evitare che una normativa troppo stringente blocchi sul nascere l’evoluzione della criptovaluta [99].

La Francia vanta inoltre un incubatore e centro di co-working dedicato esclusivamente agli imprenditori delle start-up che lavorano con BTC [100].

Repubblica di Singapore. Le Autorità fiscali, in data 27 gennaio 2014, hanno pubblicato un documento [101] relativo alla tassazione delle monete virtuali.

Si precisa che le attività commerciali che accettano bitcoins subiscono la normale tassazione, dovendo essere trattate al pari di una qualsiasi operazione in valuta corrente.

Siccome per la normativa fiscale di Singapore non è prevista la tassazione del capital gain per gli investimenti duraturi, quello eventualmente così generato dai bitcoins avrà il medesimo trattamento [102].

Repubblica Federale di Germania. Nonostante anche in questo caso la disciplina non sia sufficientemente esaustiva e presenti ancora delle lacune consistenti, già dall’agosto del 2013 il governo tedesco ha riconosciuto al BTC valore di “unità di scambio per le transazioni private” e ha anche stabilito che le transazioni in bitcoins fossero esentate dall’accisa prevista sui trasferimenti in denaro; in questo modo si è equiparato il BTC a un idoneo strumento di pagamento [103].

A seguito del rilascio di un’autorizzazione specifica, dunque, le aziende tedesche possono investire e concludere affari in bitcoins; allo scopo è stata registrata presso il BaFin (Bundesanstalt für Finanzdienstleistungsaufsicht, l’Au­torità federale per la supervisione del settore finanziario) la Bitcoin Deutsch­land GmbH, che gestisce un portale (www.bitcoin.de) dove gli utenti possono scambiare la valuta europea con i bitcoins e viceversa.

Repubblica ItalianaIl d.lgs. 16 aprile 2012, n. 45, ha attuato la direttiva 2009/110/CE e ha ammesso l’emissione di moneta elettronica per i soggetti che siano stati autorizzati dalla Banca d’Italia e siano iscritti in un apposito albo a seguito dell’avvenuto riscontro di determinati requisiti, quali livelli di capitale minimo, requisiti minimi di professionalità e forme vincolate di controllo societario.

Tuttavia, il recepimento della direttiva è stato solo parziale in punto di definizione di moneta elettronica, poiché il legislatore nazionale non ha fatto riferimento (come invece avviene nella direttiva europea) al presupposto della necessaria ricezione di fondi prima dell’emissione dello strumento di pagamento elettronico da parte dell’ente emittente.

Una lacuna nel recepimento che, però, nell’eliminare il secondo dei tre requisiti visti in precedenza, sembra quasi aprire la strada all’ingresso del BTC all’interno della disciplina sulla moneta elettronica.

Il BTC non ha, in Italia, una disciplina ad hoc; l’unico tentativo di presa di posizione in materia è stato un emendamento al decreto legge “Destinazione Italia” (n. 145/2013) [104].

Tuttavia l’emendamento non indica come e in che modo calcolare il tasso di cambio, né come identificare l’autore della transazione [105].

Vi sono però le condizioni, stante la normativa vigente, per un futuro inserimento legittimo della moneta virtuale all’interno dei nostri sistemi di pagamento, che potrebbe avvenire sia attraverso un intervento legislativo, sia per mezzo di un’interpretazione da parte della giurisprudenza che faccia rientrare anche il bitcoin all’interno della disciplina di cui al d.lgs. n. 45/2012.

Nonostante questa potenziale apertura, ancora oggi non sembra che il BTC troverà in Italia una regolamentazione nel breve termine; proprio l’11 giugno del 2014, infatti, è stato convocato un incontro a Montecitorio [106] sul tema dei bitcoins.

Sebbene sia stata annunciata la prima machine di bitcoins totalmente italiana sul mercato, chiamata “Bit-Wallet”, i lavori si sono conclusi con la considerazione che l’Italia non presenta ancora le condizioni giuste per un intervento normativo: la diffusione delBTC in Italia è infatti molto meno sviluppata che altrove, come del resto lo è in generale l’informatizzazione.

In questo scenario, non è mancato chi ha elogiato le qualità della nuova moneta virtuale e chi ha sostenuto la necessità di una regolamentazione, in particolare sotto il profilo fiscale [107].

Basandoci sulle tre fattispecie giuridiche citate in precedenza è possibile delineare ciò che potrebbe essere la scelta del legislatore italiano, con i relativi pro e contro [108].

Se il BTC fosse inteso come moneta, l’utilizzatore subirebbe la tassazione sulle plusvalenze, ai sensi dell’art. 67, comma 1, lett. c-ter), TUIR. Tuttavia, il miner non potrà essere assimilato ad un emittente di moneta “classico”.

Nel caso di BTC assimilato alla fattispecie del prodotto finanziario, anche in questo caso la tassazione delle plusvalenze sarebbe disciplinata dall’art. 67 TUIR, ma il miner dovrebbe essere necessariamente assimilato a un operatore finanziario e, pertanto, possedere requisiti richiesti.

Inoltre nell’art. 1, comma 4, TUF viene precisato come i mezzi di pagamento non possano essere considerati strumenti finanziari e il BTC nasce ed esiste proprio come mezzo di pagamento.

Gli strumenti finanziari sono sottoposti dal TUF a una disciplina piuttosto stringente, che verrebbe infranta quotidianamente da chiunque utilizzi BTC.

Se il BTC fosse infine identificato come bene, si risolverebbe in parte il problema della regolamentazione della figura dei miner: i minatori di più piccole dimensioni potrebbero essere ricondotti alla categoria dei lavori autonomi, mentre quelli di maggiori dimensioni dovrebbero essere assimilati alla figura dell’impresa commerciale e, in quanto tale, iscriversi al registro delle imprese e adempiere ai relativi oneri.

Inoltre, sul consumatore finale cadrebbe l’onere dell’IVA, andando a modificare il prezzo del BTC e contrasterebbe con la direttiva Europea e con la Corte di Giustizia che ritengono le operazioni in BTC esenti da IVA.

Considerato che l’incertezza non giova a nessuno, è chiaramente auspicabile che il legislatore possa intraprendere un percorso regolamentatorio specifico.

Repubblica Popolare Cinese. In Cina la cripto valuta è molto conosciuta e diffusa, tanto che BTC China è il più grande exchangerdel mondo [109] e pare che il deciso incremento del valore di bitcoins oltre i 1.000 euro, sia stato dovuto proprio alla domanda cinese di criptovaluta.

Allo stesso tempo, però, il 5 dicembre del 2013, proprio nel pieno dello sviluppo dei bitcoins, la Banca Centrale Cinese ha vietato agli istituti di credito di svolgere attività economica in bitcoins e a tutti gli operatori finanziari di avvalersi di tale valuta, sul presupposto che molti siti non offrirebbero sufficiente sicurezza e controlli tali da impedire eventuali attacchi informatici [110].

Questo divieto, comunque, riguarda solo il settore della finanza, mentre altri settori o i privati possono continuare a effettuare transazioni in bitcoins [111].

La Cina detiene il primato per numero di transazioni BTC, nonché per numero di servizi di exchange.

Stati Uniti d’America. Oltre a quanto già esposto nel relativo capitolo, si riporta che la US Internal Revenue Service, nel suo documento Notice 2014-21 [112], ha chiarito che la tassazione dei BTC è soggetta alle norme federali, non trattatandoli come una valuta, ma subendo una tassazione simile alle compravendite [113].


8. Bitcoin e transazioni illegali

Nelle considerazioni preliminari svolte nella prima parte di questo contributo si è già avuto modo di anticipare i collegamenti che sussistono tra il BTC e alcune transazioni illecite che sono state favorite dalla diffusione del c.d. dark web; in questa parte, si cercherà di chiarire i termini della questione in modo generale.

Per farlo, è preliminarmente necessario individuare la definizione di dark web e, prima ancora, delineare il concetto di deep web.

