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Il ne bis in idem: la tortuosa via al rispetto dei princípi umanitari dinanzi alle giurisdizioni europee

Mario Airoldi

PAROLE CHIAVE: diritti umani

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Sommario:

1. Nozione - 2. Competenze e fumositŕ della Corte EDU - 3. In ambito comunitario - NOTE


1. Nozione

Avevamo affrontato in una precedente ricerca [1] i problemi che erano sorti per via di un recente quanto imprevisto revirement della CEDU in ordine al principio di ne bis in idem. Esso in realtà, nella sua più elementare nozione non dovrebbe essere contestabile: i problemi sorgono quando se ne vuole e­stendere la portata soprattutto senza l’ausilio di precise e ragionevoli – ragionevoli in quanto logicamente giustificate – disposizioni. Come è noto tale regola nasce in area penale per rispondere ad esigenze di economia dei procedimenti e per garantire il cittadino nei confronti del malfunzionamento dell’apparato statale. Essa rientra fra i princípi generali del diritto [2] e come tale può essere contestata anche in assenza di specifica previsione. Tuttavia nel nostro sistema, a differenza di quello precedente, che non conosceva una Costituzione rigida – e fatti salvi benvenuti interventi maieutici della Corte costituzionale – ciò può non essere sufficiente, giacché tali princípi dovrebbero operare solo a livello interpretativo (art. 12, comma 2, d.p.c.c.). Pertanto quando la duplicazione scaturisce dall’applicazione di norme legislative nazionali, la relativa contestazione oggi avviene classicamente lamentando la violazione dell’art. 117, comma 1, Cost. [3]e di conseguenza dell’art. 4 del Prot. n. 7 della Conv. EDU, [continua ..]

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2. Competenze e fumositŕ della Corte EDU

La Corte EDU si fa carico tanto dei ricorsi interstatali (art. 33 Conv. EDU), quanto di quelli individuali (art. 34 Conv.). In ordine al principio di ne bis in idem essa svolge la propria funzione accertando l’esistenza di una duplicazione all’interno di uno Stato membro (laddove la CGUE viene investita soprattutto delle duplicazioni derivanti dall’apertura di procedimenti analoghi – per lo stesso fatto – presso Stati diversi). La Conv. EDU si fa carico di garante del principio prevalentemente sotto il profilo sostanziale, oscillando fra l’esigenza di una garanzia “assoluta” e quella del rispetto delle tradizioni giuridiche degli Stati aderenti e delle loro diverse modalità d’approccio. Formalmente il problema del rispetto di tale principio, come di qualsiasi altro principio consacrato nella Conv. EDU, non dovrebbe sussistere, in quanto gli Stati firmatari della Convenzione sono tenuti a sottostarvi e, in caso di violazione, in base al­l’art. 46, a conformarsi alle sentenze definitive della Corte EDU. Inoltre, come si ricorda nella sent. Grande Stevens/Italia del 4 marzo 2014 (punto 232 ss.), se il diritto nazionale non permette o permette in modo solo imperfetto di rimuovere la violazione della Convenzione, lo Stato convenuto può scegliere, per dare soddisfazione alla controparte, le misure generali e/o individuali da adottare nel suo ordinamento [continua ..]

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3. In ambito comunitario

Quanto premesso ha portato a sostenere in sede comunitaria l’opportunità di attenuare – al momento di recepire i principi garantiti dalla CEDU – la portata del diritto fondamentale in questione o di determinati aspetti dello stesso (nel caso, ad es., della sanzione amministrativa accanto a quella penale) [21], onde tener conto delle tendenze normative degli Stati. Nei Paesi europei il principio del ne bis in idem trova infatti diffusa tutela seppure attraverso vie diverse – tanto giurisprudenziali, come legislative o costituzionali [22] – di modo che si può parlare di principio generale comune agli Stati europei. Ora tale presenza è stata rafforzata dalla normativa comunitaria, che a livello privatistico – con la Convenzione di Bruxelles del 1968, sostituita dal Regolamento (UE) n. 1215/2012, meglio nota come Bruxelles 1 bis, in vigore dal 10 gennaio 2015. – è intervenuta per armonizzare le legislazioni dei vari Paesi in ossequio al rispetto della certezza del diritto e alla diffusione della fiducia nell’amministrazione della giustizia all’interno dell’Unione. A tal fine soccorre l’art. 52 del citato reg., ai sensi del quale “in nessun caso una decisione emessa in uno Stato membro può formare oggetto di un riesame nel merito nello Stato membro richiesto”, nonché l’art. 29, secondo cui “qualora davanti [continua ..]

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NOTE

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