Il deep web (la “rete profonda”) costituisce una sorta di web nascosto.

Si tratta di tutte quelle pagine web che i c.d. crawlers (ossia i softwares normalmente usati dai motori di ricerca come Google per trovare i siti) non sono in grado di rilevare, per motivazioni di carattere tecnico che non è qui opportuno far emergere nel dettaglio (in generale, si tratta di pagine che non sono collegate ad altre pagine, web più visibili, o di pagine accessibili solo attraverso l’inserimento di una password).

A dispetto di quanto si possa pensare, il deep web è molto più grande del web normale (costituisce infatti circa l’80% della rete informatica) [114].

Esiste poi una porzione del deep web che è ancora più complessa e difficile da raggiungere dagli utenti: per farlo è infatti necessario scaricare appositi softwares (il più noto è TOR [115]) che permettono di accedere a pagine che altrimenti, con i normali sistemi, risulterebbero inaccessibili.

Inoltre, non è possibile effettuare nel dark web le tradizionali ricerche delle pagine web come per la rete tradizionale, ma è invece necessario conoscere l’indirizzo esatto a cui si vuole accedere, il quale ha, il più delle volte, un nome alfanumerico complesso.

L’utilizzo di tali softwares ha altre caratteristiche di rilievo: in sostanza e senza voler entrare troppo nei dettagli tecnici che esulano dalla presente trattazione, entrando nel dark web attraverso TOR o un software equivalente, il pacchetto di dati che parte dal proprio indirizzo IP viene criptato e, invece di raggiungere la sua destinazione, viene continuamente “rimbalzato” da un server a un altro, rendendo praticamente impossibile a qualunque Autorità riuscire a decifrarne la reale provenienza.

Ciò permette agli utenti di navigare per il dark web indisturbati, senza poter essere identificati da alcuno.

In un sistema così è facile immaginare la proliferazione di transazioni illecite [116] ed è per questo che proprio nel dark webhanno preso vita numerosi siti per svolgere detti affari come, appunto, SilkRoad [117].

Se è vero che l’indirizzo IP risulta non rintracciabile dalle Autorità, resta pur vero anche che, del resto, eventuali transazioni effettuate su SilkRoad o siti simili potrebbero comunque trovare un riscontro in presenza di pagamenti effettuati con uno strumento (come il bonifico o PayPal) che permetta invece di risalire ai soggetti interessati dalla transazione.

Ed è per questo che il bitcoin si presenta come uno strumento idoneo a garantire l’anonimato: grazie al sistema delle chiavi (pubblica e privata), infatti, non si può risalire ad alcun soggetto, nonostante la transazione sia perfettamente tracciabile nel registro pubblico –blockchain– [118].

L’avvenuta chiusura del sito SilkRoad, della quale si è già parlato, è stata sicuramente un’operazione di polizia importante, ma questo sito non costituisce certamente l’unico di quel tipo; anzi, sulla scorta di questo, molti altri siti del tutto simili hanno iniziato a occupare pagine del dark web, ciò che vale a non considerare affatto scongiurato il rischio che i bitcoins possano continuare a essere usati per questi scopi.

Oltre a compiere attività illecite, il BTC potrebbe essere utilizzato per facilitare il finanziamento di attività illegali.

Inoltre, la possibilità di scambiare fondi velocemente, valicando ogni confine, fa sorgere forti preoccupazioni per quanto riguarda il money laundering.

D’altra parte, però, si vuole in questa sede a sottolineare che le circostanze sin qui delineate non devono comportare come conseguenza l’affermazione che “i bitcoins sono un mezzo di pagamento per operazioni illecite”, come da più parti si è paventato [119].

Affermare che uno strumento è illecito e dire che lo stesso può essere usato per attività illecite sono due affermazioni distinte.

Si pensi all’introduzione delle società a responsabilità semplificata e ai recenti interventi del d.l. 24 giugno 2014, n. 91 (“Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari”; in Gazz. Uff., Serie Generale, 24 giugno 2014, n. 144, in vigore dal 25 giugno 2014), convertito con modifiche con legge 11 agosto 2014, n. 116 (in Gazz. Uff., Serie Generale, 20 agosto 2014, n. 192 – Suppl. Ordinario n. 72, in vigore dal 21 agosto 2014): al di là delle considerazioni giuridiche, i minori controlli interni e il più facile accesso a questo tipo di società può essere visto positivamente dal punto di vista economico, ma potrebbe anche facilitare l’utilizzo di questo strumento per fini non leciti o comunque non perseguiti dal legislatore.

Ogni strumento giuridico o economico può essere usato in modo distorto e non per questo deve avere una colorazione negativa.

Il fatto che il BTC possa essere usato per transazioni illegali può (e deve) costituire uno spunto di riflessione per spingere le Autorità a intervenire con una regolamentazione che sappia arginare o comunque tenere sotto controllo questo rischio, non certo come una circostanza che porti invece alla dichiarazione di illegalità dei bitcoins.

Pertanto, si auspica che l’interesse verso i bitcoins sia finalizzato a “regolamentare”, per poterne sfruttare vantaggi e opportunità e non a “vietare” sul mero presupposto dell’utilizzo per finalità illecite. Anche perché, come accade per molti strumenti innovativi, è meglio studiarli e tentare di regolamentarli, piuttosto che bandirli, in quanto la rete troverà sicuramente il modo di aggirare qualunque divieto.


9. Bitcoin e profili fiscali

Nel corso dei precedenti paragrafi sono già stati tratteggiati alcuni aspetti fiscali relativi ai BTC; il tema della tassazione di uno strumento già così diffuso e con prospettive di crescita, è di particolare rilevanza; è fondamentale, per gli operatori, per gli utilizzatori e, soprattutto, per i Governi comprendere le conseguenze dell’utilizzo e del possesso da una prospettiva fiscale.

Già nel 2009 era emerso questo problema: l’Agenzia americana Internal Revenue Service (IRS), infatti, aveva rilevato che eventuali redditi derivanti dalle economie virtuali, dovessero essere tassati secondo le leggi vigenti per ogni altro tipo di introito [120].

Il rischio stava appunto nel fatto che sistemi di pagamento digitali completamente anonimi potessero favorire l’evasione fiscale.

In realtà, però, il BTC è ancora di coniazione troppo recente perché si possa riscontrare una compiuta disciplina sulla loro tassazione [121].

Si è già dato conto dell’intento del Governo canadese, che ha individuato il problema della tassazione dei BTC a seconda del “doppio utilizzo” che di esso può essere fatto: da un lato l’acquisto di merci o servizi, dall’altro la mera speculazione sul variare del valore della moneta elettronica.

Lo Stato canadese ha così pensato di adottare la tassazione prevista per la permuta (ossia lo scambio di res con res) nel caso di acquisto tramite BTC e l’imposizione prevista per gli strumenti finanziari in caso di speculazione.

Nella Repubblica di Estonia, le Autorità fiscali hanno momentaneamente previsto che per le transazioni che coinvolgono BTC si applica l’aliquota IVA standard del 20% [122].

Nel Regno Unito invece, si rileva una sensibilità opposta, in quanto si afferma che il fenomeno non è attratto dalla normativa IVA [123]: devono essere rispettati gli adempimenti ai fini della lotta al terrorismo e all’evasione fiscale, ma non è considerato un servizio di finanziamento.

Nel 2015 la Corte di giustizia dell’Unione Europea [124], il 15 ottobre 2015, ha emesso una sentenza che ha statuito l’esenzione dei bitcoins e delle altre criptovalute dal pagamento dell’imposta sul valore aggiunto.

Purtroppo, sul tema non solo la legislazione, ma anche la dottrina è ancora carente; è pertanto possibile solo formulare ipotesi e considerazioni generali su come le transazioni relative ai BTC potrebbero essere sottoposte a tassazione sulla base della disciplina italiana (ed europea) attualmente vigente.

Le caratteristiche della valuta virtuale rendono molto problematico il tema della tassazione e, viste le diverse possibilità di utilizzo, le considerazioni sugli aspetti tributari del BTC possono riferirsi a numerosi aspetti.

In questa sede, per svolgere le considerazioni dei casi ci si riferirà a due diverse imposte: a) l’imposta sul valore aggiunto (IVA); b) le imposte sui redditi, analizzandole separatamente.

IVA

Sebbene l’analisi in questione voglia restringere l’indagine entro i nostri confini nazionali, le problematiche sull’IVA riguardano l’intera Unione Europea, trattandosi di normativa mutuata dalle direttive.

In particolare, la Gran Bretagna si è occupata del dilemma relativo all’as­soggettabilità o meno a IVA delle transazioni effettuate attraverso la moneta virtuale [125].

L’Agenzia tributaria del Regno Unito, in merito, ha formulato le seguenti conclusioni, di carattere provvisorio:

  1. a) l’attività dimining(e i proventi da essa derivanti) non è soggetta a IVA, poiché esula dal suo campo di applicazione: non vi è infatti un legame sufficiente tra il servizio offerto e i corrispettivi eventualmente ricevuti;
  2. b)le altre “entrate” deiminers non direttamente derivanti dalla generazione di BTC (a esempio, la fornitura di servizi inerenti la verifica di specifici pagamenti) sono esenti IVA in quanto rientranti nella definizione di “operazioni, compresa la negoziazione, relative ai depositi e conti correnti, pagamenti, giroconti, ai crediti, agli assegni e ad altri effetti commerciali. Ai sensi dell’art. 135, primo comma, lett. d), della Direttiva IVA” [126];
  3. c) nel caso di scambio diBTCcon sterline o altre valute straniere, non vi sarà imposizione IVA;
  4. d) in ogni caso l’IVA sarà comunque dovuta secondo le normali modalità dai fornitori di beni o servizi venduti in cambio diBTC; il valore della fornitura di beni o servizi, sui quali l’IVA è dovuta, sarà la valorizzazione in moneta legale delBTC nel momento in cui avviene l’operazione.

Prima ancora dell’U.K., anche la Svezia aveva avuto l’occasione di intervenire sul punto, con una Decisione del 14 ottobre 2013 [127] dell’Autorità svedese per il ruling con la quale si era affrontato il problema dell’assogget­tabilità a IVA delle operazioni di cambio di BTC con la Corona svedese e viceversa.

Sebbene l’Autorità tributaria svedese considerasse tali operazioni assoggettabili a IVA sul presupposto che il Bitcoin non costituisse moneta avente corso legale, la decisione in esame ha invece stabilito che queste operazioni rientrino nella dicitura di cui alla lett. e), comma 1, art. 135 della direttiva IVA, in base alla quale sono esenti da IVA “le operazioni, compresa la negoziazione, relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio, ad eccezione delle monete e dei biglietti da collezione ossia monete d’oro, d’argento o di altro metallo e biglietti che non sono normalmente utilizzati per il loro valore liberatorio o presentano un interesse per i numismatici”.

Tuttavia, la decisione è stata appellata e risulta pendente davanti alla Suprema Corte amministrativa svedese, il che impedisce di trattare tali considerazioni in termini “definitivi” (permane il dubbio sull’inesistenza di un soggetto emittente [128]).

Secondo una parte della dottrina che si è occupata del problema, invece, ragionando sull’assoggettabilità a IVA delle operazioni effettuate con i BTC è necessario cercare di stabilire in quale categoria esse debbano rientrare, per poi verificare se tale categoria sia considerata esente IVA dalla direttiva.

In particolare, la transazione in BTC è un’operazione di scambio e, dato che il BTC è convertibile in valuta corrente, essa dovrebbe rientrare tra le operazioni finanziarie.

Considerato dunque che il BTC “consiste in un diritto a possedere una determinata quantità di una unità di conto (…)” e che “detti diritti sono regolati da regole condivise da chi partecipa a tali mercati (consuetudini), e nel caso delle criptovalute, il diritto è costituito e incorporato in una stringa alfanumerica contenente una determinata quantità, trasferibile a terzi  [129], tale parte della dottrina ritiene che le operazioni in esame ricadano nella fattispecie di cui alla lett. f), art. 135 della direttiva, che prevede l’esenzione per “le operazioni, compresa la negoziazione ma eccettuate la custodia e la gestione, relative ad azioni, quote parti di società o associazioni, obbligazioni e altri titoli, ad esclusione dei titoli rappresentativi di merci e dei diritti o titoli di cui all’articolo 15, paragrafo 2 (della medesima direttiva)” e in particolare tra quegli “altri titoli” indicati dal legislatore europeo.

Come tali, le suddette operazioni non sarebbero assoggettabili a IVA.

Pur trattandosi, tutte queste, di ipotesi, si nota come in linea generale l’IVA non sia ritenuta applicabile alle transazioni in BTC, che si considerano esenti da questo tipo di imposta sulla base delle diverse disposizioni della direttiva IVA.

Non resta che attendere eventuali interventi in sede – concertata – europea per ottenere maggiori delucidazioni su questo delicato problema.

Imposte sui redditi

Come visto, la generazione, gestione e cessione dei BTC costituiscono operazioni in grado di creare reddito al soggetto che le pone in essere (in particolare, i proventi derivanti dal differenziale che si origina dall’impiego dei BTC, oppure da quelli che derivino dall’attività di generazione); domanda legittima è dunque chiedersi se e come il reddito così formatosi possa essere sottoposto alla tassazione sui redditi delle persone fisiche, disciplinato dal d.p.r. 31 dicembre 1986, n. 917 (TUIR) o delle persone giuridiche.

Nel caso di redditi che derivano dal differenziale tra il valore di acquisto e quello di vendita dei BTC, il Testo Unico citato opera una suddivisione tra redditi di capitale e redditi diversi [130], a seconda che gli stessi derivino da eventi certi (nel primo caso) o incerti (nel secondo); il caso in esame rientra certamente nel secondo gruppo, costituendo dunque un reddito diverso.

L’art. 67 TUIR statuisce che costituiscono redditi diversi, tra gli altri, “c-ter) le plusvalenze, diverse da quelle di cui alle lettere c) e c-bis), realizzate mediante cessione a titolo oneroso ovvero rimborso di titoli non rappresentativi di merci, di certificati di massa, di valute estere, oggetto di cessione a termine o rivenienti da depositi o conti correnti, di metalli preziosi, sempreché siano allo stato grezzo o monetato, e di quote di partecipazione ad organismi d’investimento collettivo. Agli effetti dell’applicazione della presente lettera si considera cessione a titolo oneroso anche il prelievo delle valute estere dal deposito o conto corrente; (…)” e anche “c-quinquies) le plusvalenze ed altri proventi, diversi da quelli precedentemente indicati, realizzati mediante cessione a titolo oneroso ovvero chiusura di rapporti produttivi di redditi di capitale e mediante cessione a titolo oneroso ovvero rimborso di crediti pecuniari o di strumenti finanziari, non ché quelli realizzati mediante rapporti attraverso cui possono essere conseguiti differenziali positivi e negativi in dipendenza di un evento incerto”.

Le operazioni in esame rientrerebbero dunque nella categoria “redditi diversi”, in base alla possibilità di assimilare i BTC o a titoli non rappresentativi di merci, o a valute estere, o a crediti pecuniari o strumenti finanziari o, ancora, a rapporti attraverso cui possono essere conseguiti differenziali positivi e negativi in dipendenza di un evento incerto.

Siccome allo stato attuale parrebbe escluso che i BTC possano essere considerati valuta estera, per le considerazioni già svolte e, come anche che costituiscano crediti pecuniari o strumenti finanziari, la possibilità residuale è che gli stessi possano costituire titoli non rappresentativi di merci o differenziali positivi che dipendono da un evento incerto e, come tali, potrebbero ricevere il trattamento tributario per questi previsto [131].

Si tratta di prime considerazioni, mancando interpretazioni autentiche o discipline chiarificatrici in tal senso.

Nel caso invece di generazione di BTC tramite mining, l’eventuale reddito prodotto da tale attività dovrebbe rientrare nel concetto di “corrispettivo per attività di lavoro autonomo non esercitate abitualmente o dalla assunzione di obblighi di fare, non fare o permettere, che è imponibile nel quadro dei redditi diversi al netto delle spese sostenute, con la valorizzazione al valore normale [132] di cui alla lett. l) dell’art. 67 TUIR; è pur vero che, in realtà, simile riconduzione non appare molto corretta in riferimento al mining condotto in pool, dal momento che il progressivo complicarsi della risoluzione dell’algo­ritmo ha reso necessario svolgere questa simile attività in gruppo e con una certa abitualità (e con l’impiego di ingenti risorse economiche), il che varrebbe a far venir meno il requisito del “lavoro autonomo non esercitabile abitualmente” che caratterizza la norma il oggetto, ma inquadrerebbe profili di un’attività professionale.

In conclusione, le difficoltà in merito alla ricostruzione della possibile tassazione del BTC e delle operazioni con esso effettuate si inserisce nel generale contesto di criticità applicative delle attuali discipline a una moneta virtuale che segue tutt’altri schemi; come si è visto, per quanto in ipotesi sia possibile identificare una norma adeguata, tra quelle esistenti, per farvi rientrare anche queste operazioni, è pur vero che si tratterebbe, in ogni caso, di una forzatura; è evidente, inoltre, che le possibilità appaiono più di una è ciò rende ancora più arduo collocare le operazioni in BTC in una categoria specifica, così da eliminare definitivamente le ambiguità.

Per tutte queste ragioni, si auspica un intervento del legislatore (nazionale e sovranazionale) che predisponga un’idonea disciplina.


10. Normative antiriciclaggio, monitoraggio patrimoniale e fiscale

Qualunque delle ipotesi venga scelta per inquadrare giuridicamente le criptomonete, ci si dovrà soffermare anche sulle tematiche relative al monitoraggio fiscale.

Infatti, nel caso in cui un individuo detenesse BTC in un portafoglio online fornito da una piattaforma ubicata oltre confine, potrebbe far sorgere l’obbligo di compilazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi secondo il modello UNICO, specificando natura e ammontare dei valori detenuti all’estero sia ai fini di monitoraggio, che impositivi attraverso l’IVAFE (con le relative regole di tassazione e di indicazione) [133].

Per quanto riguarda invece la normativa antiriciclaggio, anche nel caso di possesso di BTC si potrebbe applicare il concetto di “titolare effettivo” [134], che sarebbe obbligato a tutti gli adempimenti sopracitati senza possibilità di schermatura da parte di individui terzi al fine di occultare le proprie posizioni patrimoniali [135].

Per di più, il monitoraggio bancario e il controllo delle operazioni oltre confine potrebbe renderebbe necessaria la denuncia nella dichiarazione dei redditi di ogni transazione verso le agenzie di exchange, soprattutto se si decidesse di conservare i BTC nel portafoglio offerto dalle stesse creando delle “riserve estere” di criptovaluta.

Allo stesso modo, qualora si decidesse di convertire una riserva estera in BTC per poi riconvertire la somma in valuta legale, l’operazione o il reddito generato povrebbe essere dichiarato ai fini impositivi e di monitoraggio.

In conclusione, non sembra che il BTC e le criptovalute in generale siano in grado di sottrarsi alle normative del monitoraggio fiscale e dell’antiriciclaggio, proprio grazie al necessario punto di contatto tra la valuta legale e quella virtuale, ovvero gli exchange; resta indubbia la maggiore difficoltà sia per il cittadino, che per lo Stato nel rispettare le normative e farle rispettare, alla luce delle caratteristiche intrinseche delle criptomonete.


11. Conclusioni

L’ingresso nell’economia del BTC sta mobilitando sempre più l’opinione pubblica, le Autorità e gli economisti; il panorama dei possibili risvolti di tale innovazione è ancora troppo sfocato per riuscire a comprenderlo con chiarezza.

Inoltre, la diffusione del BTC in assenza di una regolamentazione ad hoc rende ancora più sfumato l’orizzonte.

Quello che emerge però è che non si tratta né di un fenomeno di poco conto, né passeggero.

Si è visto che la posizione delle Autorità governative e delle Banche centrali non è univoca; la necessità di intervenire con una normazione esaustiva si scontra con l’impossibilità di collocare il BTC all’interno di un sistema economico che non lo prevede, ma che potrebbe essere profondamente condizionato da esso.

Inoltre, alcune Istituzioni lo ritengono uno strumento ancora “giovane” e dagli sviluppi ancora imprevedibili perché la situazione possa ritenersi matura per un intervento normativo.

Tuttavia, mentre le Autorità attendono, il BTC continua la sua fase di evoluzione e sviluppo, entra nelle case dei cittadini, nelle aziende, negli esercizi commerciali, nelle transazioni on-line e così via [136], coinvolgendo un numero sempre più importante di soggetti e andando a incidere su aspetti sempre più diversi del diritto e dell’economia.

Lo si è visto in riferimento all’inquadramento giuridico (che ancora manca), in riferimento alla mancanza di un ente centrale di controllo (che preoccupa), in relazione ai legami con le transazioni illecite (che spaventa) e, in ultimo, con particolare riguardo al tema della tassazione (che incrementa ancora i dubbi, ma interessa) [137].

È pur vero che non manca chi, soprattutto tra gli informatici, ritenga più opportuno che il BTC resti una zona inesplorata, di modo che la sua assoluta libertà ne affermi il carattere di indipendenza; è altrettanto vero, però, che l’assenza di regole si porta dietro come conseguenze molti altri fattori negativi, primo fra tutti la tutela del consumatore dai danni derivanti da attacchi di hackers o da chiusure repentine dei siti di exchange (come successo con Mt.Gox), ma anche il rischio di una proliferazione delle transazioni illegali, delle quali il BTC ne garantisce l’anonimato [138].

Del resto, anche la scelta di intervenire per mezzo di leggi potrebbe, di contro, avere come conseguenza un’eccessiva limitazione della circolazione della moneta virtuale che snaturerebbe quei lati positivi che la stessa comunque possiede, come anche, spingere ancora più oltre confine normativo e legale il mondo BTC.

Non resta allora che attendere gli sviluppi, specialmente in sede Istituzionale-internazionale, dell’interessamento delle Autorità a questo nuovo tema, che fino a ora ha portato a diversi spunti di riflessione, ma ancora a nessuna proposta davvero concreta.

Forse in situazioni come queste, più che intervenire contro la novità, sarebbe più opportuno capirla e intervenire normativamente solo in misura sufficiente e necessaria, in modo da colorare comunque il fenomeno con un qualche perimetro di legalità, lasciandolo libero di evolversi ed esprimersi per il resto, invece che fare ostruzionismo e allontanare ancora di più nel deep web il “movimento” Bitcoin.

Da ultimo, si vuole porre l’attenzione su una vera novità e rivoluzione del fenomeno BTC, ossia la blockchain [139]. In questo lavoro si sono brevemente tratteggiate le caratteristiche, ma questo istituto sarà portatore di rivoluzioni e novità inaspettate, che il tempo porterà alla luce [140].


Note

[1] Queste le parole del fondatore del Piratparteit svedese (dichiaratosi primo partito “pirata” al mondo), Rickard Falkvinge, come riportate in G. DE PALMA, Affare Bitcoin. Pagare col p2p e senza banche centrali, Informant, E-book quotidiani, dicembre 2013, 8.

[2] La moneta elettronica può assumere diverse configurazioni che si cercherà di affrontare nel prosieguo della trattazione.

[3] Esempi di precursori del fenomeno BTC.

[4] Si osserva come alcune imprese utilizzino proprie “monete” o forme di raccolta punti potenzialmente assimilabili a monete virtuali: Amazon coins (Amazon), Linden Dollars (Second life), Starbucks Stars (Starbucks), Punti fragola (Esselunga)etc.

[5] Alcune enti accettano pagamenti in bitcoins, tra cui si citano per semplicità: Microsoft (solo mercato USA), Expedia, Paypal, L’università di Cipro, etc.

[6] Ved. https://blockchain.info/it/charts/market-cap. Per vedere il numero dei BTC in circolazione, tra i tanti, vedere https://blockchain.info/it/charts/total-bitcoins (alla data del 18 gennaio 2017 ci sono circa 16.110.713 BTC in circolazione). La quotazione dei BTC alla data del 18 gennaio 2017 è di circa 875 USD, ved. https://blockchain.info/it/charts/market-price. Si consideri che i bitcoins sono ovviamente not redeemable, ossia non rimborsabili con merci o oro. Per la diffusione dei bitcoins si può vedere www.coinmap.org.

[7] Per approfondimenti si veda http://www.cryptocoincharts.info/coins/infohttps://en.
bitcoin.it/wiki/Comparison_of_cryptocurrencies
http://digitalcoin.altervista.org/le-migliori-alternativa-al-bitcoin/ e https://coinmarketcap.com.

[8] Per ulteriori approfondimenti sulla nascita dei bitcoins si veda K.L. PENROSE, Banking on Bitcoin, in North Carolina banking Institute, 2013, 530 ss.

[9] Si consideri che, dopo essere stato nell’indifferenza, pressoché generale, per i primi due anni di vita, nell’estate del 2010 “Slashdot” (una testata informatica) ne riportò la notizia e, ciò, scatenò per la prima volta l’attenzione dell’opinione pubblica.

[10] Si veda in proposito l’indagine condotta da G. DE PALMA, Affare Bitcoin, cit., 62 ss.

[11] Si veda G. DE PALMA, Affare Bitcoin, cit., 72 ss.

[12] Si veda R. RIJITANO (2015), “Il creatore dei bitcoin? ‘È un imprenditore australiano’”, in http://www.repubblica.it/tecnologia/2015/12/09/news/identita_fondatore_bitcoin-129105769.

[13] G. DE MIZIO (2015), “Trovato il creatore di Bitcoin? La criptovaluta andrà comunque per la sua strada”, in http://it.ibtimes.com/trovato-il-creatore-di-bitcoin-la-criptovaluta-an­drà-comunque-per-la-sua-strada-1429717. A prova di ciò ci sono email del 2009 con testo “La versione beta dei bitcoin sarà live domani. È decentralizzata. Proveremo finché funziona” o ancora “Craig, penso che tu sia pazzo, ma credo in quello che stiamo provando a fare”. Le perquisizioni a casa dell’informatico hanno inoltre rivelato la presenza di due super-computer, dediti all’attività di mining.

[14] www.bbc.comwww.bloomberg.comwww.repubblica.it e www.ilsole24ore.com.

[15] Si veda M. LAMBOOIJ, Retailers Directly Accepting Bitcoins: Tricky Tax Issues?, in Derivatives & Financial Instruments, May-June 2014, 138.

[16] Una cifra nel periodo esigua ma che, in base al valore attuale dei bitcoins rispetto al dollaro equivarrebbe a circa 8.750.000 di $; si veda, per una panoramica sull’evoluzione dei bitcoins, G. ARANGÜENA-S. CAROLI-L. NICOLI-M. RIZZATI-F. CHIARI, Bitcoin. L’altra faccia della moneta, febbraio 2014, prima edizione digitale, 10 ss.

[17] I punti di vista erano agli antipodi: da un lato le banche sostenevano che l’assenza di un qualche riferimento, appunto le banche e un’Autorità governativa, colorava lo strumento come estremamente rischioso e vulnerabile; dall’altro, i sostenitori dei bitcoins, vedevano proprio nell’assenza di banche e Autorità il punto di forza dello stesso.

[18] ESMA, Call for evidence, Investment using virtual currency or distributed ledger technology, April 2015.

[19] Non mancano comunque le opinioni contrarie: la Finlandia, a esempio, si è pronunciata assolutamente favorevole nel settembre del 2012. Si veda in generale G. ARANGÜENA-S. CAROLI-L. NICOLI-M. RIZZATI-F. CHIARI, Bitcoin. L’altra faccia della moneta, cit., 19.

[20] Operatore del mercato monetario che converte le principali valute legali in criptovaluta e viceversa.

[21] Si veda http://daily.wired.it/news/economia/2013/08/09/bitcoin-valuta-tutti-effetti-denaro-moneta-digitale-virtuale-372718.html.

[22] Sul punto si veda R. GRINBERG, Bitcoin: an innovative alternative digital currency, in Hasting Science and Technology Law Journal, 2012, 179 ss.

[23] Si veda in proposito il paragrafo dedicato.

[24] Sul punto si veda G. ARANGÜENA-S. CAROLI-L. NICOLI-M. RIZZATI-F. CHIARI, Bitcoin. L’altra faccia della moneta, cit., 20.

[25] Si veda in merito http://www.downloadblog.it/post/95521/lfbi-chiude-silk-road-e-arresta-il-suo-creatore.

[26] Si approfondiranno i rapporti tra bitcoin e dark web nel prosieguo.

[27] Si ricorda che nel 1976 Hayek pubblicò “La denazionalizzazione della moneta”, in cui espone la propria teoria di sistema monetario perfetto. Il punto principale è l’esistenza di più monete, in competizione fra loro, emesse da enti privati. Questo sistema, conducendo alla coesistenza di diverse monete all’interno di uno stesso paese, dovrebbe portare ad una maggiore stabilità delle stesse. Per ottenere questo risultato, nessuna valuta dovrebbe essere offerta da un governo o da una banca centrale, e l’intero sistema monetario dovrebbe essere completamente decentralizzato e denazionalizzato. Si rinvia a P. BERNHOLZ, Hayek F.A.: Denationalisation of Money, in Kyklos – International Review for Social Sciences, 1978 e S.L. SCHREFT, The New Palgrave Dictionary of Economics, Palgrave Macmilan, 2008.

[28] Per approfondimenti si veda https://www.stlouisfed.org/~/media/Files/PDFs/DWTF/Bitcoin-3-31-14.pdf/.

[29] https://bitcoinschannel.wordpress.com/2015/06/13/swiss-tax-authorities-confirm-that-bitcoin-is-vat-free-in-switzerland/.

[30] https://www.rt.com/business/329648-china-digital-currency-launch/.

[31] www.repubblica.it.

[32] Mi si permetta di ricordare che in un convegno del 2014, avevo accennato a questa possibilità che, qualche mese più tardi, è passata da ipotesi scientifica a realtà.

[33] Per approfondimenti si veda P.L. BURLONE-R. DE CARIA, Bitcoin e le altre criptomonete. Inquadramento giuridico e fiscale, Istituto Bruno Leoni, 2014, http://www.brunoleonimedia.it.

[34] Per chi fosse comunque interessato, uno studio dettagliato è fornito da M. SPAGNUOLO-F. MAGGI-S. ZANERO, Bitlodine: extracting intelligence from del Bitcoin network, pubblicazione del Politecnico di Milano.

[35] Su http://it.wikipedia.org/wiki/Bitcoin.

[36] Si precisa che sempre Wikipedia distingue due definizioni: il termine bitcoin (scritto in minuscolo) identifica la moneta in sé; il termine Bitcoin (con la “b” maiuscola) si riferisce invece alla tecnologia e alla rete dei bitcoin.

[37] Sul punto si vedano I.W. SCHIAROLI, Dark web e bitcoin, la nuova era della rete, Roma, 2012, 14 ss. e, più nel dettaglio, J.J. DOGUET, The nature of the form: legal and regulatory issues sorrounding the Bitcoin digital currency system, in Louisiana law review, 2013, 1126 ss.

[38] Dall’idea di “estrarre” da una miniera.

[39] Si veda in proposito I.W. SCHIAROLI, Dark web e bitcoin, la nuova era della rete, cit., 41 ss.

[40] Come ha rilevato anche P. Murk, nella sua relazione alla Commissione sulla sicurezza nazionale e affari governativi del Senato degli Stati Uniti nel novembre del 2013, “la difficoltà del problema matematico cresce con l’aumento dell’estrazione attraverso la rete. Questo controlla il ritmo con cui nuovi bitcoins vengono aggiunti al sistema e riduce la possibilità che un qualsiasi gruppo o un singolo miner prenda il controllo della blockchain”.

[41] L’aumento della difficoltà nella generazione di bitcoins è peraltro dimostrato dal fatto che, se nei primi anni chiunque era in grado di generarli col proprio pc, oggi l’operazione è tanto complicata da richiedere risorse organizzate professionalmente.

[42] Il bitcoin si avvicina in questo modo ai materiali di valore come l’oro, il quale deriva il suo valore proprio dal fatto che non può esserne estratta una quantità infinita. Del resto, lo stesso termine “mining” richiama gli estrattori di oro.

[43] O comunque a far rientrare i bitcoins nelle teorie economiche come risorsa limitata.

[44] Un report redatto da Goldman Sachs è visionabile all’indirizzo http://www.paymentlaw
advisor.com/files/2014/01/GoldmanSachs-Bit-Coin.pdf
.

[45] Per un approfondimento di carattere tecnico sul funzionamento della blockchain si veda A. BIRYUKOV-D. KHOVRATOVICH-I. PUSTOGAROV, Deanonymisation of clients in Bitcoin P2P network, 5 luglio 2014, 2 ss.

[46] Caratteristiche, queste, che hanno fatto ritenere la blockchain come un’evoluzione digitale del sistema contabile della partita doppia; si veda in proposito I. GRIGG, Triple entry accounting, 2005, 41 ss.

[47] Per una riflessione terminologica, si rimanda alle definizioni di moneta (dicesi la merce che, dopo un lento processo di selezione, è prescelta per rendere più agevoli gli scambi) e di somma di danaro (quantità di moneta … strumento di misura e di stima … strumento di scambio … mezzo di accumulazione … la moneta è bene strumentale) presenti nel Digesto e relativi approfondimenti.

[48] Per un approfondimento sul punto si vedano N.M. KAPLANOV, Nerdy money: Bitcoin, the private digital currency and the case against its regulation, in Consumer law review, 2012-2013, 116 ss. e, più nel dettaglio, N. PLASSARAS, Regulating digital currencies, in Chicago Journal of International Law, 2013-2014, 384 ss.

[49] Si possono possedere un numero indefinito di coppie di chiavi: il possesso di più indirizzi Bitcoin è permesso per rafforzare la tutela dell’anonimato, consentendo allo stesso utente di utilizzare più coppie di chiavi per ogni transazione.

[50] In realtà anche nei sistemi tradizionali il reale proprietario o il beneficiario effettivo possono “nascondersi”, sia in modo lecito che illecito. All’interno del problematico fenomeno internazionale del money laundering, si segnala che, al fine di rendere quasi impossibile la tracciatura delle operazioni nella blockchain, alcuni siti illeciti consentono una sorta di “shakeraggio” delle movimentazioni, in modo da creare un’infinita balcanizzazione della transazione originaria, rendendola in tal modo non rintracciabile.

[51] Per ulteriori approfondimenti si veda G. ARANGÜENA-S. CAROLI-L. NICOLI-M. RIZZATI-F. CHIARI, Bitcoin. L’altra faccia della moneta, cit., 37 ss.

[52] Così A. TETI, Bitcoin la moneta del Cyberspazio, in Gnosis – rivista italiana di intelligence, 2, 2012, 68.

[53] Ed è questa la vera innovazione che sfrutta le potenzialità della rete dei network.

[54] Per approfondimenti vedere il materiale messo a disposizione dalla stessa BCE su www.ecb.europa.eu/ecb/html/index.it.html e sul sito dell’UE http://europa.eu/about-eu/insti
tutions-bodies/ecb/index_it.htm
.

[55] Si vedano in argomento le considerazioni di F. VITA, Senza banche. Bitcoin la moneta di internet, 2013, 83 ss.

[56] Per l’approfondimento di alcuni aspetti di questo problema si veda J.B. TURPIN, Bitcoin: the economic case for a global, virtual currency operating in an unexplored legal framework, in Indiana Journal of global legal studies, 2014, 344 ss.

[57] Come già ricordato nelle pagine precedenti, nella storia dei bitcoins il tentativo di furto è già avvenuto, in particolare in due occasioni e, in entrambi i casi, ciò ha provocato un vero e proprio crollo del valore.

[58] Si veda A. SERRA, Considerazioni in tema di pagamenti elettronici e moneta elettronica, in Contratto telematico e pagamenti elettronici, a cura di Ricciuto, Padova, 2004, 66 ss. e B. INZITARI, La natura giuridica della moneta elettronica, in La natura giuridica della moneta elettronica: profili giuridici e problematiche applicative, a cura di Sica, Zencovich, Milano, 2006, 24.

[59] Per una rassegna generale sulla legalità dei bitcoins si veda M. SMITH, More money, more problems: the bitcoin virtual currency and the legal problems that face it, in Journal of law technology and the internet, 2012, 427 ss. In materia di moneta complementare si veda G. ARANGÜENA, Bitcoin: una sfida per policymakers e regolatori”, in http://www.
dimt.it/2014/07/29
.

[60] Si tratta dello studio condotto da J.J. DOGUET, The nature of the form, cit., 1131 ss.; in questo senso si veda anche la trattazione di D.A. DION, I’ll gladly trade you two bits on Tuesday for a byte today: bitcoin regulating fraud in the e-conomy of hacker-cash, in Journal of law, technology and policy, 2013, 174 ss.

[61] Il membro del congresso statunitense Jared Polis e il membro della Camera dei Deputati Ron Paul hanno espresso piena approvazione all’utilizzo dei bitcoins, mentre il Senatore della Virginia Joe Manchin in una lettera indirizzata ai responsabili della FED ha dichiarato la necessità di “unire le forze e di agire velocemente per proibire questa pericolosa valuta prima che possa nuocere ai lavoratori americani”; si veda J. POLIS (2014), “Jared Polis Became the First Congressman to Accept Bitcoin Donations After FEC’s Approval”, in http://reason.com/
blog/2014/05/11/jared-polis-first-congressman-to-accept
, P. RON (2014), “Bitcoin could ‘destroy the dollar’”, in http://money.cnn.com/2013/12/04/technology/bitcoin-libertarian/, J. MANCHIN (2014), “Letter addressed to FED chairmen”, in http://www.manchin.senate.
gov/public/index.cfm/2014/2/manchin-demands-federal-regulators-ban-bitcoin
.

[62] 18 U.S.C. § 336 (2006).

[63] Si veda sul punto J.J. DOGUET, The nature of the form, cit., p. 1134.

[64] J.J. DOGUET, The nature of the form, cit., p. 1134.

[65] Questa è l’opinione di J.J. DOGUET, The nature of the form, cit., p. 1135.

[66] Non sono pochi, al contrario, coloro che la auspicano; si veda in proposito P. TWOMEY, Halting a shift in the paradigm: the need for bitcoin regulation, in Trinity College Law Review, 2013, 75 ss. e le considerazioni di R. YANG, When is bitcoin a security under U.S. security law?, in Journal of Technology Law and Policy, 2013, 116 ss.

[67] In questo panorama si evidenzia iniltre che il 17 settembre 2015 la Commodity Futures Trading Commission (CFTC) ha definito la moneta virtuale, Bitcoin, come un bene, una commodity.

[68] Art. 1, direttiva 2000/46/CE.

[69] Si veda F. GUARRACINO, Titolo di credito elettronico e documento informatico, in Banca, borsa, tit. cred., 1, 2001, 514 ss.

[70] In questo senso G. ARANGÜENA-S. CAROLI-L. NICOLI-M. RIZZATI-F. CHIARI, Bitcoin. L’altra faccia della moneta, cit., 112 ss.

[71] Sul punto si veda il Resoconto della riunione del Payment Committee avvenuta il 21 marzo 2012, Dg. mercato interno e servizi –PC/005/12-, in ec.europa.eu/internal_market/
payments/docs/pc/summary-2012_03_21_en.pdf
.

[72] Per un più completo approfondimento di tale aspetto si veda G. ARANGÜENA-S. CAROLI-L. NICOLI-M. RIZZATI-F. CHIARI, Bitcoin. L’altra faccia della moneta, cit., 119 ss.

[73] COURT OF JUSTICE OF THE EU (2015), “The exchange of traditional currencies for units of the ‘bitcoin’ virtual currency is exempt from VAT”, in http://curia.europa.eu/
jcms/upload/docs/application/pdf/2015-10/cp150128en.pdf
.

[74] PEREZ Y. (2015), “European Exchanges React to Bitcoin VAT Exemption”, in http://www.coindesk.com/european-exchanges-react-to-bitcoin-vat-exemption/.

[75] Si veda in merito la Transaction in Security, in www.cra-arc.gc.ca/E/pub/tp/it479r/
README.html
.

[76] Australian taxation office (2013), Tax treatment of crypto-currencies in Australia – specifically bitcoin, in https://www.ato.gov.au/General/Gen/Tax-treatment-of-crypto-currencies-in-Australia---specifically-bitcoin/.

[77] Si segnala una start up localizzata in territorio Elvetico che sta ideando una nuova “visione” di criptomoneta; si rinvia a www.yourewardyourlife.com.

[78] Si veda in merito http://www.admin.ch/aktuell/00089/index.html?lang=en&msg-id=53513.

[79]M. CLINCH (2014), Russians move into bitcoin as ruble tanks, in http://www.cnbc.com/
2014/12/17/russians-move-into-bitcoin-as-ruble-tanks.html
.

[80] RT NEWS (2015), Russian media watchdog blocks Bitcoin sites, in http://www.rt.com/
news/222215-russia-bans-bitcoin-sites/
.

[81] G. BACZYNSKA (2014), Russian authorities say Bitcoin illegal, in http://www.
reuters.com/article/2014/02/09/us-russia-bitcoin-idUSBREA1806620140209
.

[82] SCHILTZ L. (2014), “Will Regulation Dictate the Location of the World’s Bitcoin Hub?”, in http://www.coindesk.com/will-regulation-dictate-the-location-of-the-worlds-bitcoin-hub/.

[83] ICELAND LAW GAZZETTE (2013), Foreign Exchange Act, in http://eng.
fjarmalaraduneyti.is/media/skjal/Act_no_87_1992_2013.pdf
.

[84] COINDESK (2014), Denmark Declares Bitcoin Trades are Tax-Free, in http://www.coindesk.com/denmark-declares-bitcoin-trades-tax-free/.

[85] R. MCCORMICK (2014), “Norway’s government says Bitcoin isn’t real money”http://www.theverge.com/2013/12/15/5214772/bitcoin-not-real-money-says-norway-government.

[86] M. LAMBOOIJ, Retailers Directly Accepting Bitcoins: Tricky Tax Issues?, cit., 142.

[87] J. BORCHGREVINK (2013), “Sweden and Norway to add Bitcoin VAT – Norway to implement Bitcoin Tax”, in https://www.cryptocoinsnews.com/sweden-norway-add-bitcoin-vat-nor
way-implement-bitcoin-tax/
.

[88] A. GOMEZ A. (2015), “Bitcoin is exempt from VAT in Spain”, in http://lawand
bitcoin.com/en/bitcoin-is-vat-exempt-in-spain/
.

[89]Autorità tributaria svedese (2013), “IVA: Trading con Bitcoin”, in http://skatterattsnamnden.se/skatterattsnamnden/forhandsbesked/2013/forhandsbesked2013/mervardesskatthandelmedbitcoins.5.46ae6b26141980f1e2d29d9.html.

[90] J. BORCHGREVINK (2013), “Sweden and Norway to add Bitcoin VAT – Norway to implement Bitcoin Tax”, in https://www.cryptocoinsnews.com/sweden-norway-add-bitcoin-vat-norway-implement-bitcoin-tax/.

[91] Si veda in proposito G. ARANGÜENA-S. CAROLI-L. NICOLI-M. RIZZATI-F. CHIARI, Bitcoin. L’altra faccia della moneta, cit., 131 ss.

[92] A. COX (2014), “Cryptocurrencies and the Law – The Irish Position”, in http://
www.arthurcox.com/wp-content/uploads/2014/06/Arthur-Cox-Cryptocurrencies-and-the-Law-June-2014.pdf
.

[93]RESERVE BANK OF INDIA (2013), “RBI cautions users of Virtual Currencies against Risks”, in https://rbi.org.in/scripts/BS_PressReleaseDisplay.aspx?prid=30247.

[94] DNA (2013), “First time in the country, ED raids a Bitcoin seller in Ahmedabad”, in http://www.dnaindia.com/india/report-first-time-in-the-country-ed-raids-a-bitcoin-seller-in-ahmedabad-1941187.

[95] Tale documento può essere consultato sul sito www.ecb.europa.eu/
pub/pdf/other/virtualcurrencyschemes201210en.pdf
.

[96] KALDA, Bitcoin, in International VAT Monitor, 3, 2014, 147.

[97] K. POHJANPALO (2014), “Bitcoin Judged Commodity in Finland After Failing Money Test”, in http://www.bloomberg.com/news/articles/2014-01-19/bitcoin-becomes-commodity-in-finland-after-failing-currency-test.

[98] MINISTRE DES FINANCES ET DES COMPTES PUBLICS (2014), “Réguler les monnaies virtuelles”, in http://proxy-pubminefi.diffusion.finances.gouv.fr/pub/document/18/17768.pdf.

[99] T. MACHEEL (2014), “French Government Outlines New Regulations for Bitcoin Market Transparency”, in http://www.coindesk.com/french-government-outlines-new-regulations-bitcoin-market-transparency/.

[100] D. PALMER (2014), “Europe’s First Bitcoin Centre to Open in France”, in http://
www.coindesk.com/europes-first-bitcoin-centre-open-france/
.

[101] Sul loro sito web si veda http://www.iras.gov.sg/irasHome/page04.aspx?id=15471 e http://www.iras.gov.sg/irasHome/page04.aspx?id=2276#sale_of_virtual_currency.

[102] M. LAMBOOIJ, Retailers Directly Accepting Bitcoins: Tricky Tax Issues?, cit., 142.

[103] Così G. ARANGÜENA-S. CAROLI-L. NICOLI-M. RIZZATI-F. CHIARI, Bitcoin. L’altra faccia della moneta, cit., 125 ss.

[104] Proposto dal deputato Sergio Boccadutri, che prevedeva il tracciamento delle transazioni superiori a 1000 euro e l’identificazione dell’autore. M. PENNISI (2014), “L’Italia è pronta per i Bitcoin? La proposta di Sel”, in http://www.corriere.it/tecnologia/economia-digitale/14_
gennaio_22/italia-pronta-bitcoin-proposta-sel-5b105950-8364-11e3-9ab1-851e2181383b.shtml?refresh_ce-cp
.

[105] C. TAMBURRINO (2014), “Anche l’Italia si accorge di Bitcoin”, in http://
www.swservice.it/blognews/entry/197-anche-l-italia-si-accorge-di-bitcoin.html
.

[106] Si veda l’articolo consultabile al sito http://www.coincapital.it/2014/06/12/roma-11-giugno-bitcoin-a-montecitorio-prematuro-pensare-a-leggi/.

[107] Sul quale si veda il paragrafo dedicato.

[108] L. BURLONE, R. DE CARIA (2014), “Bitcoin: quale regime giuridico e fiscale?”, in http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=15032.

[109] L’exchange è un servizio di cambia valute che commuta il denaro in bitcoins, in base al valore corrente; secondo le statistiche, BTC China ha avuto nel 2013 un volume di scambi che ha raggiunto i due milioni di bitcoins.

[110] La decisione è stata in realtà resa operativa proprio a seguito dell’avvenuta sottrazione di bitcoins ad alcuni investitori avvenuta attraverso la creazione di un finto sito exchange.

[111]http://www.milanofinanza.it/news/la-cina-avvia-inchiesta-su-bitcoin-la-valuta-virtuale-crolla-201701121008449648.

[112] http://www.irs.gov/pub/irs-drop/n-14-21.pdf?utm_source=3.31.2014+Tax+Alert&utm_c
ampaign
=3.31.14+Tax+Alert&utm_medium=email.

[113] M. LAMBOOIJ, Retailers Directly Accepting Bitcoins: Tricky Tax Issues?, cit., 143.

[114] Per usare una metafora, internet è un po’ come un iceberg, la cui parte che emerge dall’acqua rappresenta il web a tutti conosciuto, mentre tutta la mole che sta sotto il livello dell’acqua costituisce il deep web.

[115] Per un approfondimento sull’utilizzo di software come TOR, si veda I.W. SCHIAROLI, Dark web e bitcoin, la nuova era della rete, cit., 64 ss.

[116] Sul punto si veda D. ESZTERI, Bitcoin: anarchist money or the currency of the future?, in Studia Iuridica Auctoritate Universitatis, 23, 2013, 40 ss.

[117] Si tiene comunque a precisare che il dark web non è semplicemente un insieme di siti illegali: la maggior parte degli indirizzi, anzi, è perfettamente legale o comunque tratta argomenti e merci non vietate dalla legge. Sul dark web è inoltre facile trovare blog di dissidenti politici, scienziati che perseguono teorie non riconosciute, come anche semplici privati che si collegano per vedere serie tv che sono trasmesse al di fuori del Paese di origine. Tuttavia, la sicurezza che i sistemi come TOR concedono a chi naviga nel dark web hanno indotto numerosi soggetti del malaffare a creare siti illegali, nei quali è possibile svolgere ogni tipo di crimine. Ciò significa che il dark web non deve essere considerato di per sé una “piattaforma dell’illegalità”, benché vi siano alcuni soggetti che, come accade con qualunque strumento, ne sfruttano le caratteristiche per scopi illegali (in questo caso il tutto amplificato dalle asimmetrie informative tra chi ha queste conoscenze e il resto della popolazione che non le ha).

[118] Ecco come potrebbe funzionare un acquisto nel dark web: all’atto del pagamento in bitcoins da parte dell’acquirente, il venditore porta la merce in un luogo segreto e invia al compratore il link con le coordinate di Google Maps tramite un qualunque sistema di messaggistica anonima; verificata la merce, il compratore invierà un codice di sblocco che permetterà al venditore di incassare i bitcoins, secondo un sistema che impedisce comunque al compratore di riprendersi i bitcoins qualora non invii il codice di sblocco. Il sistema ha dunque una garanzia ambivalente, sia per il compratore che per il venditore.

[119] Ne è un esempio Bankitalia, che nella sua relazione annuale ha dichiarato che “L’inte­resse (…) è stato pure rivolto al possibile uso per finalità illecite di monete virtuali: sono in corso approfondimenti sul potenziale di rischio di riciclaggio e finanziamento del terrorismo dei Bitcoin, anche in considerazione di alcune segnalazioni di operazioni sospette ricevute su anomale compravendite di tale strumento e delle iniziative che si vanno definendo in sede internazionale”; si veda il Rapporto Annuale dell’Unità di Informazione Finanziaria, Roma, maggio 2014.

[120] Per un approfondimento sugli aspetti legati all’evasione fiscale negli Stati Uniti si veda lo studio di T. SLATTERY, Taking a bit out of crime: Bitcoin and cross border tax evasion, in Brooklin Journal of International Law, 2014, 846 ss.

[121] Mancando a monte una organica e precisa disciplina sostanziale.

[122] KALDA, Bitcoin, cit., 147.

[123] KILLINGTON, Bitcoins, in International VAT Monitor, 3, 2014, 158 e M. LAMBOOIJ, Retailers Directly Accepting Bitcoins: Tricky Tax Issues?, cit., 139.

[124] COURT OF JUSTICE OF THE EU (2015), “The exchange of traditional currencies for units of the ‘bitcoin’ virtual currency is exempt from VAT”, in http://curia.europa.eu/jcms/upload/
docs/application/pdf/2015-10/cp150128en.pdf
.

[125] Secondo un brief dell’Agenzia Tributaria del Regno Unito tenutosi il 3 marzo 2014; si veda la fonte http://m.accountingweb.co.uk/article/hmrc-exploring-bitcoin-vat-treatment/552697.

[126] Ci si riferisce alla direttiva 2006/112/CE.

[127] Ref. 32-12./I; si veda in proposito il documento consultabile al sito http://skatterattsnamnden.se/skatterattsnamnden/forhandsbesked/2013/forhandsbesked2013/mervardesskatthandelmedbitcoins.5.46ae6b26141980f1e2d29d9.html.

[128] Per considerazioni più approfondite si veda S. CAPACCIOLI, Introduzione al trattamento tributario delle valute virtuali: criptovalute e bitcoin, in Diritto e pratica tributaria internazionale, n. 1, 2014, 50 ss.

[129] S. CAPACCIOLI, Introduzione al trattamento tributario delle valute virtuali, cit., 54.

[130] Si vedano gli artt. 44 e 67 TUIR.

[131] In questo senso S. CAPACCIOLI, Introduzione al trattamento tributario delle valute virtuali, cit., 63 ss.

[132] S. CAPACCIOLI, Introduzione al trattamento tributario delle valute virtuali, cit., 65 ss.

[133] IVAFE: imposta sul valore di prodotti finanziari, conti correnti e libretti di risparmio detenuti all’estero da persone fisiche residenti in Italia.

[134]Per la normativa antiriciclaggio, il titolare effettivo è la persona fisica per conto della quale è realizzata un’operazione.

[135] R. PETRINI R. (2015), “Il ‘tetto’ al contante salirà da 1000 a 3000 euro, ma scontrini e fatture saranno solo digitali”, in http://www.repubblica.it/economia/2015/02/24/news/il_tetto
_al_contante_salir_da_1000_a_3000_euro_ma_scontrini_e_fatture_saranno_solo_digitali-108043391/
.

[136] Il venture capital punta tutto sui bitcoin, in Il Sole 24h, 10 febbraio 2016.

[137] FATF, Guidance for a Risk-Based approach, Virtual Currencies, June 2015, in www.fatf-gafi.org.

[138] J. BONNEAU-A. MILLER-J. CLARK-A. NARAYANAN-J.A. KROLL-E.W. FELTEN, SoK: Research Prospectives and Challenges for Bitcoin and Cryptocurrencies, in IEEE Symposium on Security and Privacy, 2015, 104 ss.

[139] Per approfondimenti M. SWAN, Blockchain, blueprint for a new economy, USA, 2015, in http://www.marketwatch.com/video/sectorwatch/what-is-the-future-of-bitcoin/2B081403-D94A-4B29-94B9-2F4533C48B42.html; http://www.ilfoglio.it/economia/2016/06/22/bitcoin-bankitalia-nulla-osta-a-esplorazione___1-v-143527-rubriche_c349.htm.

[140] Non è oggetto di questo lavoro, ma ci sono studi in atto per ampie applicazioni della blockchain: dalla contabilità, alla validazione dei documenti, ai contratti auto-ottemperanti e smart contracts (vedere anche www.ethereum.org). Si veda anche Promesse da blockchain La banca nell’era in cui il denaro è una commodity, entrambi in Il Sole 24h, 17 aprile 2016.


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